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Dal campo di Makhmur. Enclave curda nel cuore del deserto

Case basse in zona desertica, ai piedi di montagne rocciose. Questa è l'immagine in lontananza del più importante campo di profughi kurdi del Bashur. Mossul sullo sfondo, a circa 30 km, importante città ancora in mano a Daesh.  Tutto intorno i guerriglieri del Pkk in difesa del suo popolo. Una difesa concentrica totalmente organizzata dai guerriglieri del Pkk dopo l'abbandono, con enorme pericolo per donne e bambini presenti nel campo, dei militari peshmerga, difronte all'attacco di Daesh.

Risale al 1993 l'anno della fuga dei kurdi dalla Turchia e molte sono state le peripezie e le repressioni che hanno subito prima di insediarsi definitivamente, nel 1998, in questo luogo.

Dalla fame, alla sete; dalla lotta con serpenti a sonagli e scorpioni alla persecuzione e l'isolamento per molto tempo, non riconosciuta nemmeno dall'ONU.

Oggi il campo ospita 13.000 persone. Uomini, donne e bambini che qui hanno cercato con fierezza di difendersi e costruire una nuova vita. Kurdi, che non hanno esitato ad organizzarsi socialmente ed  istituzionalmente per cercare di sopperire ai bisogni con una società attenta al rispetto e alla partecipazione di tutti.

Dopo aver superato i ferrei controlli di sicurezza dei guerriglieri nei corpi di guardia del campo, incontriamo l'attuale co-sindaco sig. Mehmet, l'ex sindaco Polat, Zeinet responsabile internazionale del campo, sig.ra Kashar resp.sanità e il co-sindaco Haci dell'Assemblea del Popolo. Dopo i rituali saluti, il co-sindaco ci informa che esistono contrasti con il governo federale di Barzani (kurdistan nord Iraq) perché i rifugiati sono vicini alle posizioni del PKK.

“Il campo in questo momento è in sofferenza – ci comunica il co-sindaco Mehemet – perché molti lavori sono stati bloccati e il campo è stato sottoposto ad embargo di aiuti”. Sono, infatti, molte le azioni intraprese dal governo Barzani, per mettere in difficoltà i kurdi di questo campo. Esempio sono il licenziamento di tutti i giovani che lavoravano ad Erbil; l'impossibilità di uscire dal campo perché non sono stati più rilasciati i permessi di soggiorno; sono stati bloccati i permessi di guida con la conseguenza che molti mezzi non possono circolare; 2000 nuovi bambini non sono stati più registrati. Anche per quanto riguarda il loro sostentamento e cura, il grano per il pane viene venduto a prezzo contenuto solo dal governo centrale dell'Iraq e l'ambulatorio UNHCR, prima gestito da loro funzionari, ora è gestito dai giovani medici del campo.

“Per il momento riusciamo ugualmente a mantenerci – ci dicono –  con le sole risorse del campo ma siamo preoccupati per il futuro”. Ci illustrano poi il sistema del Confederalismo Democratico applicato nel campo come nel resto del Rojava.

Nel campo, operano due Assemblee istituzionali: una Popolare e una delle Donne. Ogni organo del campo, esempio scuola, l'ospedale o quartiere, ha un suo rappresentante in queste assemblee. Ogni quartiere ha, a sua volta, una sua assemblea dove elabora le richieste da presentare all'Assemblea Popolare. L'Assemblea Popolare viene convocata ogni due mesi, mentre quelle di quartiere, una volta alla settimana. Il campo è stato diviso in 5 zone e ogni zona ha 4 quartieri. I problemi vengono generalmente risolti, nelle assemblee di quartiere ma, se il problema non è risolvibile, viene ridiscusso durante l'Assemblea Popolare. Ogni due anni, c'è il Congresso del campo.

Anche per l'Assemblea delle Donne valgono le medesime modalità con la differenza che, mentre nell'Assemblea Popolare ci sono due co-presidenti: uno uomo e una donna, nell'Assemblea delle Donne il Presidente è uno solo.

Si parla poi del sistema scolastico: gli studenti sono circa 3000 divisi in 5 asili, 4 scuole elementari, 2 medie, 1 liceo e un'Accademia (Università). La prima scuola è stata formata nel 1994 quando i profughi non erano ancora a Makhmur. Nell'Accademia ci sono corsi di giurisprudenza, medicina, storia e altre materie. Per il momento, c'è anche la possibilità di andare a studiare in altre università, ad esempio ad Erbil. I libri di testo vengono redatti dagli insegnati del campo e poi sono distribuiti in fotocopie a tutti gli studenti. Viene rilasciato, al termine del percorso di formazione, un diploma o laurea definito, da parte dell'ONU, “diploma dei rifugiati”. Vengono insegnate due lingue: il kurdo kurmangi (caratteri latini) e l'Inglese, dalla 4° elementare, come seconda lingua. L'ultimo anno di liceo, lo studente può scegliere la lingua kurda sorani in modo da non riscontrare difficoltà se deciderà di andare all'università di Erbil.

Durante l'incontro, ci viene comunicato che è urgente un sostegno economico, data la situazione di guerra esistente, per l'acquisto di medicinali e kit sanitari.

Riguardo al problema dell'amministrazione della giustizia, ci riferiscono che ogni quartiere ha un suo comitato e che il principio, che regola il sistema giudiziario, è quello di recuperare coloro che £sbagliano”. Per la comunità, non si tratta di un reato ma di uno “sbaglio”, richiamando il concetto di responsabilità collettiva e non individuale. Per questo non hanno un sistema carcerario e se il quartiere non riesce a decidere in merito, si va alla decisione nell'Assemblea Generale che isola il soggetto senza però incarcerarlo. Nei casi più gravi, come l'omicidio, la persona viene isolata dalla comunità per un periodo di tempo in modo che l'Assemblea trovi una soluzione con la famiglia dell'ucciso. La questione è molto più complicata ma il principio è quello di cercare di rieducare e non incarcerare. Solo in zone di guerra come il Rojava sono previste “zone di sicurezza” per i nemici di Daesh e per gli stupratori.

Nel primo pomeriggio ci rechiamo all'Accademia delle Donne dove si tengono corsi di vario tipo: sociologia, filosofia, gineologia (scienza delle donne: un insieme di sociologia, di filosofia e antropologia). Si tengono anche corsi per gli anziani di alfabetizzazione. L'accademia delle donne ha contatti con altre organizzazioni europee. Si producono anche testi scritti che vengono poi pubblicati. L'obiettivo di questa accademia è quella di creare un cambiamento culturale nella società. Nella società kurda, infatti, si vive ancora come nella società patriarcale anche se nel campo di Makhmur, questo problema è stato superato.  Si sfiora anche il problema del divorzio che viene discusso e risolto nel Comitato di Giustizia.

Una donna del campo può abortire liberamente ma tecnicamente è costretta ad andare all'ospedale di Erbil per mancanza di strutture.

Nel pomeriggio visitiamo la “Casa dei Feriti”. In genere provengono dal Rojava per essere seguiti per la riabilitazione. I casi più gravi, vanno all'ospedale di Sulemania.

“Quello che mi rattristisce di più – ci comunica un guerrigliero – è il non poter più combattere anche se so che la mia lontananza è solo momentanea. Sono consapevole che quello per cui lottiamo nel Rojava, è una battaglia che può aiutare tutti i popoli di questa zona, per la costruzione di un processo democratico”

Prima di lasciare il campo, ci accompagnano in auto sulla montagna lungo le linee di difesa che controllano il campo di Makhmur.  Prima di arrivare ci fermiamo presso un avamposto dove incontriamo Gigdem comandante delle YJA STAR, (milizie femminili) di Makmur e Kirkuk, nel movimento da ben 23 anni. La comandante è una donna turca di Sivas. Saliamo poi all'avamposto più alto ove incontriamo guerriglieri uomini e donne giovanissimi. Tra le rocce, un campo da pallavolo allieta momenti di riposo. In lontananza i villaggi e il fumo dei pozzi in fiamme ad opera di Daesh.

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