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Kenya: assalto jihadista all’università di Garissa. Strage di studenti

Il terrore islamista sembra non avere più confini ed operare ‘efficacemente’ in Africa quanto nel Maghreb e in Medio Oriente. L’assalto di ieri al campus dell’università di Garissa, in Kenya, si è risolto con un massacro di studenti. All’alba di ieri un commando di integralisti islamici probabilmente provenienti dalla Somalia – uno dei paesi distrutti e tribalizzati dall’intervento occidentale nei decenni scorsi, diventato preda dei fondamentalisti sunniti – ha ucciso due guardie di sicurezza ed ha fatto irruzione nei dormitori. Gli studenti – tra gli 800 e i 900 – sono stati prima radunati in grandi aule e poi separati sulla base della loro appartenenza religiosa: i musulmani sono stati liberati, i cristiani uccisi sul momento oppure presi in ostaggio. Alla fine della giornata, dopo l’intervento dei corpi speciali delle forze di sicurezza di Nairobi, il bilancio è gravissimo. Finora sono 147 i morti accertati, soprattutto studenti, più due poliziotti, un soldato e due vigilantes. Ma c’è anche un alto numero di feriti – un’ottantina secondo le autorità – e di circa trecento studenti si sono perse le tracce. Potrebbero essere stati rapiti oppure potrebbero essersi allontanati dal campus senza comunicarlo alle autorità per sfuggire all’assalto. Nel blitz, oltre a molti ostaggi, sono stati uccisi anche quattro componenti del commando jihadista, mentre un altro – ma le notizie sono confuse – sarebbe stato arrestato.
Oggi diversi quotidiani nazionali, primo fra tutti il Nation, ipotizzano però che il bilancio effettivo della strage “potrebbe essere ben più grave” ed essere addirittura il doppio rispetto a quello dichiarato dalle istituzioni. La maggior parte della stampa del paese sottolinea inoltre come, nonostante le dichiarazioni rilasciate dal ministro della Sicurezza Interna, Nkiaissery, ieri sera alle 21 indicassero che “l’assedio era concluso e l’assalto ufficialmente terminato” durante la notte continuavano a risuonare gli echi di colpi d’arma da fuoco all’interno del campus.
Come mai, si chiedono i quotidiani di oggi, le guardie addette alla sicurezza di un campus con oltre 800 studenti erano solo due nonostante i numerosi allarmi lanciati nei giorni scorsi su possibili incursioni dei jihadisti contro gli atenei? 
Intanto le autorità hanno imposto un coprifuoco notturno sulle quattro contee al confine con la Somalia.
A rivendicare l’ennesimo attacco terroristico in territorio kenyota è stato Sheikh Ali Mohamud Rage, portavoce degli Shaabab, un’organizzazione integralista somala, che ha giustificato il massacro affermando che «il Kenya è in guerra con la Somalia e dunque la nostra gente ha la missione di uccidere chiunque è contro gli Shabaab». Già il 21 settembre 2013 gli Shaabab somali compirono un sanguinoso blitz all’interno di un centro commerciale a Nairobi, uccidendo 67 persone, compresi 13 cittadini stranieri. Ma non si contano gli attentati e gli attacchi indiscriminati in territorio kenyota dopo che nel 2011 l’esercito di Nairobi intervenne in Somalia contro il dilagare dei fondamentalisti. L’ultima azione eclatante di Shaabab risaliva a meno di due mesi fa, quando un commando di integralisti attaccò il Central Hotel di Mogadiscio uccidendo più di 20 persone, compresi alcuni deputati somali. Qualche mese prima, a novembre, vicino al confine con la Somalia un gruppo di estremisti fermò un autobus diretto a Nairobi: anche in quel caso i musulmani – almeno quelli che sapevano leggere – furono risparmiati, mentre i presunti cristiani vennero giustiziati sul posto.

Mentre Boko Haram, organizzazione attiva in Nigeria, Niger e altri paesi africani, ha recentemente giurato fedeltà al leader dello Stato Islamico, Shaabab appartiene alla galassia di Al Qaeda. Gli Shaabab (“gioventù” in arabo) hanno fatto la loro comparsa ormai dieci anni fa quando in Somalia era in corso una guerra civile tra le forze fedeli all’occidente e le cosiddette Corti Islamiche, milizie islamiste contro le quali intervennero le truppe della vicina Etiopia. Quando queste si ritirarono, nel 2007, il nuovo gruppo, assai più estremista delle Corti Islamiche, sferrò un attacco in grande stile contro il Governo di Transizione Somalo riconosciuto dalla cosiddetta ‘Comunità Internazionale’, riuscendo in poco tempo a conquistare la Somalia centro meridionale, compresi molti quartieri di Mogadiscio. Comportandosi in maniera diversa rispetto alle altre organizzazione del network di Al Qaeda, Shaabab creò una sorta di Stato nei vasti territori passati sotto il proprio controllo, dove gli integralisti hanno imposto una versione rigidissima della sharia molto simile a quella adottato dai talebani in Afghanistan. Solo l’intervento dell’esercito del Kenya nel sud della Somalia, nel 2012, ha ridimensionato e indebolito l’organizzazione che pur controllando alcune piccole porzioni del territorio nel paese del corno d’Africa si dedica ora ad attacchi in diversi paesi dell’area, potendo contare anche su molti jihadisti stranieri. A settembre il loro leader Moktar Ali Zubeyr, noto col nome di battaglia di Ahmed Godane, venne ucciso in un raid statunitense, e il governo di Nairobi considerò la notizia il de profundis definitivo del movimento che aveva già sparso il terrore nel paese. Ma il dilagare dei jihadisti di Al Nusra in Siria e di Al Qaeda nel sud dello Yemen – sostenuti dall’Arabia Saudita e dalla coalizione sunnita che pochi giorni fa è intervenuta con una massiccia operazione militare anche contro gli sciiti yemeniti – ha agevolato non poco il ritorno di fiamma dei fondamentalisti somali che ormai hanno cessato di essere un’organizzazione ‘nazionale’ e anzi sono diventati una sorta di internazionale jihadista attiva non solo a Mogadiscio, ma anche in Etiopia, Kenya e Uganda, con una capacità militare non indifferente e una rediviva forza d’attrazione per i nuovi combattenti provenienti da vari paesi africani e non.
La feroce vitalità degli Shaabab, unità alla crescente capacità offensiva di Al Nusra che in Siria nelle ultime settimane è riuscita a conquistare diversi territori strappandoli sia all’esercito regolare sia ad altri gruppi di ribelli islamici sotto il controllo delle petromonarchie e dell’occidente sembra dimostrare un ritorno di fiamma di Al Qaeda, la cui stella sembrava offuscata nei mesi scorsi dal prepotente emergere dello Stato Islamico, oggi in crescente difficoltà di fronte all’avanzata dell’esercito iracheno e delle milizie sciite in Iraq e dell’esercito siriano e delle milizie curde a Damasco.

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