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Merkel e Hollande: “la Crimea è russa”

E’ iniziato già ieri, all’indomani del vertice parigino del “quartetto normanno” (Hollande-Merkel-Porošenko-Putin), il ritiro dalla linea di demarcazione nel Donbass delle artiglierie di calibro inferiore ai 100 mm, dopo che quello degli obici di calibro superiore era già stato deciso dagli accordi di Minsk del febbraio scorso e parzialmente attuato, pur se in maniera incompleta e intermittente da parte delle forze armate ucraine.
L’operazione è stata avviata ieri dalla Repubblica popolare di Lugansk, i cui rappresentanti hanno detto di sperare in un sollecito e uguale passo da parte ucraina. Le autorità della Repubblica di Donetsk si sono dichiarate pronte a fare lo stesso, a condizione che il cessate il fuoco venga osservato dalle forze ucraine fino al 18 ottobre e documentato dall’Osce. L’accordo relativo al ritiro delle armi era stato sottoscritto lo scorso 30 settembre, nel corso della riunione del Gruppo di contatto a Minsk.
Al di là all’accordo sul ritiro delle artiglierie, la notizia forse più importante che esce dall’incontro parigino di venerdì è quella secondo cui Angela Merkel, mentre sottolinea che non esiste nessun legame tra la situazione siriana e gli accordi del Minsk-2, dichiara che l’attuazione di quegli accordi consentirà all’Ucraina di ristabilire la propria sovranità, ma senza la Crimea.
Nella conferenza stampa congiunta realizzata al termine dei colloqui, Merkel e Hollande (Putin e Porošenko non hanno rilasciato dichiarazioni) hanno evidenziato come si siano fatti passi avanti nell’applicazione degli accordi di Minsk, si sia sostanzialmente rispettato il cessate il fuocod e hanno enunciato i successivi passi: accesso dei rappresentanti dell’Osce a tutto il territorio ucraino e ritiro di tutte le armi leggere. Vladimir Putin è tornato ancora una volta su quella che Mosca considera la condizione indispensabile di ogni accordo duraturo: il dialogo diretto tra leadership di Kiev e delle Repubbliche popolari, che ha costituito sinora la principale pietra d’inciampo, a causa del rifiuto da parte ucraina. In generale, la Tass scrive che il “quartetto normanno” si attiene agli accordi del Minsk-2, ma ammette di non poter rispettare le scadenze fissate.
Dall’incontro parigino, è uscita infatti la posizione comune dei quattro leader sulla necessità delle elezioni locali ma, affinché i risultati siano legittimi e inoppugnabili, queste verranno rinviate di qualche tempo e, in relazione al voto, dev’essere fuori discussione la garanzia di immunità per i candidati delle regioni di Donetsk e Lugansk. Hollande ha inoltre dichiarato che, dopo il voto, la cui validità dovrà essere garantita dall’Osce, alle due regioni verrà concesso uno status speciale, dapprima temporaneo e poi permanente. Per attestare il rispetto degli accordi, è stato fissato al prossimo novembre l’incontro dei Ministri degli esteri del “quartetto normanno”. Secondo il Minsk-2, il voto nelle Repubbliche popolari avrebbe dovuto tenersi entro il 31 dicembre e DNR e LNR lo avevano addirittura già fissato per il 18 ottobre. Hollande ha dichiarato che, per attuare le formalità che ne garantiscano la piena legittimità, la data dovrà essere probabilmente spostata e pare che Putin si sia impegnato a influire sul Gruppo di contatto affinché le elezioni si tengano secondo la legislazione generale ucraina, che però, ad oggi, non le prevede.
Sulla questione del rinvio, diversi commentatori russi sottolineavano già venerdì sera come la garanzia di un voto sicuramente inoppugnabile possa forse far accettare un breve differimento. Su questo punto, non si sono però ancora espressi i rappresentanti di DNR e LNR, in attesa di ricevere informazioni ufficiali, che verranno loro presentate alla riunione del Gruppo di contatto, fissata nei prossimi giorni a Minsk. Solo in via ufficiosa, la LNR si è dichiarata disposta al rinvio.
E mentre il presidente francese immortalava la stretta di mano, all’inizio dell’incontro, tra Putin e Porošenko, a Kiev c’era chi non perdeva l’occasione per differenziarsi, per un verso ricordando così al mondo il proprio passato di combattente antirusso in Cecenia e, per un altro, cercando di mantenere un pur labile legame con quei battaglioni neonazisti che lo hanno sostenuto e che rigettano qualsiasi ipotesi di tregua nel Donbass. Il “presunto tuttora” premier Arsenij Jatsenjuk ha sentito ieri il bisogno di proclamare – per certi aspetti, purtroppo, vede probabilmente anche giusto: la stessa Merkel ha ammesso che tutti i punti del Minsk-2 sono stati solo parzialmente realizzati – che siamo ancora “molto lontani” dalla fine del conflitto in Donbass; ed ha aggiunto, a beneficio dei suoi beniamini inquadrati nei battaglioni, che “chi è stato smobilitato, dovrà trovare il proprio posto onorevole tra gli organi di sicurezza del paese”. Che il concetto sia riferito ai “volontari” nazionalisti e neonazisti è più che evidente, dato il generale rifiuto della mobilitazione dimostrato in questo anno e mezzo dai giovani che fuggivano dal paese per evitare la cartolina precetto. Quindi, non è chiaro chi abbia fatto eco a chi: fatto sta che, quasi in contemporanea con Jatsenjuk, il deputato della Rada ed ex combattente del battaglione “Donbass”, Semën Semënčenko, ha dichiarato che “si sono gettate le maschere: a Parigi Porošenko ha tradito Crimea e Donbass. Gli accordi del “quartetto normanno” hanno dimostrato ciò di cui noi parliamo da un anno. Prima le elezioni nei territori occupati, l’amnistia, i tribunali, la milizia popolare e simili amenità. Poi, il ristabilimento del controllo sulle frontiere, che però non riguarda la Crimea. Siamo alla trasformazione dell’Ucraina in un satellite della Russia e alla legalizzazione dei terroristi” ha sentenziato il “Obersturmführer” nei panni di parlamentare, mentre le agenzie informavano di nuovo ieri dei soprusi del battaglione “Dnepr-1” contro la popolazione civile a est di Lugansk.
Ancora una volta, come scrive myinforms.com, Porošenko è venuto a trovarsi tra l’incudine e il martello: da una parte nazionalisti e neonazisti e dall’altra l’Europa; i primi gli vietano ogni compromesso e la seconda insiste sulle concessioni al Donbass. Porošenko non può permettersi di non ascoltare né gli uni né gli altri, perché in un caso la minaccia è quella della resa dei conti fisica, nell’altro, politica.
In questo quadro sembra però mancare un terzo soggetto, pronto ad agire sugli uni e gli altri: il Dipartimento di stato USA, che non è tenuto ad accettare il “pacchetto parigino” così confezionato. Anche perché, se il portavoce presidenziale russo, Dmitrij Peskov, ha rivelato che nell’incontro all’ONU tra Putin e Obama, “la parte americana non ha avuto argomenti per contestare le ragioni del nostro presidente” a proposito della questione ucraina, non è poi detto che nell’amministrazione statunitense non si decida in maniera difforme alle opinioni di quello che ormai parte della stampa yankee qualifica come un presidente che agisce “in modo sovietico”, un “comunista” che fa di tutto per “indebolire l’influenza” americana nel mondo.
Dunque, a dispetto del silenzio fatto registrare dalle armi nel Donbass negli ultimi giorni, sembra che i dadi non siano ancora completamente fermi, proprio sulla questione che nazionalisti ucraini, “Majlis dei Tatari di Crimea” e formazioni neonaziste giudicano non trattabile: la Crimea. L’agenzia Nakanunie.ru scriveva ieri che, se continuerà ancora il blocco attuato da Pravyj sektor, la regione ucraina a più diretto contatto con la penisola, quella di Kherson, potrebbe vedere il sorgere di una terza Repubblica popolare: il blocco dell’esportazione di prodotti alimentari in Crimea priva infatti i produttori agricoli locali della maggior parte delle entrate. Quindi, non è escluso che sia davvero ancora presto per veder smobilitare i battaglioni che, invece di “trovare il proprio posto onorevole tra gli organi di sicurezza del paese”, come dice Jatsenjuk, si immergerebbero volentieri in una nuova mattanza di civili, questa volta, a sud del Donbass.

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