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L’Europa vista dalla Linke

Bernard Riexinger, l’uomo che Lafontaine ha voluto per affiancare Katja Kipping nella Segreteria e bilanciare la rappresentanza al vertice con l’altra componente del partito, mostra il fare pacato dell’ex sindacalista che ascolta ma tira dritto per la sua strada. Lo incontriamo nella sede berlinese che fu anche la casa dello storico Kommunistische Partei Deutschlands.

Segretario Riexinger, Die Linke rischia di spaccarsi?

Tutt’altro. La stragrande maggioranza di noi pensa che il partito possa avere un senso solo come partito globale tedesco che non deve perdere l’unità.

Nel congresso Gysi ha accusato i compagni dell’ovest di salire in cattedra, Lafontaine ha parlato di animosità personali, il partito appare frazionato

Fra i due esponenti non ci sono differenze di linea, forse esistono sul modo di considerare la condizione del partito che ha correnti tradizionali e di sinistra. C’è una diversità, enorme, fra il seguito elettorale dell’est che oscilla dal 20 al 25% e dell’ovest compreso fra il 3 e 7%, questo squilibrio può incidere sulle strategie. Dopo il confronto nel congresso uno dei compiti dell’attuale direzione, di cui faccio parte insieme alla compagna Kipping, consiste nel rimettere insieme le due anime. Ci piace evidenziare l’80% che ci unisce rispetto al 20% che ci divide.

Qual è il ceto che più vi vota?

Il nostro elettorato ha redditi medio-bassi, a questo nocciolo s’aggiunge uno strato intellettuale. Dove esistono conflitti sociali Die Linke riscontra consensi.

Il Piratenpartei vi ruba voti antagonisti?

No, sebbene un elettorato di protesta è attratto da questa lista che di recente ha avuto un buon seguito. Il fenomeno però sembra già regredire perché diversi cittadini si rendono conto che sui grandi temi: crisi dell’occupazione e crisi dell’euro “i pirati” non sono in grado di fornire indicazioni.

E voi cosa dite: l’Europa dell’euro avrebbe bisogno di un’Europa politica che non è mai esistita, si può invertire la tendenza?

Esistono due possibilità: o la serie di misure tipo i fiscal compact producono un’egemonia dell’idea neo liberale oppure le forze che si battono per un’Europa democratica e sociale riescono ad affermarsi. Purtroppo le politiche attuali, che provengono in gran parte dalla linea del governo tedesco, corrispondono a una forte polarizzazione sociale, un vero processo di perdita della democrazia. Nei partiti filo capitalisti di destra e sinistra la linea è la stessa ed essa distrugge le velleità delle realtà sociali esistenti. C’è il grosso rischio che tale tendenza dia corpo a politiche populiste e reazionarie, perciò risulta determinate se in Europa la sinistra arriva a pensare una moderna alternativa e soprattutto inizia a realizzarla.

Nel secolo che Hobsbwam ha definito breve l’Europa è stata la fucìna dei nazionalismi che hanno scatenato terribili conflitti, la crisi e le trasformazioni geopolitiche del mondo possono riproporci questi incubi?

Purtroppo sì. L’Unione Europea ha un’anima esclusivamente monetaria e questa scelta porta in sé le radici della crisi che si manifestano con forme ricorrenti e virulente, per questo motivo occorre dire basta alla subordinazione della politica ai dettami dei mercati finanziari. Die Linke ha fatto varie proposte fra cui quella che la Banca Europea presti denaro direttamente alle banche nazionali. Si uscirebbe dalla trappola degli interessi che frenano la crescita. Noi, ad esempio, chiediamo che in Germania i salari vengano aumentati tenendo conto che il mancato reinvestimento degli avanzi di bilancio nei salari tedeschi provoca uno scompenso sia nella nostra economia sia in quella delle nazioni Ue che non dispongono di tale surplus.

La politica del rigore in ogni Paese Ue, debitore o meno, si traduce in un cappio alla gola dei ceti popolari, cosa dice la Sinistra europea?

Per questo non solo è necessario che la sinistra operi in maniera concertata in Europa ma diventa centrale la questione di chi paga i debiti. Noi abbiamo proposto una tassa sulle grandi fortune e sui patrimoni che crescono più rapidamente dei debiti. Questa tassazione e la redistribuzione della ricchezza devono diventare punti cardine per la sinistra del nostro continente.

C’è una Sinistra, non solo in Grecia, che vuole uscire dall’euro, Die Linke cosa pensa: sarebbe un bene, sarebbe un male e per chi?

Pensiamo che non sarebbe una buona soluzione perché porterebbe a un drammatico processo d’immiserimento della crescita. Noi sosteniamo la posizione di chi dice: restiamo nell’euro senza pagare gli interessi e rifiutiamo le imposizioni della Troika, crediamo che quest’idea potrebbe aprire maggiori prospettive. Il problema è che c’è una grande convergenza fra le forze socialdemocratiche e conservatrici che può portare a una dissoluzione dell’euro. Sembrerebbe che tali componenti siano accomunate dal pensiero che un sistema economico come quello europeo possa funzionare in presenza di economie diverse senza meccanismi di compensazione sociale.

Si può parlare di difesa della classe in Europa o le tempeste finanziarie conducono i lavoratori di ciascuna nazione a difendere corporativamente se stessi?

Il compito di ogni movimento di lavoratori è di lottare per la difesa dei propri interessi all’interno di ogni singolo Paese. Naturalmente certi problemi sono comuni perciò sarebbe un pessimo viatico vedere una soluzione solo all’interno dei propri confini. Sotto il dominio di un capitale globalizzato le lotte possono avere sbocchi positivi in un quadro di collaborazione fra chi è investito dal problema comune, come lo sono i ceti popolari di ogni nazione europea. Io vedo ovunque vivacità e resistenza, lo scontento è enorme, le proteste montanti, servono proposte alternative. L’attacco del capitale è fortissimo, è fondamentale che si formino organizzazioni che uniscano le forze per un’alternativa al neo liberismo.

(si ringrazia Giustiniano Rossi per la traduzione dal tedesco)

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