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Libia. Beffata la “no fly zone” della Nato

Aerei del governo libico hanno bombardato i depositi petroliferi di Misurata dando fuoco ai serbatoi e scatenando incendi in tutta la zona portuale. Secondo gli insorti, citati da Al Jazeera, nonostante la no-fly zone le forze di Tripoli sono riuscite a far decollare alcuni piccoli aerei normalmente usati per spargere fertilizzanti e pesticidi in agricoltura. Sempre i ribelli riferiscono di aver informato la Nato di questa operazione dei lealisti ma di non aver sinora avuto alcun riscontro dall’alleanza. La fonte degli insorti spiega che a questo punto per Misurata si apre un altro grave problema. Quelle bombardate erano le uniche fonte di combustibile in città. Nei serbatoi distrutti c’era combustibile per almeno tre mesi. Sul piano della situazione interna in Libia, si registra un altro segnale negativo per i ribelli di Bengasi, infatti la conferenza nazionale delle tribù libiche riunita ieri a Tripoli ha riaffermato il suo sostegno a Gheddafi e definito “traditori” gli insorti che stanno combattendo il regime aiutati dalle potenze straniere, ma hanno anche chiesto un'”amnistia generale” per chiudere il conflitto. Tripoli dal canto suo ha commentato duramente l’ipotesi di finanziare i ribelli libici con i beni congelati all’estero al regime di Gheddafi è un «atto di pirateria», ha commentato il viceministro degli Esteri libico, Khaled Kaim. “La Libia, secondo il diritto internazionale, è ancora uno Stato sovrano e nessuno può utilizzare i suoi beni congelati”, ha affermato Kaim, accusando di ambiguità il Gruppo di contatto che nel recente vertice di Roma ha aperto alla possibilità di impiegare una parte di quei fondi.

“Se la Nato non farà maggiormente sul serio la “guerra di liberazione” potrebbe protrarsi in una sanguinosa impasse”. L’editoriale del NewYork Times, esorta la Nato, Stati Uniti compresi, ad agire unita per sconfiggere militarmente Gheddafi. Usa, Qatar e Kuwait “hanno promesso contributi generosi”, sottolinea il Nyt. “Le nazioni europee e gli altri ricchi paesi arabi “dovrebbero fare lo stesso”. Lo stallo in Libia, d’altra parte, rappresenta una “minaccia diretta più per l’Europa che per gli Stati Uniti”, ricorda l’editoriale. “L’Europa dipende pesantemente dal petrolio libico e una crisi prolungata causerebbe gravi carenze in Italia e altri paesi”.

Cresce intanto la pressione politica di Russia e la Cina per porre fine alla guerra civile e avviare i negoziati. Le autorità di Mosca e Pechino hanno dichiarato di volere unire i loro sforzi per ottenere una tregua in Libia, ribadendo la loro opposizione di principio a qualsiasi ingerenza e, in particolare, a un intervento militare terrestre. “Abbiamo deciso di coordinare i nostri sforzi per permettere la stabilizzazione della situazione e impedire sviluppi incontrollabili” in Libia, ha dichiarato il ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, al termine di un incontro con il ministro degli esteri cinese Yang Jiechi.

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