Menu

Definire Antigone, tra Brecht e Artaud

Genealogia del dissenso e messa a nudo dell’imperialismo

Durante tutto il tempo in cui ho assistito a Definisci Antigone – lo spettacolo portato in scena al Teatro Elicantropo per la regia di Carlo Cerciello, coprodotto da Anonima Romanzi Teatro Elicantropo e Ert (Ente Teatro Romagna) – la sensazione era di trovarmi di fronte ad un palco su cui attimo dopo attimo prendevano vita e si facevano carne, nervi, sangue, voce, le parole scritte da Walter Bernjamin a proposito dell’Angelus Novus dipinto da Paul Klee:

«L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo». Per poi concludere: «Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Ebbene non è certamente un caso che Antigone, sul finire del primo lacerante, raccapricciante monologo da lei stessa pronunciato, dica queste parole: «Dio… se ci stesse guardando, piangerebbe con noi. Ma lui resta in silenzio, lasciandoci soli in questo inferno. Questo è il ventunesimo secolo, ma la storia non è andata avanti. Ha ingoiato i suoi stessi figli e lo ha chiamato progresso».

Ancor prima però, all’entrata degli spettatori in sala, le quattro protagoniste Cecilia Lupoli (Antigone), Imma Villa (Creonte), Maria Chiara Falcone (Berger: soldato e stampa), Serena Mazzei (Ismene) avevano accolto il pubblico sul proscenio e ad esso rivolgendosi, sulla traccia di un perfetto prologo brechtiano, avevano chiarito le ragioni stesse, ad un tempo etiche e politiche, che connotano lo spettacolo in parola: «Seppellire. Un verbo che risuona come eco nella storia dell’umanità. Seppellire i morti, onorarne la memoria, dare loro pace. Ma cosa significa seppellire, quando non si tratta di corpi, ma di valori? Di dignità, pietà, umanità? Il nostro destino è forse seppellire noi stessi?». Il tutto con una scritta proiettata sullo schermo montato alle loro spalle, che con tono perentorio ammonisce e accusa: Il silenzio è complicità!

Appare dunque chiaro sin dall’apertura l’intento di una messinscena che non può definirsi una mera rappresentazione ma giusto quanto Jacques Derrida scriveva nella prefazione a “Il teatro e il suo doppio” di Antonin Artaud: «Il teatro della crudeltà non è una rappresentazione. è la vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile. La vita è l’origine non rappresentabile della rappresentazione».

E qui l’origine non rappresentabile della rappresentazione, la matrice non rappresentabile della vita è il Genocidio del popolo palestinese ad opera dell’entità sionista e del suo esercito di carnefici. Il teatro della crudeltà è Gaza.

Ancora più evidente è pertanto la relazione che viene a stabilirsi tra le parole di Benjamin citate all’inizio e quelle che solcano le labbra di Antigone come uno squarcio nel ventre della terra. Parole che ci parlano di bambini che leccano polvere di farina dall’acciaio arrugginito nel retro di un camion. Parole che ci raccontano di macerie materiali e morali, di una Storia che ha ingoiato i suoi figli e lo ha chiamato progresso. Una relazione nella quale si apre però uno scarto tragico e doloroso.

Laddove infatti l’Angelus Novus, l’angelo della Storia di Benjamin –filosofo marxista, rivoluzionario ed eretico- avrebbe voluto destare i morti e ricomporre le macerie che si accumulavano ai suoi piedi, impedito e trascinato lontano dal vento del progresso che soffiava alle sue spalle, Antigone vuole seppellire e seppellisce i morti, dando loro pace.

In un impeto di orgoglio umano e di frenesia etica che si oppone, al tempo stesso, da un lato allo stupro di corpi putridi e defunti lasciati sul selciato, quale monito del potere; dall’altro alla esecrabile tumulazione di valori quali dignità, pietà, umanità. Lo scarto evidente tra macerie/corpi e valori ormai dimenticati e sotterrati. In un presente storico in cui regnano, come mai era accaduto in passato, l’ indifferenza, la protesizzazione dell’intelligenza e la totale mancanza di coscienza critica.

L’asse allegorico portante di tutto l’allestimento risiede dunque esattamente in questo scarto. Siamo nel ventunesimo secolo e la Storia sembra quasi dar ragione alle tesi del filosofo berlinese, morto suicida durante i terribili anni del nazismo. In una sorta di cortocircuito spazio/temporale infatti, che rompe con la concezione lineare e progressiva della Storia stessa (come esposto di fatto nelle Tesi di Filosofia della Storia di Benjamin) e di cui la scena teatrale sembra farsi campo gravitazionale quantico, si scontrano e deflagrano gli orrori del passato e il volto agghiacciante del futuro prossimo. Le tirannie feroci dei secoli che furono e le asettiche, spietate dittature imperialistiche e tecno-feudali di un presente su cui il cimitero di Gaza incombe come una tetra promessa di morte. Non solo fisica ma etica.

In questo presente che ha visto lo scacco e l’arretramento -almeno per il momento- di tutte le idee rivoluzionarie di libertà e di giustizia sociale; in questo presente che ha assistito alla sconfitta degli ideali socialisti e marxisti (ortodossi o eretici che siano); in questo presente, i morti non si possono ridestare, le macerie non si possono ricomporre. Il vento del progresso continua a soffiare dietro le nostre spalle trascinandoci verso un futuro oscuro e terrificante, come accadeva all’Angelo della Storia di Benjamin.

Quel progresso ha la faccia truce e sanguinaria del Capitalismo. La maschera gelida e grottesca dell’imperialismo di rapina. Il corpo deformato dell’Occidente barbarico.

Antigone però, angelo sospeso tra mito, storia e futuro, non si arrende. Nella sua soggettività densa di coscienza politica, compie un gesto rivoluzionario seppur individuale. Ieri come oggi, decide di seppellire i morti, di sottrarsi alle leggi dei padroni del mondo e alle logiche della guerra.

Seppellisce Polinice perché fratello, come fratelli sono tutti gli uomini. Seppellisce Polinice contravvenendo agli ordini di Creonte. E lo seppellisce incurante delle conseguenze e della derisione che le verrà riservata dal conformismo sociale, piegato al dominio dell’autorità e della cultura normalizzata.

Seppellisce Polinice persino contro il parere della sorella Ismene, che per paura di venire giustiziata e per timore di subire lo scherno pubblico della città, decide si sottrarsi alla sua stessa dimensione fraterna. Ma soprattutto Antigone seppellisce il corpo di Polinice affinché quel gesto ridesti la carne e lo spirito di valori ben più alti. Umanità, Fratellanza, Pace, Dignità, Giustizia.

Il nostro sguardo è oggi sgomento e inorridito, i nostri occhi feriti dall’abisso dove il Tempo, al muovere di ogni pedina sulla scacchiera della Storia, rovescia cumuli di morti e macerie. Come a Gaza e in tutta la Cisgiordania. Rovine che i passi dell’uomo bianco, attraverso i secoli, hanno lasciato sulla strada dell’inesauribile marcia verso lo sviluppo della tecnica ed il regno delle magnifiche sorti e progressive del Capitale. Rovine ammassate nel segno barbarico di uno sviluppo che fin qui, nessuna beatitudine collettiva ha garantito. E il cui prezzo viene anzi posto, dai pochi detentori della ricchezza terrena, a debito inestinguibile sulle vite dei molti miserabili.

Non si può ricomporre lo specchio spezzato della nostra imago mandata in frantumi dalla nostra stessa avidità di potenza. Vorremmo ridestare i morti ma non possiamo. Perché la tempesta del progresso, inarrestabile e cieca, ci trascina via dal passato verso un futuro che ci appare sempre più rapito dal sorriso ebete di un Dio virtuale e famelico. Questo sembrano volerci dire le parole, i gesti, i suoni, le immagini, i corpi che scorrono dinanzi ai nostril occhi durante l’ora e poco più di spettacolo.

Nello spazio raccolto e ferocemente concentrato del Teatro Elicantropo, Definisci Antigone di Carlo Cerciello – il cui titolo prende spunto, come forse si ricorderà, dall’immonda battuta che Eyal Mizrahi, presidente della Federazione Amici di Israele, indirizzò durante una puntata di è sempre Cartabianca a Enzo Iachetti: “definisci bambino” – si offre pertanto come un dispositivo critico prima ancora che come uno spettacolo. Cerciello non allestisce una superficiale e scontata riscrittura del mito ma un’operazione di scavo, un montaggio teorico e sensibile che usa Antigone come figura storicamente determinata del conflitto tra potere e vita, legge e giustizia, ordine imperiale e resistenza dei corpi.

L’operazione costruita da Cerciello non mira ad attualizzare Antigone – attualizzare: verbo spesso vuoto e utilizzato ad minchiam in teatro – bensì la sottopone a una definizione materialista, mostrandone la funzione politica nelle diverse epoche. Fino al nostro presente, segnato dal genocidio del popolo palestinese a Gaza per mano dello Stato di Israele, con la complicità strutturale dell’Occidente.

La drammaturgia è costruita come una cucitura consapevole e dichiarata di testi e voci: Sofocle, Hasenclever, Brecht, Anouilh, Ritsos vengono messi in tensione dialettica come momenti storici differenti di una stessa contraddizione. Su questo corpus si innestano inoltre le testimonianze del dottor Ezzideen Shehab, palestinese, che irrompono nel tessuto mitico come reale non simbolizzabile sul piano puramente teatrale. Come eccedenza che rifiuta ogni neutralizzazione estetica. Qui la semiotica della scena opera dunque per collisione. Il Mito non sublima la Storia, è la Storia che smaschera il Mito forzandolo a dire ciò che il potere attuale vorrebbe restasse indicibile. Il Genocidio…

L’inizio dello spettacolo è già una presa di posizione netta. Come dicevamo al principio le quattro attrici, con tono grave e privo di concessioni emotive, chiamano in causa la responsabilità della massa, la complicità prodotta dal silenzio. Ancor più che un prologo si tratta di un atto d’accusa con cui il pubblico viene interpellato come soggetto politico. Un gesto brechtiano -come già accennato più sopra- nel senso più rigoroso, la cui distanza razionale e linguistica più che raffreddare vuol rendere pensabile l’orrore.

La regia di Cerciello organizza lo spazio scenico secondo una chiara partizione verticale e a croce. La parte alta del palco è il luogo del potere. Un piano amorale e grottesco in cui la decisione politica si mostra come amministrazione cinica della morte. Qui il linguaggio si fa deformato, autoreferenziale, spettrale e spettacolare nel senso più sinistro del termine. La parte bassa invece rappresenta il territorio di Antigone.  Uno spazio di gravità etica, di esposizione del corpo, di parola necessaria. Questa divisione più che allegorica è strutturale: il potere sta sempre “sopra”, separato, narcisista, egoriferito; mentre l’etica abita il basso, il terreno, il luogo della vulnerabilità e delle emozioni visceralmente umane. Potremmo quasi definirla una topografia marxiana della scena, dove la verticalità traduce i rapporti di dominio.

In questo impianto si inseriscono prove attorali di grande rigore, capaci di fondere caratura tecnica e ricchezza emotiva. Imma Villa, da par suo, offre una prestazione che non ci sembra eccessivo definire monumentale. Il suo Creonte, lungi dall’essere un tiranno caricaturale benché immerso in un’atmosfera da cabaret espressionista, si delinea come un funzionario del potere, un soggetto integralmente identificato con la legge dell’ordine costituito. 

La sua voce, il controllo del ritmo, la capacità di passare dal grottesco al glaciale, specie nel suo primo monologo – che sancisce ancora una volta, se mai ve ne fosse bisogno, la banalità del male– restituiscono Creonte come figura perfettamente contemporanea. Mai mostro, mai psicopatico. Ma manager e imprenditore della violenza e dell’orrore.

Cecilia Lupoli dona invece ad Antigone una densità ad un tempo lirica e materiale. La sua è una resistenza che non chiede empatia ma riconoscimento politico. Mariachiara Falcone, nel doppio ruolo di soldato e giornalista, incarna con precisione il nesso tra violenza armata e narrazione mediatica, mostrando come l’informazione diventi protesi del dominio. Serena Mazzei infine, con la sua Ismene, lavora per sottrazione restituendo la paura e l’adattamento sociale come forme storicamente prodotte e non come difetti morali.

Il teatro politico di Cerciello – cifra costante del suo percorso e della storia trentennale dell’Elicantropo – trova qui in definitiva una forma particolarmente netta. Non c’è pedagogia né consolazione. La scena non offre soluzioni ma rende visibili gli schiaccianti rapporti di forza a vantaggio di un imperialismo israelo-statunitense empio, sprezzante e razzista, che colto da un raptus bulimico di dominio sembra voler fagocitare vivi e morti.

La rappresentazione dell’orrore di Gaza non cede mai alla deriva illustrativa o metaforica. L’orrore è strutturale. Più che somigliare ai palestinesi, Antigone rappresenta la stessa posizione storica di chi rivendica il diritto a seppellire i morti e a nominare i corpi contro un potere che fonda la propria sovranità sulla cancellazione. Cancellazione della verità e della memoria.

Il finale non concede vie di fuga. Colpisce, lacera, commuove. Prende allo stomaco e nello stesso istante disarma. Antigone esce dal mito e dalla scena per piazzarsi nello spazio più scoperto, quello tra la ribalta e chi guarda. La tavola che era stata sepolcro – ve ne sono tre sul palco: spazi, loculi, luoghi di solitudine, tombe – diventa superficie d’esposizione. Cecilia Lupoli ci sale sopra e si offre allo sguardo, inchiodata in una posa che richiama un martirio ormai universale.

Sullo sfondo scorrono parole che arrivano da un’altra ferita, una nenia palestinese che parla di vento, di ossa, di una casa perduta. In quel momento l’oggetto smette di essere scena e diventa passaggio. Un attraversamento obbligato tra chi recita e chi assiste, tra ciò che si pensa e ciò che accade davvero. Tra la comoda immobilità e la scelta finalmente di prendere parte.

Come sempre da sottolineare la codicità prettamente drammaturgica delle scene costruite dal bravissimo Roberto Crea, come pure le luci di Cesare Accetta, che delineano gesti, enfatizzano ed esaltano volti ed espressioni, raffreddano ed emozionano. Appropriate come sempre le scelte musicali curate dal Paolo Coletta. Di grande impatto il contributo di immagini e video affidati a Fabiana Fazio.

Definisci Antigone è in conclusione un’operazione di critica radicale. Al teatro come luogo di consumo, alla politica come amministrazione dell’esistente, all’Occidente come macchina imperiale che produce morte e pretende silenzio. Cerciello usa da sempre il teatro come strumento di lotta, consapevole che nessuna scena può fermare un genocidio ma che ogni scena può scegliere da che parte stare. Qui la scelta è chiara. E paga il prezzo della chiarezza.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *