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D’Istruzione pubblica. Una polemica con Christian Raimo sui peccati della scuola “liberal”

Pubblichiamo un intervento di Marco Meotto, storico e docente della scuola superiore di secondo grado, che prende le mosse dal film “D’Istruzione pubblica” e dall’avvio di dibattito che esso ha suscitato, sui social, e in forma più strutturata nell’articolo di Christian Raimo uscito su “Domani”.

Speriamo che esso possa dare vita ad un dibattito più strutturato sulla scuola che ci impegniamo a raccogliere sulle colonne di Contropiano.

Invitiamo ad inviarci altri pezzi alla mail redazione@contropiano.org

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D’Istruzione pubblica” e il “rinnegato” Raimo
Un film per smascherare l’ipocrisia sulla scuola della “sinistra liberal”
di Marco Meotto

C’è un momento in cui la critica, abbandonando il campo della lotta per l’egemonia, diventa il suo contrario: la giustificazione intellettuale dell’ordine dominante. È il momento del rinnegamento. Il documentario “D’Istruzione Pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre – ultimo atto di una trilogia contro il neoliberalismo – provoca una resa dei conti a sinistra, costringendo a uscire allo scoperto chi, come Christian Raimo, pur credendo di combatterli, difende alcuni dei dispositivi pedagogici del capitale.

La sua feroce stroncatura del film non è una semplice critica cinematografica: è il sintomo perfetto di quella deriva “liberal” della sinistra. È quella stessa sinistra che ha svuotato la scuola pubblica del suo progetto emancipativo, sostituendolo con l’addestramento al mercato, non importa quanto esso sia mascherato dietro seduttive parole d’ordine: d’altra parte, come ci hanno mostrato Christian Laval e Pierre Dardot, l’ideologia neoliberale è duttile e può amalgamarsi ambiguamente anche con istanze libertarie, annullando la loro carica trasformativa.
[LINK per il film:
https://openddb.it/film/distruzione-pubblica/]

Ma come fa un film a innescare una simile reazione? “D’Istruzione Pubblica”, da una settimana nelle sale, non è un semplice documentario. È un’inchiesta a due livelli che agisce come acqua ossigenata gettata nelle ferite dell’insano dibattito sulla scuola italiana: brucia un po’, ma disinfetta.

Da un lato, la pellicola racconta una storia concreta e ostinata di resistenza, entrando nelle aule dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, dove il preside, Lorenzo Varaldo, porta avanti, insieme ai suoi insegnanti, battaglie decennali in difesa della scuola pubblica. Dall’altro, ricostruisce con precisione chirurgica la trentennale operazione politica – bipartisan – che ha “distrutto” la scuola pubblica: una demolizione cominciata nel 1997 con la legge Bassanini e l’autonomia scolastica, pilastri di quel centro-sinistra “blairiano” che ci propinava l’idea che “il mercato era bello perché democratico”.

Il cuore dell’accusa del film è che questo smantellamento non sia stato solo amministrativo o finanziario, ma culturale e pedagogico.

Attraverso le voci di studiosi come Nico Hirtt, Miguel Benasayag, Massimo Baldacci e Lucio Russo, la pellicola sostiene che seducenti proposte come la “didattica per competenze” o la “centralità del discente” siano state il cavallo di Troia per asservire la scuola agli interessi del capitale.

La rinuncia a trasmettere saperi solidi e critici – sostiene la linea argomentativa del film – ha prodotto un impoverimento culturale di massa, le cui prime e più certe vittime sono i figli delle classi subalterne. È una tesi radicale, anticapitalista, che non fa sconti né alla destra berlusconiana delle “tre I” (Impresa, Internet, Inglese) né alla sinistra riformista che ha imbracciato acriticamente il “pedagogismo” di importazione statunitense.

Ed è proprio questa radicalità, questa schietta durezza, a funzionare da test. A fronte di tale nettezza, la reazione più significativa – e istruttiva – arriva non dagli avversari dichiarati (che pur su Libero lo hanno bollato come “film rosso contro il governo”), ma da un intellettuale cresciuto nel solco della sinistra più critica: Christian Raimo.

In un articolo su Domani, definisce il documentario “mal pensato e mal riuscito”, arrivando al paradosso di accusarlo di essere uno spot per la scuola del ministro Valditara. Perché? Per aver messo in discussione alcuni sacri pilastri del progressismo scolastico contemporaneo. Raimo scrive, testualmente, che il film mortifica “il lavoro di milioni di docenti [sic!] che credono che la didattica per competenze non mortifica la conoscenza […], che insegnare ai ragazzi il digitale sia una grammatica necessaria per non esserne schiavi, che difendono l’autonomia scolastica per contrastare il neoliberismo”.
[LINK: https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/se-la-lotta-al-neoliberismo-a-scuola-finisce-per-dare-ragione-a-valditara-ajyv4mks ]

Ecco il rinnegamento in forma di paradosso logico perfetto. In queste poche righe, Raimo non solo stronca un film, ma espone inconsapevolmente il meccanismo di capovolgimento dell’egemonia. Perché è proprio su capisaldi come questi – la didattica per competenze, il feticcio del digitale, l’autonomia scolastica come baluardo, ma potremmo aggiungerci l’inclusione – che si gioca una partita per il destino della scuola. Analizzarli non serve a replicare a Raimo, ma a smascherare l’ipocrisia di un’intera prospettiva politica.

Prendiamo la didattica per competenze. Che essa “non mortifichi la conoscenza” è un atto di fede pedagogico, rispettabile senz’altro, ma niente di più di questo, non certo un dato di fatto. La storia dell’approccio didattico per competenze è nota: nasce tra gli anni Settanta e Ottanta su precisa spinta del mondo industriale anglosassone, preoccupato di formare lavoratori flessibili e performanti.

L’OCSE e l’Unione Europea l’hanno poi fatto proprio, trasformandolo nel nuovo paradigma educativo occidentale. Non importa che qualche pedagogista progressista abbia tentato di “sdoganare” la teoria delle competenze in chiave emancipativa: la sua matrice è economicistica, aziendale, non certo culturale.

La dottrina delle competenze riduce il sapere a performance certificabile e sostituisce la profondità della conoscenza con l’efficienza dell’applicazione. Come afferma Benasayag nel documentario: «Non si tratta di insegnare con altri metodi al medesimo essere umano, si tratta di creare un ‘altro’ essere umano». È la perfetta traduzione didattica della teoria del capitale umano.

Anche sul tema della scuola digitale il linguaggio di Raimo tradisce una visione acritica. Parlare al singolare de “il digitale” come di una grammatica neutra da apprendere è sintomo di quella opacità concettuale che ci impedisce di distinguere tra tecnologie liberanti e tecnologie di controllo. Non esiste “il” digitale: esistono diversi modelli digitali – la maggior parte di tipo proprietario – che creano dipendenza, algoritmi che profilano, piattaforme che disciplinano.

Presentarli come un “tutto”, un nuovo oggetto di insegnamento, senza prima sottoporli a una critica radicale – una critica ormai fondata su evidenze addirittura mediche, per i danni che procurano -, significa addestrare a servirli, non a dominarli. L’illusione – sempre infranta – che sarebbe più utile governare i processi invece di contrastarli non smette di fare vittime a sinistra.

Ma è sull’ultimo punto dell’argomentazione che la contraddizione raggiunge vette orwelliane, (sulla falsariga dello slogan di 1984 “la guerra è pace”): “difendere l’autonomia scolastica per contrastare il neoliberismo” è un ossimoro storico e politico. Sarebbe come chiedere di difendere le agenzie interinali per contrastare il lavoro precario, o i fondi pensione privati per opporsi alla finanziarizzazione della vita.

L’autonomia scolastica – quella varata nel 1997 – è stata il grimaldello con cui il mercato si è impadronito della scuola pubblica. L’autonomia ha introdotto la concorrenza tra istituti, la logica aziendale, la ricerca di fondi privati, il lessico economico (“offerta”, “debiti”, “crediti”). Difendere l’autonomia scolastica oggi, come strumento di contrasto al neoliberismo, non solo suona ridicolo, ma significa non aver compreso proprio nulla della natura delle riforme degli ultimi trent’anni, o peggio, esserne diventati inconsapevoli complici.

Ed è qui che il film, al di là delle sue qualità cinematografiche, colpisce nel segno. Ciò che emerge è l’opaca trappola del dibattito scolastico nel discorso pubblico. Da un lato, la destra tuona contro il declino dei valori, iniziato nel ‘68, brandendo la bandiera della disciplina, del ritorno al passato e del merito.

Dall’altro, la sinistra liberal – di cui la posizione di Raimo, spiace dirlo a chi non ha lesinato energie per difenderlo quando era sotto attacco [LINK: https://www.doppiozero.com/raimo-valditara-e-immanuel-kant] , è emblematica – sventola il vessillo delle competenze, dell’inclusione e dell’autonomia. Sembrano poli opposti. E invece, sotto il fragore degli slogan, condividono l’essenziale: l’accettazione del paradigma neoliberale in campo educativo.

Entrambe le posizioni, nella loro permanente “guerra culturale” – e, nel recepire questo termine, risulta preziosissimo il libro “Contro la scuola neoliberale” a cura di Mimmo Cangiano e del Collettivo “Consigli di Classe”, che sarà bene far circolare [LINK: https://www.edizioninottetempo.it/it/contro-la-scuola-neoliberale]-, rimuovono la domanda fondamentale: la scuola deve abituare chi la frequenta ad adattarsi al mondo esistente o deve fornire gli strumenti per metterlo in discussione?

Raimo stronca il film – in modo sibillino quasi lo accusa di “abilismo” – anche perché prova a mettere in discussione una certa declinazione dell’inclusione. Ma nella scuola reale, materiale, concreta, l’inclusione si tramuta spesso nell’esatto opposto dell’emancipazione. L’inclusione è ormai un sofisticato processo di classificazione burocratica, dove ogni differenza – di apprendimento, di comportamento, di stile cognitivo – viene catturata, codificata, etichettata.
Bes, Dsa, Adhd: l’alfabeto delle sigle cresce, creando gabbie tassonomiche che finiscono per definire l’identità dello studente più della sua umanità concreta. È il trionfo della logica della performance totale: tutto deve essere reso visibile, misurabile, gestibile.

L’inclusione diventa così uno dei tanti modi di esprimersi della ragione neoliberale, che mentre celebra, a parole, la diversità, costruisce apparati sempre più perfetti per normalizzarla e renderla funzionale. L’etichetta diagnostica, molto spesso, diventa una profezia che si autoavvera, determinando percorsi, abbassando aspettative, semplificando obiettivi. In nome di un’inclusione trasformata in ipostasi metafisica, si esclude il diverso dalla conoscenza potente e sfidante. È forse abilismo denunciare tutto ciò?

La personalizzazione – osannata a destra come a sinistra – si tramuta in manipolazione ed adattamento alle esigenze del mercato e si intreccia con la didattica per competenze, imposte entrambe ex lege negli Istituti Professionali, attraverso le Uda e i Piani Formativi Individuali. Così sono stati disintegrati i curricoli sostituendo la conoscenza critica con l’affinamento di soft and life skills puramente adattive, condannando così gli appartenenti alle classi subalterne all’ignoranza strutturale. Per continuare con Orwell: l’ignoranza è forza!

E mentre si discute se una cara e vecchia lezione frontale sia troppo autoritaria – di quelle lezioni che poi ci fanno in tv i Raimo quando sono invitati – o le competenze siano davvero emancipative, si lascia intatto il dispositivo fondamentale: una scuola al servizio del mondo delle imprese.

Ma l’ambiguità della contrapposizione formale – buona per i salotti tv o per un comizio elettorale – tra scuola innovatrice e scuola conservatrice, nelle cui secche si arena Raimo, sembra davvero la riedizione di quella “battaglia tra fantasmi” che Marx ed Engels denunciavano già ne L’Ideologia tedesca – ed era il 1846!

Gli hegeliani di destra e di sinistra che, convinti di essere agli antipodi, duellavano ferocemente sul piano di concetti astratti, mentre in realtà condividevano il terreno sterile dell’idealismo, rimanendo ciechi di fronte alla realtà concreta e alle condizioni materiali. Oggi, destra tradizionalista e sinistra liberal si scontrano sulla sovrastruttura, lasciando intatta la struttura, ovvero la scuola come apparato per la produzione di capitale umano.

Il vero conflitto, però, non è tanto tra tradizionalisti e innovatori, ma tra due approcci inconciliabili. Da una parte, la visione neoliberale e performativa, che, dietro le guerre culturali, accetta una scuola che certifica, adatta all’esistente e produce valore economico.

Dall’altra, una visione realmente emancipativa e democratica, per la quale il documentario di Greco e Melchiorre fa da coraggioso megafono. Una scuola che – come ci ricorda Gert Biesta (non certo un pericoloso gentiliano) – non si riduce a far “apprendere” competenze, ma, nell’atto stesso di “insegnare”, si assume la rischiosa e fondamentale responsabilità di introdurre le nuove generazioni al mondo [LINK: https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/gert-jj-biesta/riscoprire-linsegnamento-9788832854077-3664.html ] – non per adattarvisi, ma per interrogarlo, abitarlo criticamente e, ogni volta che è necessario, per metterlo in discussione.

Risuona in ciò il pensiero di Gramsci. Contro le derive spontaneiste della pedagogia del suo tempo (non dissimili da quelle del nostro), Gramsci non difendeva una scuola «tradizionale» fine a sé stessa. Rivendicava una scuola «disuguale» nel punto di partenza – cioè capace di offrire in modo sistematico e rigoroso a tutti, e soprattutto ai figli delle classi subalterne, il «linguaggio formalmente superiore» della cultura storica, scientifica e filosofica che non potevano ereditare in famiglia – per poter essere radicalmente «egualitaria» nel punto di arrivo.

La sua era una scuola degli «strumenti del pensiero», non delle competenze; del «sapere critico», non dell’adattamento; della «formazione dell’uomo dirigente», non dell’addestramento della manodopera. Era, in una parola, una scuola concepita come arena di lotta per l’egemonia culturale, l’unico luogo in cui i subalterni potevano conquistare gli attrezzi intellettuali per cessare di essere oggetti della storia e diventarne soggetti.

È questa lezione politica, troppo a lungo dimenticata o tradita da una certa sinistra, che il documentario “D’Istruzione Pubblica” ci costringe a ricordare. La posta in gioco non è un metodo didattico, ma il tipo di società che vogliamo. La scelta è tra una scuola che produce consenso per l’ordine di cose vigente e una scuola che costruisce gli strumenti del pensiero per un ordine nuovo di domani. Tutto il resto, comprese le guerre culturali tra “rinnegati” e ministri reazionari, è rumore di fondo.

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