Pochi mesi fa DeriveApprodi pubblica “Libertà di movimento. Nessuna persona deve morire di frontiere”, di Gennaro Avallone sociologo dell’Università di Salerno. Un libro che si dipana tra il pensiero dell’autore e alcune interviste che vengono inserite per intero nel testo, a costruire un discorso collettivo (Margherita Grazioli nella presentazione del libro qualche settimana fa a Metropoliz lo ha definito come il corrispettivo testuale di una assemblea).
Difficile nel 2026 scrivere qualcosa di originale sulle questioni riguardanti le cosiddette “migrazioni internazionali”, piuttosto sembra importante ribadire alcuni aspetti che devono diventare “senso comune” nella lettura dei fenomeni.
Da questo punto di vista il libro ha, a mio avviso, due capitoli centrali che costituiscono il punto fermo del libro: la classe è l’elemento principale per la lettura tanto dei “fenomeni migratori” quanto delle politiche di gestione dei corpi in movimento attraverso i confini (le “politiche migratorie”).
Il punto di partenza è un sempre utile chiarimento rispetto ad un uso vergognoso di Marx da destra sulla questione della migrazione come “esercito industriale di riserva”. In termini semplici ed evocativi, tali capitoli possono essere riassunti nel fatto che le politiche migratorie sono anzitutto politiche di frammentazione delle classi subalterne e della forza-lavoro in generale.
Tale frammentazione – o scomposizione, come termine che richiama la necessità dell’opposta “ricomposizione” – consente non solo il potere delle classi dominanti su una popolazione appunto “divisa”, ma, forse più importante, rende possibile la diversificazione delle forme di sfruttamento della forza lavoro all’interno dello stesso territorio (quella che Fanon chiamò la “realtà proteiforme”, riferendosi alla colonia).
La “razza”, intesa ben oltre la questione del colore – ma come sistema di gerarchizzazione delle popolazioni sulla base di differenze socialmente costruite e dotate di un valore differenziale – è allora il discorso in grado di organizzare e gerarchizzare questo spazio interno attraverso il dispositivo del confine: esso distingue non solo autoctoni da “migranti”, ma produce una serie di sottocategorie (rifugiato, lungosoggiornante, permesso umanitario) che si intersecano in un regime differenziale di diritti e possibilità (di accesso ai mezzi di sussistenza).
È la politica degli Stati a riflettere la funzione principale del “discorso coloniale” che, per Homi Bhaba, consisteva anzitutto nella produzione di uno spazio materiale adatto alle popolazioni soggette. Inutile ribadire ciò che Lenin, più di cento anni fa, ricordava, ristabilendo, contro opportunisti e socialsciovinisti, la verità sulla posizione di Karl Marx sullo Stato: esso è l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra.
La instaurazione di confini – che sono sempre in qualche modo “confini di classe” – prova a livello indiscutibile che l’intero sistema di divisione di sovranità e territorialità tra gli Stati rilancia a livello globale questo rapporto di classe, producendo quello che Avallone nel testo chiama “l’apartheid globale”, in cui un pilastro della stratificazione sociale risulta essere l’accesso alla mobilità. In fondo il dispositivo razzista è un modo di posizionare le persone nella struttura e nei rapporti sociali di produzione, dunque una produzione della classe in ultima analisi.
Fa bene Avallone a intrecciare le questioni della gestione delle migrazioni con le necropolitiche coloniali a Gaza: fermo restando il primato delle strutture, è un punto importante del discorso coloniale quello di trasporre un rapporto tra soggetti in un rapporto tra soggetto e oggetto (che, nell’epistemologia occidentale e le sue radici giudaico cristiane, è un rapporto unidirezionale e di dominio: la natura a disposizione dell’essere umano).
La popolazione palestinese è costantemente – come quella “migrante” – resa “oggetto” di decisioni altrui, sinanche sull’apporto calorico quotidiano consentito. Pensiamo non solo al “tempo” (una attesa a un check point, da cui potrebbero tranquillamente mandarti indietro), ma, come ricorda Avallone, al fatto che
il governo totale della mobilità spaziale delle popolazioni indesiderate, considerate superflue o un ostacolo da superare per consentire rinnovati processi di accumulazione economica e di consolidamento del dominio politico è parte costitutiva (p. 127).
In tale rapporto pesa quella riduzione a cosa, una reificazione, che salda la resa ad oggetto di una popolazione con quel discorso umanitario che vuole gli altri riconosciuti come vittime prive di qualsiasi autonomia, e qualunque tentativo di andare oltre questo schema è ritenuto pericoloso:
o minaccia radicale – in quanto terroristi – o corpi affamati – e, dunque, da costringere ai cosiddetti aiuti umanitari. La popolazione di Gaza è stata sottoposta a un ordine del discorso simile a quello costruito dagli anni Novanta con riferimento alla popolazione immigrata – minaccia assoluta o umanità ontologicamente bisognosa dell’aiuto altrui – ma secondo una modalità totalizzante, accompagnata a un insieme di politiche e azioni militari che non le hanno lasciato alcuna via di uscita (p. 132).
Sono passaggi importanti, che rispondono alla necessità di chiarezza sulla sostanziale simmetria (William Blake avrebbe detto “l’agghiacciante simmetria”…) che caratterizza gli aspetti più esplicitamente repressivi delle politiche neocoloniali (che siano migranti o palestinesi) e quelli di natura umanitaria (per una posizione simile in ambito accademico, utile anche “governare la crisi dei rifugiati” di Miguel Mellino): il richiamo alla solidarietà umana, senza lotta di classe, si articola in quel collateralismo da Save the Children o Croce Rossa Internazionale.
L’eccedenza di forza lavoro, l’eccedenza di umanità che caratterizza il capitalismo razziale sia nella sua gestione dei rapporti tra le classi che in quelle verso gli esterni costitutivi dell’occidente collettivo, trova le sue collocazioni nell’ipercarcerazione come nel meccanismo della cosiddetta accoglienza, in grado a sua volta di estrarre valori da corpi marginalizzati: ne sono un esempio, come ricorda il libro, le fabbriche israeliane di armi che propongono strumentazione “testata” (sui palestinesi), nel cui mucchio ci vanno droni per la sorveglianza usati per i palestinesi come per i migranti.
Il libro analizza questi aspetti inserendoli in una cornice informativa generale: viene fatta una ricostruzione (ottima sia per completezza che per comprensibilità) dell’evoluzione legislativa che in Italia (ed in parte in Europa) è stata prodotta, mettendo in evidenza le due tendenze principali: l’esternalizzazione delle frontiere e il sempre maggiore legame tra permesso di soggiorno e permesso di lavoro.
Per il primo fenomeno si intende quel processo di delega a stati terzi (spesso conosciuti per brutalità) del controllo delle migrazioni, con accordi di collaborazione con paesi come la Libia (Minniti), il Sudan (il processo di Khartoum) e così via. A questo processo si accompagnano le dinamiche di militarizzazione delle frontiere, ovvero il sempre maggiore impiego di sorveglianza e di personale militare alle frontiere, un fenomeno che diventa costitutivo della stessa frontiera europea.
In questo, il caso di Frontex è emblematico: la sua nascita sancisce, di fatto, l’esternalizzazione delle frontiere di tutti i paesi dell’area Schengen su quelli che affacciano sul mediterraneo, e una applicazione di sorveglianza e controllo di tipo militare sia sui confini che sulle procedure interne.
Il secondo processo è molto più lampante e consiste nella sempre maggiore ricattabilità legata all’unica possibilità di ingresso e soggiorno legata al contratto di lavoro. La questione della militarizzazione delle frontiere consente ad Avallone di sottolineare l’esistenza di quello che Besteman chiama una “apartheid globale militarizzata” (che richiamavo dapprima a proposito della politica degli “Stati”)
per evidenziare le profonde diseguaglianze nella mobilità spaziale a livello mondiale, in particolare in relazione alla militarizzazione e all’esternalizzazione delle politiche di controllo delle frontiere, le quali sono giustificate dalla retorica securitaria e sostengono la riaffermazione della supremazia bianca all’interno del nuovo ordine globale razzializzato (p. 43).
Su questo aspetto, per chiudere il cerchio, come accennavo nelle righe iniziali, il testo articola bene la questione dello sfruttamento con l’ideologia suprematista:
il suprematismo è l’ideologia che alimenta la zona grigia diffusa che permette il funzionamento delle politiche migratorie di blocco, sofferenza e morte (p. 64).
La proposta di Avallone (già avanzata dall’Avvocato Fabio Marcelli, come ricorda proprio l’autore) è quella della possibilità di parlare di “migranticidio”: visti i numeri di morti del mediterraneo e visto il carattere “intenzionale” di produzione di morte lungo le rotte migratorie, la complicità con un sistema del genere dovrebbe essere perseguibile alla stregua del reato di genocidio.
In queste necropolitiche agirebbe, secondo Avallone, opererebbe quella logica che Primo Levi definì “zona grigia” : uno spazio in cui agiscono un insieme di funzionari (gerarchetti), molto disponibili all’obbedienza ed all’esercizio del potere e della violenza, in grado dunque di giocare un ruolo chiave nell’assoggettamento a quel potere, in ultima analisi detenuto da pochi.
Al di là della suggestione di Levi, che mi convince poco (l’autore sottolinea come lo stesso Levi non sarebbe d’accordo), mi pare che il libro descriva in maniera molto chiara l’intima connessione tra razzismo, colonialismo e capitalismo, anzi, probabilmente, la natura costitutiva di razzismo e colonialismo nel modo di produzione capitalistico: riprendendo l’idea di Marx sugli economisti come “sicofanti” del capitale, in grado di mistificare i rapporti materiali tra le persone dietro leggi presunte universali, Avallone ricorda:
Dunque, i sicofanti in questione ribaltano la realtà e non vedono che sono gli Stati a produrre soggetti immigrati deboli, così come oscurano il fatto che lo sfruttamento viene dal lato delle imprese, le quali, specialmente dove ci sono i contratti nazionali e la legislazione democratica del lavoro, non potrebbero fare discriminazioni tra lavoratori, non potrebbero agire differenziali salariali e occupazionali in base alla nazionalità. Lo sfruttamento [qui andrebbe detto: “le diverse forme dello sfruttamento”, in quanto il lavoro salariato è, per definizione, sempre sfruttamento], vale ricordato, è agito dal lato del capitale. È da qui che bisogna partire: nominando il sistema, il modo di produzione capitalistico, che, dentro specifici rapporti politici, di produzione e di riproduzione sociale, tende sistematicamente a produrre sovrappopolazione e a spezzare le possibili solidarietà e alleanze tra occupati, disoccupati e precari (p. 83).
Sono questi i temi che Gennaro Avallone porta al dibattito attraverso questo libro molto gradevole (Gennaro parla come una persona normale e scrive uguale: non ci sono arzigogolii accademici incomprensibili) e molto netto, utile ad affermare un punto di vista nello spazio pubblico. Consigliato.
*antropologo e docente alla Sapienza di Roma
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