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L’Egitto in piazza contro Morsi

Ore 23 Nel pomeriggio il bilancio degli scontri ad Assiut è salito ad almeno alti 3 morti tra i manifestanti anti Morsi. Lo ha reso noto il capo della sicurezza locale, il generale Abou El-Qassem Abou El-Deif, secondo il quale i tre stavano manifestando davanti alla sede del partito Libertà e Giustizia, braccio politico deiFratelli Musulmani.
  Sempre ad Assiut si contano anche 8 feriti tra cui un agente di polizia. In totale sono 4 le vittime odierne in quella che le forze armate hanno definito la “più grande manifestazione di protesta della storia egiziana”. Militari che finora hanno sostenuto il presidente, eletto esattamente un anno fa, ma che potrebbero sempre decidere, come fecero nel 2011 con Honsi Mubarak, di cambiare fronte o quanto meno di non difendere Morsi. La stessa fonte ritiene che sarebbero non piu’ di 25.000 i simpatizzanti pro-Morsi riuniti nel quartiere Nasr City del Cairo.
La principale forza di opposizione, il Fronte di salvezza nazionale, ha esortato i circa 17 milioni (stimati dalla stessa organizzazione) scesi in piazza al Cairo e nelle altre città, a manifestare «pacificamente a oltranza» fino a quando Morsi non avrà ceduto e si sarà dimesso.

Ore 21.02 Voci di fuga dall’Egitto di alcuni leader dei Fratelli Musulmani.

Ore 21 – L’esercito egiziano ha lanciato lo stato di massima allerta in tutte le unita’ e stabilito una unita’ di operazioni col ministro della Difesa Abdel Fattah el Sissi e il capo di stato maggiore per seguire la situazione e assicurare lo spiegamento il piu’ rapido possibile in caso di crollo della sicurezza. Lo ha detto un portavoce militare.

Ore 20.51 Il quartier generale dei Fratelli Musulmani nel quartiere cairota di Moqqattam e’ in fiamme. La Fratellanza ha denunciato che circa 150 manifestanti, fra le centinaia di migliaia scesi in strada per chiedere le dimissioni del presidente Mohamed Morsi, hanno assaltato il loro quartier generale al Cairo lanciando molotov. Il portavoce del movimento Gehad El-Haddad ha riferito di essere in contatto con il personale all’interno del complesso.

Ore 20.05 Il Fronte di salvezza nazionale ha esortato i manifestanti a restare in piazza ”pacificamente” e a non collaborare con un governo ”fallito”. In una nota il cartello delle opposizioni annuncia ”a nome del popolo egiziano la fine del regime” e si dice fiducioso che ”proteggera’ la rivoluzione fino alla transizione pacifica del potere”.

Ore 19.55 Un morto, la prima vittima della giornata, e sette feriti e’ il bilancio degli scontri fra pro e anti Morsi nella citta’ di Beni Suef nell’alto Egitto, dove oggi sono state incendiate due sedi del partito di Fratelli musulmani. Lo riferiscono fonti locali, secondo le quali la vittima e’ un islamico.

Ore 19.30 Le forze di sicurezza del Cairo hanno arrestato 26 persone in un appartamento in un quartiere della capitale egiziana in possesso di coltelli, canne di ferro, caschi e giubbotti anti proiettile. Lo scrive l’agenzia Mena specificando che si tratta di appartenenti a movimenti islamici. Altre tre persone, scrive la Mena, sono state arrestate in possesso di coltelli nei pressi del palazzo presidenziale di Ittahadeya.

Ore 10.00 In migliaia si stanno radunando in diverse città egiziane per la manifestazione contro Morsi e il suo regime indetta dalle opposizioni, nel primo anniversario della salita al potere del governo islamista.

Al Cairo migliaia di persone si sono ritrovate di fronte al palazzo presidenziale e in Piazza Tahrir. Intanto la campagna Tamarod ha annunciato la raccolta di 22 milioni di firme che chiedono le dimissioni del presidente, elezioni anticipate e una nuova Carta Costituzionale. Morsi è intervenuto, mettendo in dubbio la validità delle firme: alle elezioni presidenziali votarono per i Fratelli Musulmani almeno 13 milioni di egiziani.

La manifestazione di oggi è stata preceduta da scontri e sit-in in tutto l’Egitto: venerdì ad Alessandria tre persone sono state uccise, tra loro un cittadino americano, mentre ieri a Suez un ordigno è esploso durante una manifestazione.

da Nena News

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Un punto di vista da tenere assolutamente presente è quello della crisi economica, vera base su cui si è innestata una protesta che ha anche evidenti risvolti culturali,  religiosi, di costume. Da IlSole24Ore online.


Egitto, la gente scende in piazza per le mancate risposte alla crisi economica

Ugo Tramballi

IL CAIRO – È per le mancate risposte a una crisi economica precipitosa che gli egiziani occupano di nuovo le piazze e chiedono le dimissioni di Mohamed Morsi. Eppure, dice un diplomatico europeo, «la situazione è tragica ma non seria». Gli esperti ricordano che il debito pubblico è passato da 33 a 45 miliardi di dollari: se per la fine dell’anno non si trovano altri 20 miliardi, oltre a quelli già dati dagli arabi del Golfo, dalla Libia e dalla Turchia, l’Egitto fallisce.

È la parte “tragica” della questione. Poi c’è quella che la rende “non seria”. Il sistema bancario locale ha una grande liquidità: «Raccolgono 100 e investono 60», spiega il manager di un istituto privato. Ma questo è il meno. Oltre 48 milioni di egiziani – la metà della popolazione – non hanno alcun rapporto con le banche: non un conto, mai visto un assegno né un bancomat. Sono soprattutto commercianti, titolari di piccole e medie imprese, e i loro dipendenti. È una montagna di denaro che in parte resta sotto il materasso, in gran parte circola. Difficile quantificarla. Solo nel commercio, nell’industria e nei servizi sono un milione e mezzo d’imprese con otto milioni di impiegati.

Infine, come in ogni Paese arabo, c’è la rete familiare, il sistema di garanzia sociale forse più efficiente e pratico al mondo. È tutto questo che rafforza in molti egiziani la pericolosa convinzione che il loro sia un Paese “too big to fail”: troppo importante per fare bancarotta. A un forum italo-egiziano organizzato dal nostro ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari, gli ospiti egiziani di ogni credo politico e convinzione economica si stupivano indignati che i 4,8 miliardi offerti dal Fondo Monetario Internazionale richiedessero “condizioni”: riforme economiche, sociali e democrazia. Ma in piazza anche gli oppositori stanno gridando slogan contro il “colonialismo” dell’Fmi.
Sono convinti che l’Egitto debba essere aiutato in quanto Egitto. Come hanno fatto i Paesi della regione: Libia, 2 miliardi più 1,5 in petrolio; Turchia 2; sauditi 1; Qatar 8 promessi, quasi 5 sborsati. Il loro aiuto non era condizionato da nessuna richiesta. È solo diverso il tasso d’interesse del prestito: 3,5% (il Qatar ha rimodulato il suo al 3). Il Fondo offre il suo all’1,5%. E non si tratta solo di 4.8 miliardi ma almeno del doppio: il sì del Fondo sarebbe una apertura di fiducia al Paese. Dalla Ue, dalla Banca europea di sviluppo e da altre istituzioni multilaterali arriverebbe una cifra come minimo uguale.

Ma, appunto, è un problema di credibilità. Le insondabili risorse interne sotto i materassi dall’Alto Nilo al Delta e l’aiuto degli arabi permettono all’Egitto di non fallire, non di crescere né di evitare le proteste di piazza. Le riserve valutarie sono appena risalite sopra il livello di guardia: da 13 a 16 miliardi di dollari. Ma non sono certezza di investimenti internazionali, infrastrutture, radicali riforme. I sussidi all’energia – una richiesta di riforma pressante del Fondo – drenano più dell’8% del Pil e non garantiscono la parte più povera della società: secondo il World Food Program dell’Onu fra il 2009 e il 2011 il 15,2% della popolazione è scivolata nella povertà, il doppio di quella che ne è uscita. Ma un altro degli slogan forti delle manifestazioni è contro l’eliminazione dei sussidi.

Nel Paese sul quale forse piove cinque giorni l’anno, solo l’1% dell’energia elettrica consumata viene dal solare: esclusa dai sussidi, una unità costa il 150% più di una ad energia tradizionale. Il portavoce dei Fratelli musulmani al potere, Mourad Mohammed Aly, garantisce che il governo ha già varato «un piano quinquennale per ristrutturare i sussidi. Dobbiamo farlo: solo le compagnie telefoniche l’anno scorso hanno avuto un miliardo e 200mila litri di benzina a prezzo politico». Ma Ishac Diwan, direttore per il Medio Oriente al Centro per lo sviluppo internazionale di Harvard, ricorda che «potrebbe passare una generazione prima di realizzare le riforme».

Il problema del Medio Oriente, enfatizzato dal Paese più popoloso della regione e un tempo il più autorevole, è quello di un modello economico. «Diversamente dall’Europa dell’Est più di 20 anni fa, quando molti andarono verso il modello economico della Ue, oggi i Paesi arabi in transizione sono privi di un vero modello per la loro destinazione economica finale», sostiene Masood Ahmed, il direttore regionale del Fmi.

Tutti gli uomini della Fratellanza che contano sono anche uomini d’affari. Lo sono Khairat al-Shater e Hassan Malek, i possibili candidati alla successione di Morsi, se il presidente dovesse dimettersi sotto la spinta delle manifestazioni. Malek ha creato la Egypt Business Development Association, la Confindustria della fratellanza. Nel biglietto da visita di Mohammed Aly non è indicato il suo ruolo di portavoce del movimento ma di “Regional Managing Director” di Lundbek, multinazionale farmaceutica.

Per questa vocazione imprenditoriale del suo movimento, le opposizioni accusano Morsi di non essere diverso da Mubarak. Dopo un anno di potere, l’idea di un laissez faire egiziano, coltivata da al-Shater e dagli altri, è stata ammorbidita dalla necessità di qualche compromesso importante. Soprattutto con i militari perché si sentissero rassicurati: per loro nulla cambierà con l’Islam politico al comando. Le privatizzazioni e il liberismo della fratellanza si fermano ai cancelli dei grandi kombinat industriali di modello sovietico, controllati dalle forze armate.

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