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UE: la sottovalutazione di Daesh e le relazioni pericolose coi suoi sponsor

Gli attentati di Bruxelles, che hanno causato 34 vittime e centinaia di feriti, fanno riemergere un problema che l’Unione Europea stava tentando di dimenticare dopo le stragi di Parigi: lo Stato Islamico (ISIS o Daesh). Il movimento terrorista jihadista, guidato da Abu Bakr Al Baghdadi, ha dimostrato, con l’ennesimo vile attacco, che la strategia europea di contrasto al gruppo radicale sta completamente fallendo.

L’intelligence belga, come del resto quella francese, ha impiegato diversi mesi nell’individuare Abdeslam Salah, il “terrorista più ricercato in Europa”. Dopo gli attacchi del 13 novembre a Parigi, l’attentatore era fuggito dalla Francia e viveva tranquillamente nella propria città con l’obiettivo di riorganizzare le differenti cellule e la rete jihadista belga per la pianificazione di nuovi attacchi. Evidentemente l’arresto del terrorista ha innescato un piano già progettato da mesi. Il fatto più preoccupante è che gli attentatori di Bruxelles, come quelli in Francia, non fossero dei singoli “cani sciolti” ma appartenessero ad una rete terroristica numerosa e purtroppo ben organizzata. Il messaggio lanciato da Daesh è quello di una guerra a tutto campo e l’attentato portato nella capitale belga, cuore pulsante dell’Unione Europea, è un chiaro messaggio di ostilità nei confronti dell’occidente e dell’Europa in particolare.

Le considerazioni da fare sono principalmente due. La prima è che i servizi europei sono ancora totalmente inadeguati nel coordinarsi tra di loro e nello scambiarsi informazioni utili a contrastare una rete terroristica che si muove, invece, indisturbata all’interno dei diversi paesi europei. Le responsabilità dell’intelligence belga, se confermate, sono gravi: in seguito alla segnalazione di altri servizi, europei e mediorientali, su possibili e concreti attacchi a Bruxelles, con aeroporto e metropolitana dichiaratamente menzionati, non è stata presa alcuna misura cautelare. Altrettanto inquietante è la notizia che uno degli attentatori fosse stato arrestato in Turchia con l’accusa di essere un “foreign fighter”, estradato in Belgio e successivamente liberato per mancanza di prove dalla giustizia belga.

La seconda riguarda, invece, l’obiettivo e la finalità di questi attacchi: terrorizzare il mondo occidentale, come sempre nella sua quotidianità (metropolitane, aeroporti), per creare una nuova polarizzazione. In Europa le stragi di matrice jihadista di civili inermi portano inevitabilmente ad aumentare la discriminazione e l’omologazione nei confronti della comunità musulmana in genere, con una conseguente ulteriore marginalizzazione di alcuni strati della popolazione. Il network jihadista punta ad indottrinare nuovi “combattenti”, ghettizzati ai margini delle periferie europee, attraverso i suoi mezzi di propaganda: non più tanto le moschee, ma principalmente i siti web e le carceri. Lo scopo è anche quello di far crescere il conflitto e offrire la possibilità di cavalcare l’onda a quei partiti della destra xenofoba (da Le Pen al ‘nostro’ Salvini), altra faccia della medaglia jihadista, che demagogicamente spingono per un contrasto all’Islam in generale, prendono di mira tutti i musulmani e sono favorevoli a nuove guerre distruttive. La reazione provocata è indubbiamente quella di continuare ad alimentare questi movimenti radicali che di intolleranza, guerre e terrore si nutrono: esempio evidente è la Libia di oggi.

Lo Stato Islamico tenta, attraverso gli attentati in Europa, di dimostrare al mondo di essere ancora un’organizzazione attiva ed in espansione. Al contrario, come riportano diversi analisti, è in difficoltà: sia militarmente che economicamente. Nei territori che considera “suoi” (Siria e Iraq) ha subito, infatti, numerose sconfitte da parte dell’asse curdo-sciita che, quotidianamente, sta conquistando terreno. Aumenta, così, sempre più lo sbandamento sul campo dei combattenti salafiti con un numero crescente di jihadisti, assoldati non tanto dalla dottrina ma dai soldi, che tenta di scappare dal governo islamico di Raqqa. Anche da un punto di vista economico lo Stato Islamico, a causa della diminuzione dei corridoi di scambio con il territorio turco, sta sicuramente attraversando un periodo di crisi e di calo degli introiti legati al contrabbando di petrolio o di reperti archeologici.

Oggi, però, risulta alquanto singolare, se non paradossale, come l’occidente stia combattendo lo Stato Islamico. Da una parte abbiamo un movimento come l’Hezbollah libanese, iscritto da poco nella lista dei movimenti terroristici da parte della Lega Araba e dell’Arabia Saudita, che è direttamente coinvolto con le sue milizie nella lotta contro i movimenti jihadisti e contro lo Stato Islamico in particolare. Dall’altra parte abbiamo questi stessi paesi arabi del Golfo, principali alleati politici ed economici dell’Unione Europea, che continuano a rifornire di armi e finanziamenti i movimenti jihadisti (ISIS e Al Qaida) utilizzati come strumento militare per tentare di garantire l’egemonia sunnita nella zona mediorientale.

Ci sarebbe, in conclusione, da comprendere e conoscere meglio le dinamiche mediorientali per capire quali, in questo mondo ormai difficile e insicuro, possono essere i paesi (Iran) o i movimenti (Hezbollah, PKK, YPG) realmente utili a sconfiggere il nemico comune di oggi: lo Stato Islamico.

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