Il saggio di Italo Di Sabato “La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario” (Momo edizioni) propone una lettura radicale delle trasformazioni politiche e sociali degli ultimi decenni, mostrando come il sistema penale sia diventato una forma ordinaria di governo delle società contemporanee.
Il libro parte da una tesi precisa: la crescita della repressione non è una risposta all’aumento della criminalità, ma il risultato del progressivo smantellamento dello Stato sociale. Dove arretrano i diritti, avanzano la polizia, il carcere e la legislazione d’emergenza. In questo processo, la sicurezza diventa il linguaggio attraverso cui si amministrano le disuguaglianze prodotte dal capitalismo neoliberale.
Attraverso una genealogia che va da Tangentopoli alla trasformazione dei sistemi elettorali, dalla centralità dei media alla costruzione della paura, fino alla normalizzazione della violenza poliziesca e all’espansione del carcere, il saggio ricostruisce la nascita dello Stato penale come paradigma politico. Un paradigma che non si limita a reprimere, ma produce consenso, ridefinisce la cittadinanza e trasforma il conflitto sociale in questione di ordine pubblico.
Al centro dell’analisi vi è la mutazione antropologica che attraversa la società: l’interiorizzazione della logica punitiva, la trasformazione dei cittadini in giudici permanenti, la costruzione di un blocco sociale che, pur essendo colpito dalle politiche neoliberali, finisce per difenderle in nome della sicurezza e dell’ordine.
È in questo terreno che si afferma un consenso reazionario di massa, che rende possibile la normalizzazione di politiche autoritarie all’interno di regimi formalmente democratici.
Il carcere, le istituzioni di controllo e la guerra stessa vengono letti non come eccezioni, ma come dispositivi strutturali di un modello di governo fondato sulla paura, sulla selezione e sulla punizione. In questo senso, la democrazia punitiva non rappresenta una deriva, ma una forma storica della democrazia contemporanea.
Contro questa trasformazione, il libro apre una prospettiva abolizionista non come utopia astratta, ma come critica concreta del presente e come orizzonte politico di ricostruzione del conflitto sociale, della giustizia e della democrazia.
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