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Colombia: sanguinosa repressione contro movimenti sociali e partiti di opposizione

Le ultime vittime della persecuzione politica sono il leader contadino Giovany Leiton,  e il professore universitario Francisco Toloza. 

Il corpo senza vita di Leiton, con segni di tortura, insieme a quello della sua compagna, è stato  ritrovato lo scorso 4 gennaio a San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó.
Lo stesso giorno Francisco “Pacho” Toloza, dirigente del movimento politico e sociale Marcia Patriottica, conosciuto anche in Italia per aver partecipato ad un tour di presentazione di tale movimento, è stato arrestato nella città di Cúcuta, capoluogo del dipartimento del Norte de Santander.
La ridicola accusa a suo carico sarebbe quella di “reclutatore di giovani” per l’insorgenza rivoluzionaria delle FARC. Le presunte prove di tale delitto sarebbero state trovate, al solito, in uno dei computer recuperati nel corso dell’operazione di esercito colombiano e CIA statunitense, volta ad assassinare il Comandante Jorge Briceño.
Secondo un copione che sarebbe ridicolo, se non fosse tragico, per l’ennesima volta le bombe yankees, capaci di radere al suolo ogni cosa nel raggio di decine di metri dal punto d’impatto, avrebbero lasciato intatti hard disk e chiavette USB.
Già una volta, come un gigantesco boomerang, questo trucco del regime colombiano è stato smascherato persino dalla sua stessa magistratura, che ha definitivamente sentenziato l’impossibilità di utilizzare i computer presuntamente ritrovati nell’accampamento diplomatico del Comandante Raúl Reyes, anch’egli assassinato per mezzo di un bombardamento, come prove a carico del professor Miguel Angel Beltrán, docente universitario arrestato in Messico nel 2009 e incarcerato in Colombia con l’accusa di “ribellione”; eppure il regime ci riprova, cambiando i nomi ma mantenendo pressoché uguale la macchinazione.
Il raggiungimento di una duratura e reale pace con giustizia sociale non può prescindere dalla possibilità di esprimere liberamente la propria posizione politica; e finché non verrà smantellata la struttura fascista dello Stato colombiano, gli oppositori politici rischieranno ogni giorno di essere incarcerati o assassinati dal terrorismo di Stato.

Macabro bilancio 2013: non cessa il terrorismo di stato in Colombia

Nonostante l’operazione di maquillage portata avanti dal governo Santos, e lo sviluppo dei dialoghi al Tavolo dell’Avana, nel 2013 l’ultrareazionaria e sanguinaria oligarchia colombiana ha continuato a perpetrare, ed aumentato, i crimini contro il popolo attraverso lo strumento maestro per l’esercizio del dominio di classe, vale a dire il terrorismo di Stato.
Nonostante i cambi di etichetta (Bacrim, Rastrojos, Águilas Negras) che il governo ha fatto per evidenziare un’inesistente discontinuità con le falsamente smobilitate AUC, i paramilitari proseguono le loro mattanze, in piena e costante collaborazione con l’Esercito e la Polizia.
A differenza del suo fanatico e stizzoso narco-predecessore Uribe, il presidente “Jena” Santos è stato costretto ad ammettere le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle Forze Armate del regime, ma questo non ha impedito, nell’anno appena trascorso, l’assassinio di 65 leaders comunitari in lotta per la restituzione delle terre, e di 26 sindacalisti.
Il paese mantiene i suoi tristi primati, con il 64 % di sindacalisti uccisi nel mondo, i 2,6 milioni di bambini fra gli 0 e i 5 anni che vivono in condizioni di povertà, e gli oltre 5,7 milioni di sfollati interni. Senza contare i quasi 10.000 prigionieri politici e di guerra che marciscono nelle carceri tomba del regime.
Anche da questi pochi, ancorché drammatici, dati, è possibile comprendere che finché le condizioni che determinano questi scempi non saranno smantellate, e dunque il carattere fascista dello Stato colombiano non sarà completamente disarticolato, non saranno eliminate le cause che hanno portato alla nascita dell’insorgenza colombiana, e non sarà possibile raggiungere la Pace con Giustizia sociale di cui il martoriato popolo colombiano ha un disperato bisogno.

Lo Stato Colombiano condannato per lesa umanità

 

Lo scorso 27 dicembre la Corte Interamericana per i Diritti Umani ha sentenziato che lo Stato colombiano è “internazionalmente responsabile” di abusi contro civili commessi durante un’operazione militare.
Secondo la Corte, lo Stato colombiano e i gruppi paramilitari hanno collaborato nella cosiddetta operazione “Génesis”, che ebbe luogo fra il 24 ed il 27 febbraio del 1997 nel martoriato dipartimento del Chocó, non adempiendo “all’obbligo di garantire il diritto all’incolumità personale”.
La Corte ha inoltre indicato che abitanti delle comunità del Cacarica furono forzosamente sfollati a causa di azioni compiute “da gruppi paramilitari in collaborazione con l’Esercito colombiano”.
Nella sentenza viene poi giudicato l’assassinio di Marino López, un abitante della regione che subì “atti crudeli, inumani e degradanti” da parte dei paramilitari, atti tuttavia “attribuibili allo Stato per via della collaborazione prestata da agenti della forza pubblica a questi gruppi nel corso delle operazioni, cosa che facilitò le incursioni contro le comunità del Cacarica”.
La Corte esige che lo Stato colombiano realizzi un evento pubblico di riconoscimento delle proprie responsabilità internazionali per i fatti occorsi, e che venga prestata assistenza alle vittime, nonché di portare avanti le indagini, troppo spesso insabbiate o indirizzate verso un esito di assoluta impunità dei carnefici.
Da sempre in Colombia -e molte sentenze internazionali lo riconoscono – militari e paramilitari rappresentano due facce della stessa medaglia, strumento del terrorismo di Stato per accaparrarsi le risorse del paese a spese del popolo; e il riconoscimento del ruolo dello Stato in queste violazioni, così come il risarcimento alle vittime, sono componenti essenziali per il raggiungimento, ed il mantenimento, di una vera Pace con Giustizia sociale.

Fonte: www.nuovacolombia.net

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