Liberu rigetta in toto la proposta avanzata dal segretario nazionale del Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria), Donato Capece, che indica nella riapertura del carcere dell’Asinara e di Pianosa la soluzione ai problemi delle strutture detentive.
Secondo Capece queste carceri devono essere riaperte per risolvere le criticità legate soprattutto a problemi di violenza interna ai penitenziari, ospitando “piccoli numeri, sezioni autonome, elevato rapporto agenti-detenuti, videosorveglianza moderna, sistemi elettronici di sicurezza, allarmi individuali, comunicazioni radio affidabili, personale formato, assistenza sanitaria e psichiatrica permanente e tecniche di de-escalation e addestramento operativo”.
In primo luogo crediamo che gli atti di violenza e autolesionismo (con numerosi suicidi, ricordiamolo!) che si manifestano nelle carceri italiane non vadano trattati come un problema legato al comportamento del detenuto ma come un problema della struttura e dell’organizzazione carceraria. Gli atti di violenza del detenuto, contro sé e contro gli altri, sono effetto di una situazione insopportabile, una reazione a una detenzione disumana e crudele. Le carceri italiane sono fatiscenti, sovraffollate all’inverosimile, carenti di sistemi educativi e di riabilitazione, assolutamente impreparate a gestire emergenze legate ai problemi psichiatrici o di tossicodipendenza.
Lo Stato sempre più securitario e punitivo che viene proposto dall’estrema destra al governo non vuole in alcun modo pensare a diritti dei detenuti. Tantomeno prende in considerazione l’ipotesi di svuotare le carceri con la depenalizzazione di reati minori, come ad esempio l’uso della cannabis, in via di legalizzazione in tutto il mondo, ma che in Italia porta ogni anno in carcere altre migliaia di persone.
I dati ci dicono, ad esempio, che la metà di tutte le operazioni anti-droga condotte dalle forze dell’ordine è mirata al solo mercato della cannabis (hashish e marijuana). Eroina, cocaina, acidi, pasticche ecc., droghe pericolose che creano enormi danni e enormi profitti alla criminalità, occupano tutte insieme l’altra metà.
La soluzione dell’estrema destra italiana è sempre e comunque più galera per tutti. Salvo proteggere i propri parlamentari che la rischiano, come per esempio quando si evita di desecretare chat compromettenti scambiate con esponenti mafiosi, vedi caso Delmastro.
A ciò si accoda quindi il Sappe, che davanti a episodi di disperazione assoluta non trova migliore soluzione che riaprire quelli che furono orribili lager con una storia lugubre alle spalle, per istituire reparti “specializzati” per il trattamento di chi mostra segni di disperazione.
Una “soluzione” che, a nostro avviso, rinnoverebbe facilmente la nomea di lager di quei luoghi.
A prescindere dalla rozzezza con cui l’estrema destra, politica o sindacale che sia, affronta il problema carcerario, l’ipotesi conferma tutta la sua inconsistenza per il fatto che già da anni sia l’Asinara che Pianosa sono parchi naturali con vincoli severissimi e anche zona A di tutela assoluta.
Perciò, mentre tengono banco proposte strampalate che non tengono conto né del rispetto ambientale di alcune zone, né tantomeno dei diritti dei detenuti (la cui sistematica negazione è all’origine della violenza), l’intero sistema penitenziario italiano continua a vivere come una pentola a pressione, con un incredibile sovraffollamento e una politica giustizialista che per raccattare i voti della parte peggiore della società abbaia al criminale ogni giorno e, anziché dare lavoro e risposte concrete per evitare di delinquere, prospetta solo galera, galera e ancora galera.
Lo Stato italiano, come accade ogni volta che non sa come risolvere i suoi stessi problemi, ha sempre la stessa soluzione: cercare di scaricarli in Sardegna, la sua colonia d’oltremare, come con mille altre servitù, incluso il trasferimento dei detenuti del 41bis. Questa del Sappe, poi, non è che l’ultima proposta di stampo coloniale in ordine di tempo.
La respingiamo con fermezza come respingiamo, da sempre, ogni servitù e ogni trattamento coloniale della nostra terra.
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