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La morte di Patricio Guzmán e la memoria della sinistra in Cile

La scrittrice e regista Carmen Castillo commenta la scomparsa del grande documentarista della memoria cilena, in un momento in cui il presidente di estrema destra, José Antonio Kast, vuole cancellare l’epoca di Allende.

Introduzione

L’11 settembre gli Stati Uniti commemorano il 25° anniversario degli attentati al World Trade Center e al Pentagono. Contemporaneamente, in Cile, per la prima volta nella storia del Paese dal 1990, nessuna cerimonia ufficiale ha rievocato il ricordo un altro 11 settembre, quello del 1973, quando Salvador Allende, il presidente di sinistra democraticamente eletto, fu rovesciato dal colpo di stato militare guidato dal generale Pinochet.

L’attuale presidente cileno, José Antonio Kast, che rivendica il suo stretto legame con il dittatore deceduto nel 2006, vuole far scomparire il ricordo degli anni di Allende, la cui testimonianza e il cui omaggio più toccante è senza dubbio la grande opera del regista Patricio Guzmán, scomparso martedì 15 settembre a Parigi.

Il film La battaglia del Cile, una trilogia di oltre cinque ore, girato tra il 1972 e il 1973 e montato da Patricio Guzmán dopo essere stato costretto a un esilio che lo avrebbe portato prima a Cuba, poi in Spagna e in Francia, dopo essere stato arrestato e sottoposto a finte esecuzioni, documenta la speranza suscitata dal governo del presidente socialista.

La scrittrice franco-cilena (in particolare autrice del libro Un día de octubre en Santiago, pubblicato da Lom Ediciones, e regista di film quali La Flaca Alejandra, Calle Santa Fe e Aún estamos vivos), Carmen Castillo, militante del MIR (Movimento della Sinistra Rivoluzionaria), espulsa dal paese nel 1974, era amica di Patricio Guzmán.

Intervistata da Mediapart, ripercorre la sua carriera cinematografica e la potenza di un’opera capace di superare la deliberata amnesia che il nuovo regime di estrema destra in Cile cerca di imporre.

“Mediapart”: Patricio Guzmán, il grande regista della memoria cilena, muore proprio mentre, per la prima volta nella storia del Paese, non è stato organizzato nulla per commemorare l’11 settembre, la data in cui Salvador Allende fu rovesciato nel 1973.

Carmen Castillo: È questo che mi ha colpito in primo luogo. Di fronte all’oscurità imposta dall’estrema destra che governa oggi il Cile, con un presidente erede della dittatura di Pinochet che sceglie di tacere sull’11 settembre, la morte di Patricio Guzmán risveglia una memoria che José Antonio Kast vorrebbe seppellire.

La sua opera è più forte del silenzio e della censura che vorrebbero nasconderla. La sua morte rappresenta un ultimo saluto che porta con sé un messaggio: la memoria finisce sempre per imporsi sull’oblio. Se i morti, come scrisse John Berger, non restano mai dove li seppelliamo, la notizia della scomparsa di Patricio riporta alla luce un’opera più viva che mai.

Il suo cinema irrompe: apre una breccia attraverso la quale ci arrivano quelle immagini e quei suoni, quell’archivio sensibile della storia del Cile. Ricordiamo, torniamo a vedere i suoi film, e il passato inizia a circolare liberamente nel nostro cupo presente. Come un soffio di vita, riaccende la speranza.

Ma la sua morte – e il momento in cui avviene – ci ricorda anche che la democrazia cilena ha sbagliato nel cedere terreno nella battaglia delle narrazioni, non concedendo all’opera di Patricio, né a quella di altri cineasti, il posto che meritava. Non diffondendo ulteriormente le sue opere come strumenti per trasmettere e insegnare la vera storia del popolo cileno.

In altre parole?

Il suo grande film, La battaglia del Cile, girato tra il 1972 e il 1973 e il cui montaggio fu completato quando fu costretto all’esilio, fu proiettato per la prima volta in una sala cinematografica di Santiago solo nel 1997.

Ciò è avvenuto nell’ambito del FIDOCS, il festival di documentari da lui stesso creato affinché, finalmente, il cinema potesse essere visto in Cile. Quello spazio di incontro, riflessione e solidarietà celebrerà trent’anni a novembre.

Sopravviverà sotto questo governo di estrema destra? Quella proiezione del 1997, sette anni dopo il ritorno della democrazia, fu un evento magnifico. Tuttavia, non fu seguita da una vera e propria trasmissione sulla televisione nazionale. Si è dovuto attendere il 2021, e tramite un canale privato, perché il film fosse finalmente visto da un pubblico più ampio.

La “transizione cilena alla democrazia” ha commesso un errore colossale non mobilitando la memoria e la vividezza dell’esperienza di Salvador Allende, così come è rappresentata nel film di Patricio. Rifiutandosi di ingaggiare quella battaglia di narrazioni, quella battaglia culturale, ha lasciato il terreno della memoria di Allende nelle mani di narrazioni amnesiche.

Tuttavia, il cinema di Patricio disponeva di ciò che è necessario per aprire un percorso completamente diverso: infrangere temporalità congelate, strappare il passato dall’immobilità e trasformarlo in una forza attiva nel presente.

Da dove viene quella forza?

La battaglia del Cile è un’opera monumentale, riconosciuta in tutto il mondo. Anche la storia della sua realizzazione è magnifica. Ricordo la figura di Chris Marker, i suoi gesti concreti di solidarietà – la pellicola, il registratore Nagra, ecc. – di cui non voleva mai parlare.

Aveva visto Il primo anno, il primo film di Patricio, girato nel 1971, durante i primi mesi del governo di Salvador Allende, e gli era piaciuto. Nel 1972 venne in Cile e lo incontrai. Non avevo alcun legame con il cinema, ma, come ogni militante rivoluzionario dell’epoca, comprendevo l’importanza delle immagini, della musica, della poesia, della letteratura – insomma, della cultura – nella lotta politica per difendere Allende e il suo governo socialista democratico.

Il cinema di Patricio Guzmán, e in particolare la terza parte della trilogia, El poder popular, si fonda proprio su questa capacità di captare la realtà dall’interno del popolo stesso, il più vicino possibile ai corpi e alle lotte. Non si tratta di un’epopea statica né di una forma di “realismo socialista”, bensì di un’immersione nel cuore del movimento sociale.

Ciò è possibile, soprattutto, grazie alla sua collaborazione con Jorge Müller, militante del MIR [ndt: Movimento della Sinistra Rivoluzionaria] e straordinario direttore della fotografia. Lui sarebbe poi diventato uno dei desaparecidos durante la dittatura di Pinochet.

Qui, il documentario si costruisce a partire dagli esseri, dalle voci, dagli sguardi e dalle parole di coloro che sono gli autentici protagonisti di questa storia ancora incerta. Si tratta di un cinema politico che non incorre nella propaganda né in discorsi dimostrativi: un cinema il più vicino possibile al movimento, alle sue contraddizioni, alle sue speranze e alla sua verità.

L’ex presidente di sinistra Gabriel Boric ha alluso alla morte di un “gigante”. Nel contesto di una memoria politica cilena divisa quanto il Paese stesso. Patricio Guzmán è amato dalla sinistra e odiato dalla destra?

L’odio del campo di Pinochet si è da tempo concentrato sull’operato di tutti gli attori del mondo culturale, che, come è noto, sono per lo più di sinistra. Ma al di là della divisione tra destra e sinistra, è l’odio per l’uguaglianza ciò che governa la politica della destra e dell’estrema destra in tutto il mondo. Lo sappiamo da tempo: o socialismo o barbarie.

Lì, nel 1973, fu barbarie. Ma quelle immagini, quelle “immagini lucciole“, quel ricordo del massacro narrato ne La battaglia del Cile, circolavano in piena dittatura. La resistenza organizzò reti di comunicazione clandestine (Ictus e Teleanálisis, tra le altre) per diffondere video informativi in tutto il Cile.

Tra quel materiale, passato di mano in mano, c’erano anche delle videocassette del film. In questo modo, queste reti hanno mantenuto viva la fiamma, la luce, di un popolo in movimento durante il tempo di Allende, che Patricio aveva filmato.

Molti giovanissimi scoprirono queste immagini, come Marcelo Morales, direttore della Cineteca Nazionale del Cileno, che contribuì al restauro di La battaglia del Cile e organizzò, nel 2023, una proiezione speciale del film per commemorare il cinquantenario del colpo di Stato.

Da tempo, noi che ci dedichiamo alla cultura in tutte le sue forme, siamo nemici per la destra e i fascisti: oggi, in tutto il mondo, la minaccia cresce. Le forze distruttive della vita avanzano a volto scoperti. Loro sanno cosa significa trasmettere la storia dei vinti alle nuove generazioni.

Il cinema non cambia il mondo, certo. Ma può mostrarlo in modo diverso, nutrire il nostro immaginario. Il cinema documentario cileno, oggi guidato da nuove generazioni di donne e uomini cineasti, continua a lavorare sul presente e a combattere la battaglia della memoria tra vincitori e vinti.

Questo cinema può cogliere la malinconia delle nostre sconfitte e trasformarla in qualcosa di più: materiale per il domani. Perché riaccende emozioni intense. Perché narra ciò che è stato possibile. Perché cerca, tra le rovine, ciò che non è scomparso. Questo, di per sé, è speranza.

Cosa ci può dire del film Nostalgia della Luce, presentato a Cannes nel 2010, in cui Patricio Guzmán ha evocato le conseguenze della dittatura attraverso l’astronomia?

Dopo aver diretto film fondamentali e diretti, come Il primo anno, La battaglia del Cile e La memoria ostinata (quest’ultimo girato, se non sbaglio, nel 1995), Patricio Guzmán ha iniziato, con Nostalgia della Luce, una trilogia che avrebbe poi proseguito con Il bottone di perla e La cordigliera dei sogni, un filone di lavoro che lui stesso ha definito più poetico.

In essa, ha avvicinato la geografia cilena – la natura, il deserto, la cordigliera, le stelle – alle tracce lasciate dalla storia. Nostalgia per la Luce non è una statica contemplazione del passato. È più vicino a ciò che lo storico Enzo Traverso chiama “malinconia di sinistra“: una malinconia che non rinuncia al futuro e che riaccende le promesse non portate a termine riportando indietro i desaparecidos, anche nelle tracce che la memoria cerca tra le stelle.

Forse il cinema di Patricio Guzmán è sempre stato incentrato sulla costruzione, di fronte al nulla, di una memoria capace di rendere presenti le assenze, di dare forma a quello che lui chiamava “l’album di famiglia” di un paese, di una nazione.

* Intervista a Carmen Castillo pubblicata su MEDIAPART / Francia, 17 settembre 2026 – https://www.mediapart.fr/

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