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Iran: “No war, no sanzioni”. Manifestazioni in Canada e USA. E a Roma

Tra Israele e Stati Uniti è evidente una differenza di vedute su come procedere contro l’Iran. Ma l’escalation militare è scattata e da alcuni segnali sembra che sia scattato anche il countdown: l’attacco dovrebbe partire a primavera, tra aprile e giugno. Certo, tutto dipenderà da come evolverà la guerra civile in Siria: Stati Uniti, Francia e petromonarchie del Golfo Persico cercano di evitare un intervento militare diretto contro Damasco, che potrebbe essere controproducente e comunque costoso, e mirano al foraggiamento dell’opposizione armata interna affiancata da commandos infiltrati. Ma lo scenario di guerra c’è tutto. E in Nord America sabato le organizzazioni no war hanno organizzato una prima ondata di manifestazioni contro l’ennesima aggressione militare. «No alla guerra. No alle sanzioni. No a un intervento» gli slogan urlati da alcune migliaia di attivisti in 80 città degli Stati Uniti e del Canada in occasione della «giornata d’azione di massa», convocata da una coalizione di associazioni pacifiste denominata ‘Answer coalition’. L’appuntamento a New York era a Times Square. Qui si sono radunati in 800 e si sono diretti alla sede dell’ambasciata statunitense all’Onu e al consolato di Israele. «Le azioni del governo iraniano non giustificano in alcun modo una dichiarazione di guerra da parte degli Stati Uniti» ha detto alla France presse Debra Sweet, direttrice dell’associazione ‘Il mondo non può più attendere’, uno dei 60 gruppi pacifisti e per la difesa dei diritti umani della coalizione 4 febbraio, che ha indetto la giornata di azione. Secondo il movimento no war «la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran è già iniziata» con le «sanzioni economiche dure» imposte contro Teheran e il «dispiegamento di porta aerei statunitensi nei pressi delle coste iraniane». I manifestanti sono scesi in piazza in tutte le principali città degli States: da Los Angeles a Boston, da Detroit a Chicago, da Phoenix a Nashville (http://www.answercoalition.org/national)

In contemporanea anche i cittadini statunitensi sparsi per il mondo si sono mobilitati contro un possibile conflitto contro l’Iran. A Roma sabato pomeriggio, nonostante l’ondata di maltempo e il blocco della circolazione alcuni attivisti del comitato ‘US Citizens for Peace and Justice’ hanno realizzato un flash mob davanti al Muro delle Mappe dell’Impero Romano (in via dei Fori imperiali, accanto al Colosseo)  e poi davanti alla tomba del milite ignoto in Piazza Venezia. “Perché questi due luoghi? Per dire ai nostri concittadini – scrivono gli attivisti – che, come l’imperialismo romano è stato sconfitto dagli stessi popoli che Roma ha cercato di sottomettere, l’imperialismo americano non potrà che fare la stessa fine purtroppo, dopo aver fatto un bel po’ di militi ignoti in più da seppellire. Pertanto sarebbe meglio desistere subito dai progetti di conquista militare del petrolio — nel caso presente, iraniano — e accontentarsi di comprarlo, come fanno gli altri paesi del mondo”.

Nel silenzio generale dei media che pure in passato non hanno perso occasione per dare spazio alla opposizione interna iraniana, è passato completamente inosservato un appello alla pace proveniente dall’interno della stessa “società civile” iraniana. «Non posso nemmeno immaginare che Israele attacchi l’Iran. Sarebbe la gente a pagarne il prezzo, mentre chi governa rafforzerebbe le sue posizioni facendo appello al nazionalismo, in particolare nelle piccole città. Ma anche con le sanzioni a pagare siamo noi, perché ci fate questo?». A parlare – intervistata dall’Ansa – è Leila, una ragazza che nel 2009 scesero in strada per contestare i risultati delle presidenziali vinte per la seconda volta da Mahmoud Ahmadinejad. 

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