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Il Donbass tra competizione globale, resistenza antifascista e lotta di classe

Chi si ostina ad avere delle vicende internazionali una visione manichea o mitologica rischia alla lunga di rimanere assai deluso, e di prendere lucciole per lanterne. La mancanza di un punto di riferimento chiaro a livello internazionale per le forze progressiste e antimperialiste e i rapporti di forza sfavorevoli ad ogni ipotesi di cambiamento radicale dal punto di vista socio-economico rendono assai difficile l’affermarsi di ipotesi politiche organizzate e stabili in controtendenza rispetto allo status quo. 
Eppure nelle regioni orientali dell’Ucraina da più di un anno sopravvivono e in qualche modo si rafforzano delle statualità sperimentali sorte in reazione al colpo di stato filoccidentale realizzato a Kiev nel febbraio del 2014 da forze nazionaliste o apertamente fasciste. Il golpe scaturito da Maidan, oltre ad imporre l’ingresso del paese nell’orbita della Nato e dell’Unione Europea e a consegnare tutto il potere nelle mani di pochi voraci oligarchi, ha innanzitutto affermato la propria identità negando quella delle popolazioni russofone che rappresentano la maggioranza nelle regioni del sud est ucraino e che non hanno accettato il nuovo regime fondato su uno sciovinismo che nega la loro identità culturale e storica e che rivaluta l’oscura e criminale pagina del collaborazionismo con gli invasori nazisti nel corso della seconda guerra mondiale. 
La scelta da parte del regime di adottare fin da subito la carta della repressione militare, sostenuta dagli Stati Uniti e dalla Nato oltre che dagli appetiti degli oligarchi interessati a mettere le mani sulle ricchezze minerarie del Donbass, ha fatto il resto. La strage di Odessa – con decine di sindacalisti, attivisti di sinistra o semplici manifestanti o lavoratori assassinati all’interno della Casa dei Sindacati da parte delle bande fasciste supportate dal nuovo regime e dagli sponsor internazionali – ha rappresentato per molti versi il fattore scatenante di una ribellione che a Lugansk e Donetsk ha assunto forme stabili, organizzate, armate e anche politiche e che invece in altre località è stata presto schiacciata. Le popolazioni dell’est si sono convinte – non a torto – del fatto che non c’era spazio per loro, per la loro identità, per le loro aspirazioni all’interno della “nuova” Ucraina banderista ed hanno così dato vita a delle entità autonome – le Repubbliche Popolari – che hanno dato non poco filo da torcere al regime di Yatseniuk e Poroshenko.
Riprendendo l’avvertenza con cui abbiamo aperto quest’intervento, sarebbe sbagliato dare di queste esperienze una visione mitologica che pure può appagare alcune necessità identitarie all’interno di una sinistra poco avvezza all’analisi concreta della situazione concreta e spesso alla tifoseria. Le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk vanno difese e supportate per l’elemento di resistenza politica e popolare (oltre che militare) che oggettivamente rappresentano all’interno di un paese divenuto vittima dall’intervento di potenze straniere e di un imperialismo – nella doppia veste statunitense ed europea – che pur di perseguire i propri scopi egemonici non si è fatto scrupolo di demolire un paese come l’Ucraina, sostenendo le forze più scioviniste e soffiando sul fuoco delle divisioni culturali ed etniche fino a scatenare una guerra civile che ha prodotto decine di migliaia di vittime e distruzioni immani. Uno scenario che, all’interno di un mondo squassato dalla competizione globale tra poli imperialisti in concorrenza, vedremo riprodursi sempre più spesso. Appare quindi evidente che analizzare lo scenario ucraino decontestualizzandolo da quello di un globo divenuto campo di battaglia tra potenze concorrenti rischia di consegnarci una visione limitata, parziale e quindi inadatta.
E’ in questo quadro che le tendenze e le forze effettivamente in campo vanno considerate per quello che sono, e non per quello che vorremmo che fossero. E’ ad esempio palese che la Federazione Russa rappresenti nello scacchiere della competizione globale uno dei soggetti aggrediti dalla crescente voracità degli imperialismi statunitense ed europeo e che Mosca non possa in alcun modo accettare senza reagire l’assorbimento violento dell’Ucraina all’interno dello spazio economico e militare occidentale. E’ altresì evidente che senza l’aiuto russo – non solo del governo, ma anche di forze politiche e organizzazioni non necessariamente espressione del Cremlino – la resistenza novorussa avrebbe avuto vita assai più difficile. Se la Russia non può essere considerata una potenza imperialista è altrettanto evidente che all’opposto non può e non dev’essere considerata neanche una sorta di Unione Sovietica rediviva e sotto mentite spoglie – al di là dell’intelligente utilizzo putiniano della storia sovietica e dell’epopea della Grande Guerra Patriottica – e che Mosca supporterà le Repubbliche Popolari del Donbass nella misura in cui queste non metteranno a rischio equilibri interni ed internazionali che vedono la Russia sulla difensiva e in una condizione di svantaggio. Non è un segreto che alla realizzazione degli accordi di Minsk hanno contribuito soprattutto le spinte di Putin e dell’Unione Europea – interessati alla ricucitura di un conflitto che rischia in qualsiasi momento di prendere una brutta piega e di diventare irreversibile – mentre contro il cessate il fuoco e una risoluzione anche politica del contenzioso hanno operato, per motivi diametralmente opposti, sia le forze estremiste ucraine e l’amministrazione Usa da una parte sia, sull’altro fronte, alcune consistenti forze alla base delle esperienze delle Repubbliche Popolari. 
Il quadro oggi è più ingarbugliato che mai e lanciarsi in schematiche previsioni rischia di costituire un esercizio inutile quanto dannoso. Il cessate il fuoco regge, più o meno, da mesi, ma lo spettro di una ennesima offensiva delle forze armate ucraine e dei battaglioni neonazisti è dietro l’angolo, a maggior ragione dopo un periodo di relativa calma che il regime di Kiev ha utilizzato per riorganizzare le proprie forze sfruttando l’addestramento delle proprie truppe da parte dei consiglieri di Washington e di Londra. 
Mosca non può cessare di difendere la ribellione dell’est ucraino, se lo facesse subirebbe una sconfitta sul campo nei confronti delle pretese europee e statunitensi che potrebbe avere un effetto a catena in tutto lo spazio ex sovietico, già contraddistinto da una penetrazione economica e militare da parte della Nato che di fatto stinge il territorio russo in una morsa. Inoltre, se Putin e la sua cerchia dovessero mostrarsi arrendevoli sullo scenario ucraino, la classe dirigente di Mosca subirebbe l’ostilità e la rabbia di ampi settori della propria popolazione che già chiedono una risposta più contundente nei confronti dell’aggressione di Washington e Bruxelles. 
Ma ciò non vuol dire che la Federazione Russa sosterrà le rivendicazioni delle forze indipendentiste del Donbass a qualsiasi costo. Escluso già all’inizio della ribellione uno scenario come quello messo in atto in Crimea, Mosca sembra spingere per una federalizzazione dell’Ucraina che permetterebbe il mantenimento dell’influenza russa nell’est senza rompere formalmente l’integrità territoriale del paese. Il che cozza non solo con lo sciovinismo della nuova classe dirigente di Kiev e con le spinte guerrafondaie dei suoi sponsor – Stati Uniti, Repubbliche Baltiche, Polonia… – ma anche con le rivendicazioni e le aspirazioni di una parte delle forze protagoniste della resistenza a Lugansk e a Donetsk e che mai e poi mai accetteranno un ritorno della sovranità ucraina sul Donbass, seppure ‘temperata’ da una certa autonomia. Le spinte e le controspinte rispetto a questo tema sono più che evidenti e costituiscono l’elemento alla base della dura trattativa in corso – spesso lontano dai riflettori dei media internazionali – tra i rappresentanti locali e i governi dell’Ue e della Russia, con contraddizioni non certo secondarie anche all’interno dei rispettivi campi.
Contraddizioni rilevanti che esistono e rischiano di allargarsi anche in altri ambiti, come ad esempio quello della dialettica tra ‘civile’, ‘politico’ e ‘militare’. Se è vero che fin dall’inizio la ribellione del Donbass si è dotata di strumenti di governo formali e di meccanismi – per quanto imperfetti – di sanzione popolare degli organismi chiamati a governare, è anche vero che lo scenario bellico continua a concedere alle milizie e alle forme militari di organizzazione una rilevanza che spesso sovrasta l’ambito civile e che in alcuni casi entra in aperta contraddizione con l’infrastruttura politica. Di recente i governi delle due repubbliche hanno imposto a tutte le milizie formatesi spontaneamente nella prima fase della ribellione di sciogliersi e di integrarsi nelle forze armate ufficiali, ma alcune formazioni resistono a questa decisione, gelose non solo della propria autonomia militare ma anche della propria identità e progettualità politica specifica. 
E’ il caso ad esempio della Brigata Prizrak e dell’Unità 404, animate da centinaia di combattenti esplicitamente comunisti e antifascisti, e che nella zona visitata recentemente dalla Carovana Antifascista  coordinano numerose attività di sostegno alla popolazione – come la ‘Mensa Popolare di Alchevsk – e di gestione di attività economiche miranti a fornire loro autonomia economica e alimentare. 
E’ evidente che non si possono rappresentare le Repubbliche Popolari del Donbass come entità monolitiche, e che al loro interno agiscono forze e dinamiche a volte non coincidenti o addirittura in contrapposizione, come è ovvio che avvenga sulla spinta di un ‘normale’ conflitto politico e dell’esplicitarsi della lotta di classe che in un quadro di scontro bellico assumono spesso una manifestazione di tipo militare e quindi ancora più irriducibile.
La missione della Carovana Antifascista in Donbass a inizio maggio ha fornito alle realtà che vi hanno partecipato l’occasione per toccare con mano una situazione contraddistinta da diverse faglie. Da una parte vi sono i governi locali – che rappresentano forze e identità politiche composite, che vanno dai comunisti fino alle formazioni nazionaliste e tradizionaliste – con le loro esigenze di controllo e di normalizzazione, dall’altra formazioni politico-militari che resistono all’istituzionalizzazione e che tentano di sfruttare l’indeterminatezza della situazione per imporre una visione sociale ed economica più avanzata. Ovviamente i conflitti non mancano, a partire da quelli sulle competenze e con sullo sfondo il difficile rapporto con il governo russo e gli interessi della classe dirigente di Mosca.
Il Forum Internazionale che si è tenuto ad Alchevsk l’8 maggio scorso ha rappresentato una cartina di tornasole rispetto alle contraddizioni politiche e di classe in campo nelle Repubbliche Popolari. Alle varie delegazioni internazionali – provenienti da molti paesi europei ma anche dalla Russia – si sono aggiunte numerose realtà della sinistra comunista e antimperialista ucraine e del Donbass, e gli interventi dei vari rappresentanti hanno permesso ai partecipanti di avere una visione complessiva più vasta. Al piano della resistenza popolare e militare all’aggressione del regime ucraino – e al suo carattere oggettivamente antifascista e antimperialista – si è aggiunto quello della riflessione sulle prospettive dell’esperienza novorussa e sul valore che l’esperienza delle Repubbliche del Donbass assume nel quadro internazionale segnato dallo scontro interimperialistico e da una crescente tendenza alla guerra. 
E’ intanto emersa una differenza di non poco conto rispetto alla prospettiva alla quale lavorano le diverse forze comuniste e antifasciste in campo: se alcune considerano prioritario il consolidamento dell’indipendenza delle Repubbliche Popolari fuori dalla statualità di una Ucraina che si considera ormai perduta per sempre, altre considerano la liberazione del Donbass come il primo passo di un processo di liberazione che non può che concludersi a Kiev con la cacciata dei golpisti e l’uscita dall’area di influenza dell’Ue e della Nato. Non sono mancate nei diversi interventi dei ‘locali’ sfumature intermedie, anche in considerazione del fatto che all’interno del territorio ucraino si muovono comunque forze politiche antigolpiste pur sottoposte a una durissima repressione e che negli ultimi mesi hanno fatto la loro comparsa anche delle formazioni clandestine ed armate che si dedicano a colpire i gruppi e le milizie fasciste e a sabotare i rifornimenti verso il fronte, in particolare a Odessa e Kharkov.
Mentre gli interventi delle delegazioni comuniste internazionali hanno ribadito e spiegato il proprio schieramento a favore della battaglia in corso nella Novorossija all’interno di un’ottica internazionalista e antimperialista, i rappresentanti locali non hanno lesinato critiche anche frontali nei confronti dell’amministrazione della Repubblica Popolare di Lugansk. Che, d’altronde, il giorno prima aveva fatto sapere agli organizzatori dell’Ais (“Antifascismo, Internazionalismo, Solidarietà”) che il forum in programma non era gradito entrando così di nuovo in contrapposizione con la Brigata Prizrak  e con l’Unità 404 che invece si sono assunti la responsabilità di patrocinarne lo svolgimento in uno splendido teatro di Alchevsk. 
E’ stato lo stesso Alexey Mozgovoy – comandante della ‘Brigata Fantasma’ – ad aprire i lavori del forum con il suo intervento, ribadendo una scelta di campo che va al di là della pur sacrosanta difesa delle caratteristiche ento-linguistiche o nazionali delle popolazioni del Donbass e che fa riferimento ad una battaglia per l’alternativa sociale ed economica allo status quo che ovviamente impensierisce le oligarchie che fanno riferimento a Mosca, oltre naturalmente a quelle che si sono impossessate del potere a Kiev.
Una scelta di campo ribadita anche da Alexey Markov, commissario politico dell’Unità Comunista 404, secondo il quale la situazione reale sul campo contesta la gabbia terminologica e concettuale che da più parti si vorrebbe imporre alla lotta delle popolazioni del Donbass. Markov ha descritto una realtà composita che rifugge dalla semplificazione “ucraini vs russi” e che ha a che fare con aspirazioni sociali al cambiamento comuni a molte delle forze in campo in quella che ha definito ‘lotta di liberazione’. Purtroppo, ha dovuto ammettere il commissario politico della ‘404’, i comunisti e i socialisti sono peggio organizzati rispetto alle tendenze patriottiche o tradizionaliste, anche se negli ultimi mesi numerosi gruppi hanno tentato di fare qualche passo in avanti nel coordinamento e nel protagonismo politico. A detta di Markov la resistenza del Donbass è una lotta popolare che non può contare su ‘stati amici’ e che quindi deve guardarsi anche dal pur importante sostegno che viene da pezzi dell’oligarchia locale o russa e che in qualsiasi momento può essere sospeso in virtù di una possibile ricomposizione con le classi dominanti di Kiev e dei paesi imperialisti. “Noi non lottiamo solo per liberare l’Ucraina dai fascisti ma anche per costruire una società che risponda alle esigenze del popolo, una prospettiva che non interessa certo alla Russia che anzi mira a difendere lo status quo dal punto di vista economico e politico e che punta a un compromesso con l’Unione Europea lontano dagli interessi del popoli” ha spiegato Markov. “Non lottiamo per distruggere il popolo dell’Ucraina che è nostro fratello ma vogliamo costruire uno stato più giusto e libero. Per questo lottano le persone che rischiano la loro vita ogni giorno” ha aggiunto il dirigente comunista, secondo il quale “le idee sono più forti del potere e del denaro, perché forniscono una motivazione insormontabile alla lotta. Con il sostegno delle popolazioni, delle persone umili e della solidarietà internazionale anche la lotta di una minoranza organizzata come la nostra può affermarsi come avvenne in passato a Cuba oppure in Vietnam”. 
Da sottolineare la presenza al Forum di tre diverse formazioni comuniste provenienti dalla Federazione Russa e anche di una interessante realtà ucraina come Borotba, con la presenza ai lavori di un giovane scampato alla strage di Odessa.

* da www.retedeicomunisti.org

 

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