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Scambio di prigionieri tra Usa e talebani

“Coi terroristi non si tratta!”. Oppure, sì… dipende da cosa c’è da scambiare, non certo da presunti valori morali superiori. Dipende anche dall’intelligenza tattica di chi deve trattare, e in Italia questa è sempre stata piuttosto scarsa, per usare un eufemismo…

L’unico americano prigioniero in Afghanistan è stato liberato dopo quasi cinque anni, in cambio del rilascio di cinque detenuti talebani di Guantanamo. Il sergente Bowe Bergdahl è stato consegnato ieri alle forze speciali americane da un gruppo di 18 talebani.

In contemporanea, cinque prigionieri di Guantanamo sono stati trasferiti sotto la custodia del Qatar, che ha giocato un ruolo determinante nella mediazione fra Washington e i talebani.

Le autorità americane si augurano che l’accordo si traduca in un dialogo più ampio con i ribelli mentre le forze americane si ritirano dal Paese. Un augurio “sorprendene”, dopo 13 anni di invasione occidentale che ha prodotto disastri di ogni tipo meno l’obiettivo dichiarato; “ripulire” il paese dai talebani e riconsegnarlo alla “democrazia”. A distanza di tanto tempo e morti, insomma, gli Stati Uniti hanno capito che non è il caso di insistere ed è meglio lasciare che gli afghani se la vedano tra di loro (e non sarà un bello spettacolo, probabilmente), augurandosi che ci possano essere sviluppi positivi con chiunque vinca, talebani compresi.

Un insegnamento da ricordare ogni volta che vi racconteranno della “necessità imprescindibile” di invadere qualche altro paese in nome della “democrazia” e della “lotta al terrorismo”.

I talebani naturalmente festeggiano e in una nota esprimono la loro “grande soddisfazione” ed “immenso piacere” per il rilascio dei cinque di Guantanamo.

Si autocongratula anche Barack Obama, con l’occhio ai consensi interni piuttosto che ai “sacri valori” strombazzati nei discorsi ufficiali. Nel ringraziare il Qatar per il ruolo svolto ha spiegato che ”La liberazione del Sergente Bergdahl ci ricorda l’impegno fermo dell’America a non lasciare nessun uomo o donna in uniforme sul campo di battaglia”.

La decisione di effettuare lo scambio è diventata però immediatamente occasione di scontro politico interno. “Ha violato la legge. Ha fornito un incentivo per catturare gli americani. Ha trattato con i terroristi. Ha rilasciato cinque detenuti di Guantanamo che hanno le mani sporche di sangue americano e afghano”.I repubblicani hanno messo sui giornali tutti i loro soliti argomenti.

Polemiche rinfocolate dal mullah Omar, capo dei talebani afghani, che ha cantato vittoria per la trattativa e la scarcerazione dei suoi uomini, ringraziando il Qatar per la mediazione e l’accoglienza.

Mentre in Afghanistan il governo del povero Karzai ha fatto sapere di ritenere «illegale» il trasferimento dei detenuti afghani in Qatar e ne ha chiesto la liberazione immediata.

Quasi incredibile la faccia di tolla del segretario alla Difesa Chuck Hagel: «Non abbiamo trattato con terroristi», ha affermato, augurandosi che lo scambio di prigionieri sia «un’apertura» nelle possibili trattative fra Stati Uniti e talebani. Lo scambio è stato giustificato dal fatto che «la sicurezza e la salute di Bergdahl erano in pericolo, dovevamo salvargli la vita»

Il primo a prendere di mira Obama è stato il senatore John McCain: «Voglio sapere quali misure sono state prese per assicurare che questi terroristi non tornino a combattere contro gli Stati Uniti o si impegnino in attività che possono danneggiare le prospettive di pace e sicurezza in Afghanistan». Lo scambio potrebbe avere conseguenze sul resto «delle nostre forze e su tutti gli americani», hanno avvertito subito dopo il presidente della commissione militare della Camera, Howard McKeon, e il più alto repubblicano in carica nell’analoga commissione del Senato, James Inhofe. «Ha trattato con i terroristi e questo – ha affermato il presidente della Commissione di Intelligence della Camera, Mike Rogers – è un cambio fondamentale nella politica americana».

L’amministrazione Obama – secondo fonti citate dalla stampa americana – è consapevole che la legge non è stata seguita. Ma quando ha firmato la norma lo scorso anno, Obama sostenne che la richiesta di notifica al Congresso era incostituzionale e che avrebbe potuto aggirarla. Cosa che evidentemente ha fatto. Oggi, intanto, Bergdahl è arrivato in Germania, al centro medico di Landsthul, dove sarà curato. E sono iniziati a trapelare dettagli sui suoi lunghi cinque anni nelle mani dei talebani: ha bevuto molto tè verde, ha giocato a badminton e persino celebrato il Natale con i suoi rapitori, ha rivelato un leader dei ribelli nella regione.

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