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Barcellona. Sono due le sinistre che hanno vinto le elezioni

A due giorni dalle elezioni amministrative in Catalogna le informazioni che sono arrivate al bel paese possono essere definite semplicemente con una parola: confuse.

É cosa certa che spiegare la realtà catalana non è sempre facile, soprattutto per lo scenario indipendentista che complica la lettura di una realtà politica già frammentata, ma é anche un fatto notorio che ci sia una certa disattenzione, se non proprio una volontà manipolatoria, nel trattare quanto accade a Barcellona e dintorni.
Fatto sta che i risultati mostrano un forte vento di cambiamento su tutto il ‘Principato’. Iniziando dalla capitale, Barcellona, che vede una nuova formazione politica che si presenta per la prima volta alle elezioni comunali diventare la forza politica più votata. Il suo nome? Barcelona en Comú (Barcellona in Comune). Guidata e rappresentata principalmente da Ada Colau, ha potuto raccogliere una grossa fetta di elettorato stanco del sistema conservatore e delle sue politiche, colpito continuamente da casi di corruzione e dallo spreco del denaro pubblico.
La candidatura di Barcelona en Comú nasce più di un anno fa durante la proposta (spinta tra gli altri da Ada Colau e da Jaume Asens) di una nuova lista per la candidatura alle seguenti municipali, denominata inizialmente Guanyem Barcelona.
Ada Colau, come molti già sanno, é stata per anni militante non solo della PAH (il movimento antisfratti ‘Plataforma dels afectats de la hipoteca’ nata dopo lo scoppio della bolla immobiliare del 2008) e prima ancora di ‘V de Vivenda’, la versione barcellonese del Movimento per la Casa Degna, sviluppatosi in varie parti del territorio iberico già attorno al 2006. L’avvocato Jaume Asens, invece, é stato molto vicino ai movimenti sociali, specializzato in temi penali, difesa dei diritti umani e difesa dei movimenti da una repressione sempre più dura.
Si parla quindi di un’area dei movimenti sociali molto attiva ma non necessariamente radicale – anzi spesso contraddistinta da posizioni relativamente moderate rispetto al resto delle forze in campo – che ad un certo punto decide di organizzarsi per concorrere alle municipali di domenica scorsa. Una volta messo in piedi il progetto, viene chiesto a diversi partiti e organizzazioni politiche di confluire in una grande lista unica. Tra i primi ad aggiungersi furono il Partido X e Iniciativa per Catalunya Verds (una sorta di sinistra arcobaleno italiana, già al governo della regione all’epoca del tripartito, in compagnia del Partit Socialista de Catalunya e di Esquerra Republicana de Catalunya). Questo partito, fortemente criticato per le responsabilità politiche dei passati governi non certo contraddistinti da politiche antiliberisti e per la indecisione rispetto al processo indipendentista, non ha però avuto timore di iniziare a inserirsi in un processo più ampio, come quello messo in moto da Guanyem.
In seguito alla coalizione si è aggiunta anche Podemos Barcelona, partito che si stava formando e che non aveva altre alternative se non iniziare a partecipare in uno spazio già in costruzione, considerando che la nuova formazione appena costituitasi mancava di strutture e radicamento.
La costruzione della lista comune ha visto anche momenti di confronto con altri progetti paralleli miranti a costituire liste unitarie per la candidatura alle comunali. La principale era la ‘Trobada popular municipalista’, promossa dalla sinistra radicale indipendentista, in particolar modo dalla Cup (Candidatura d’Unitat Popular) e dalle organizzazioni che la compongono (Endavant, MDT,Aarran, etc). Ma alla fine l’accordo non si trovò, fondamentalmente perché la sinistra indipendentista voleva formare una lista con un forte carattere anticapitalista e antisistema, e vedeva in ICV un partito incapace di poter condividere un discorso di critica radicale all’esistente (anche perché a livello nazionale la formazione ‘vanta’ debiti con la Caixa di ben 14 milioni di euro il che certo non rafforza la sua autonomia politica e ne sconsiglia prese di posizione troppo nette).
Al termine di questo confronto e di una parziale ricomposizione, l’area dei movimenti che aveva deciso di partecipare alle elezioni si trovava diviso in due: quella appartenente all’area dell’attivismo più moderata entrava in ‘Barcelona en Comú’, mentre l’area della sinistra indipendentista dava vita a una candidatura di rottura denominata “Capgirem Barcelona” (ribaltiamo Barcellona) guidata principalmente dalla CUP.
La differenza tra queste due candidature non era solo a livello ideologico (più riformista o più rivoluzionaria, più o meno anticapitalista), ma anche a livello territoriale. Infatti, mentre Barcelona en comú é rimasta legata principalmente all’area Metropolitana Barcellonese (anche se la struttura è stata copiata da altri collettivi operanti in altre aree) il progetto elettorale della CUP pretendeva di estendersi a tutto il territorio catalano (e finanche alla regione di Valencia, rivendicata dalla componente pancatalanista della sinistra indipendentista come parte del territorio nazionale).
Per entrambe le esperienze é stato un successo, anche se in modo differente. Infatti la CUP, nel territorio catalano, ha ottenuto un 7,14% dei voti, raddoppiando il 3,48% delle elezioni regionali del 2012, diventando la quarta forza politica regionale dopo CiU, ERC e PSC (e davanti abbondantemente al PP catalano quasi scomparso dalla mappa politica). La coalizione ha ottenuto anche alcuni sindaci, seppure in comuni di piccole dimensioni, e ha sfondato anche nel Pais Valencià ottenendo consiglieri dove non ne aveva mai eletti.
A Barcellona, con uno storico risultato, la sinistra radicale indipendentista è riuscita ad ottenere 3 regidors (consiglieri), che sicuramente interessano a Ada Colau per poter formare un governo, visto che il risultato di BeC di 11 regidors non è sufficiente a raggiungere la maggioranza di 21 per governare a Barcellona. Secondo quanto dichiarato ieri dalla candidata della coalizione vincitrice, gli unici accordi possibili sono con PSC, ERC e CUP.
E qui iniziano i problemi. La CUP ha da sempre dichiarato di non essere disponibile a fare la stampella di nessuno. D’altra parte Bosch, candidato di ERC (indipendentisti di centrosinistra), ha dichiarato che é importante capire il posizionamento sulla questione nazionale di BeC, che durante tutta la campagna elettorale ha accuratamente evitato di schierarsi per l’opzione dell’indipendenza e anche solo di citare argomenti riguardanti il futuro assetto politico della Catalogna. Proprio oggi Ada Colau ha dichiarato che BeC è sempre stata a favore del diritto a decidere del popolo catalano, strizzando così un occhio verso l’area indipendentista. Sappiamo però che una affermazione così vaga a favore del “dret a decidir” può voler dire tutto o niente. Molti partiti che per anni hanno parlato insistentemente del Diritto a Decidere non si sono poi posizionati rispetto al referendum del passato 9 novembre 2014, convocato proprio su questa materia dalle forze esplicitamente indipendentiste. E altri, a livello nazionale, come Podemos, hanno sempre aggiungo un piccolo dettaglio a queste affermazioni: sono a favore della proposta di tenere un referendum sull’indipendenza della Catalunya ma solo nel rispetto della legge vigente. Un trucco, perché sulla base dell’attuale sistema normativo il referendum è legalmente impossibile.
Il PSC (socialisti), che ha perso 10 rappresentanti, passando da 14 a 4, risulta fortemente ridimensionato, e sta lentamente scomparendo dalla scena politica catalana, o almeno barcellonese. Non posizionandosi mai sulle questioni indipendentiste e incapace di contrastare logiche neoliberiste interne al proprio partito, ha generato sfiducia e malcontento anche tra i propri votanti e militanti.
Resterà ora da vedere che possibili legami si possono stabilire tra ERC e PSC assieme a Barcelona en comú, per un possibile nuovo governo – si spera – più legato ai movimenti sociali e alle loro rivendicazioni antiausterity e antiautoritarie, e che possa rompere il supplizio degli ultimi anni del governo municipale di Trias (esponente di CiU), caratterizzati da una pesante gentrificazione e turistizzazione di Barcellona, considerate l’unica opzione a disposizione.

* Barcellona

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