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Bibi files: Il lawfare in salsa kosher

Guardando il film Bibi files viene il sospetto che possa essere la componente mediatica di una sporca operazione di lawfare. Un qualcosa che per certi versi non è difforme dai tentativi di “regime change” che abbiamo visto in tanti paesi del mondo, in cui si sono state usate inchieste giudiziarie (supportate dai media) per rimuovere dei personaggi politici.

La tesi del film è che Netanyahu abbia trascinato Israele in guerra per poter creare un clima di emergenza e unità nazionale che gli consentisse di non rispondere dei propri crimini economici (delle becere storie di corruzione). Il prossimo 27 ottobre in Israele ci saranno le elezioni e qualcuno vorrebbe togliersi di torno Netanyahu scaricando su di lui tutte le responsabilità del genocidio e assolvere così lo Stato d’Israele.

Dalle ricostruzioni del film appare plausibile che Netanyahu possa essere un corrotto, anche se si parla di regalìe di imprenditori per un totale di 250 mila dollari nell’arco di 10 anni, per lo più casse di champagne, scatole di sigari e qualche gioiello per la moglie. Nulla di così diverso da ciò che fanno tanti altri governanti in ogni parte del mondo.

Il film propone la mostrificazione di Netanyahu per aver preteso qualche dono e non per la mattanza che ha fatto a Gaza o in Libano. Questo è l’aspetto più stridente del film, il più inaccettabile.

Con tutte le critiche che si possono muovere a Netanyahu, non si può accettare una mostrificazione che non sia in primis per i crimini contro l’umanità.

In questa ottica risulta fastidioso anche il titolo che sembrerebbe ammiccare agli Epstein files. Con quella vicenda forse l’unico punto in comune è che non si tratta di normali inchieste giudiziarie, ma di operazioni di intelligence.

Tutto il film Bibi files si fonda su una serie di video degli interrogatori fatti a Netanyahu e alla sua corte. Video che non solo non potevano essere pubblicati, ma che soprattutto non potevano essere realizzati.

Si tratta di video fatti con telecamere nascoste nelle varie sale degli interrogatori e addirittura anche nello studio di Netanyahu – uno dei posti più vigilati al mondo ed in cui nessuno all’infuori dei servizi segreti potrebbe fare delle riprese – filmati in cui il Premier israeliano risponde anche su delicati temi di sicurezza nazionale.

In particolar modo in uno Stato come Israele – in cui operano alcune delle migliori agenzie di intelligence – non si può pensare che quelle riprese illegali non siano state fatte dai servizi segreti e che non siano state fatte uscire ad arte per interferire con le elezioni. Lì va quindi ricercato il senso dell’operazione.

Alla luce di ciò, si deve valutare come porsi rispetto al film, per scongiurare che in nome di una giusta rabbia ci si trasformi in strumento inconsapevole nelle mani del Mossad o parte di esso.

Giova anche segnalare che stando alla proposta di legge sull’antisionismo che è in discussione al Parlamento italiano, forse il film “Bibi files” potrebbe pure essere messo all’indice.

Infatti in un interrogatorio, il figlio di Netanyahu dice ai poliziotti che loro sono come la Gestapo. Risulta buffo dover dare ragione al figlio di Netanyahu, ma il paragone tra i sionisti e i nazisti è proprio una delle fattispecie che l’Italia vorrebbe vietare, etichettandola come antisemita.

Constatiamo che la stessa affermazione se la fa un sionista è legittima, ma se la fa un filo-palestinese no. Questo doppio standard riafferma l’ipocrisia di un provvedimento che non ha nulla a che fare con l’antisemitismo, ma è solo finalizzato a colpire chi critica Israele e i suoi crimini.

Il film Bibi files sembrerebbe una operazione d’apparato che cerca di fare di Netanyahu il capro espiatorio dei crimini d’Israele: toglierlo di scena per dare un grande colpo di spugna sul genocidio. Compito dei movimenti solidali con la Palestina è di ribadire che le responsabilità del genocidio sono dello Stato d’Israele e non di un singolo.

Dare visibilità a questo film può significare farsi usare in una operazione dei servizi segreti israeliani, pertanto sarebbe da non pubblicizzare almeno fino a dopo le elezioni. Cerchiamo di non fungere da strumento nelle mani dell’intelligence sionista.

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