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Aleppo, Mosul, Raqqa, Palmira… Il doppio standard dell’occidente

Quello dei jihadisti ad Aleppo è stato davvero un tracrollo, rappresentando la peggiore sconfitta dall’inizio della guerra civile nel marzo del 2011, da subito tramutatasi in scontro armato indiretto tra un numero consistente di potenze locali e internazionali. La riconquista di ciò che rimane della città arriva dopo la messa in sicurezza, da parte del governo, di Damasco, Homs, Hama e Latakia.
Ma dopo che a Palmira i jihadisti dello Stato Islamico – circa 4000 giunti da altre località approfittando del fatto che il grosso dell’esercito siriano è impegnato altrove – hanno riconquistato nei giorni scorsi una buona parte della città liberata a marzo, anche ad Aleppo si è tornati a combattere in queste ore. Nella città che i comandi militari siriani e russi avevano dato solo ieri per “liberata al 98%” i combattimenti sono ripresi quando, approfittando di una tregua indetta per permettere l’evacuazione di alcune migliaia di jihadisti e di civili (familiari e sostenitori), i fondamentalisti hanno tentato di sfondare le linee delle forze armate siriane nei distretti orientali di Aleppo. Ovviamente i combattimenti hanno finora bloccato il ritiro dei miliziani attraverso il corridoio previsto nel quartiere di Salah al-Din nonostante il via libera da parte di Mosca e Damasco ad un loro trasferimento nella provincia di Idlib, una delle ultime roccaforti della ‘ribellione’ a poche decine di chilometri da Aleppo.

Londra, Parigi, Berlino, Washington, l’Onu e uno stuolo di organizzazioni internazionali accusano il regime di Damasco e la Russia di aver compiuto massacri indiscriminati di civili e crimini di guerra durante la campagna militare per la liberazione di Aleppo. Media e governi occidentali, echeggiando quando diffuso da Al Arabiya (che non è un media obiettivo o neutrale bensì l’altoparlante di una delle parti coinvolte nel conflitto) parlano di “esecuzioni sommarie”, di “bambini e donne bruciati vivi” di proposito, di “civili in fuga costretti con la tortura ad arruolarsi nell'esercisto lealista”. "Una situazione disastrosa, che fa male al cuore" denuncia Angela Merkel in una dichiarazione congiunta con il presidente francese Hollande dove si parla di almeno "120 mila ostaggi sotto le bombe". 

Da parte loro, Damasco e Mosca replicano accusando l’occidente di remare contro la sconfitta dello Stato Islamico e di al Qaeda. Chi chiede una tregua in Siria vuole in realtà “dare una possibilità” ai miliziani di respirare ed essere riforniti di armi, ha accusato senza mezzi termini il ministro degli Esteri di Mosca Sergej Lavrov sostenendo che il blitz di Daesh a Palmira sarebbe stato reso possibile dalla tregua de facto concessa dalla coalizione internazionale a guida statunitense ai jihadisti di Mosul.
Ieri il portavoce del ministero della Difesa russo, generale Igor Konashenkov, aveva dichiarato che ad Aleppo "nelle zone orientali sono state tenute come scudi umani dai terroristi più di 100 mila persone. Tutte queste, nel più breve tempo possibile, sono state evacuate dalla zona e hanno raggiunto le zone controllate dal governo siriano, ottenendo aiuto reale e cibo".
Ovviamente, al di là delle dichiarazioni di circostanza dei governi siriano e russo, sono numerosi i civili rimasti uccisi nelle ultime settimane sotto le bombe sganciate dai caccia o i colpi di mortaio sparati dai cosiddetti ribelli che hanno tentato di ritardare la loro sconfitta rifugiandosi negli edifici, nelle scuole, negli ospedali e nelle moschee. Quella siriana, d’altronde, è una guerra civile atroce, combattuta casa per casa, strada per strada. In una guerra del genere che coinvolge grandi città, non è pensabile che la popolazione civile non venga massicciamente colpita.

Ma salta agli occhi la intollerabile partigianeria delle versioni diffuse dai media e dalle classi politiche occidentali. Se le conseguenze sui civili degli attacchi e dei bombardamenti su Aleppo o prima su altre città da parte delle truppe siriane o delle forze russe vengono fedelmente riportate e spesso anche amplificate, le vittime degli analoghi raid compiuti dai caccia statunitensi o francesi o britannici o dalle artiglierie turche vengono sistematicamente ignorate, e scompaiono dalle cronache. Cronache in cui spesso i tagliagole di al Qaeda e dello Stato Islamico – quelli che seminano il terrore nelle città europee oltre che in tutto il mondo arabo e islamico, e contro i quali decine di paesi occidentali sono impegnati in una altalenante guerra asimmetrica a suon di  bombardamenti, attacchi con i droni, operazioni di terra – vengono raccontati come ‘ribelli’, ‘membri dell’opposizione’ o tutt’al più ‘guerriglieri’.

Se è vero che una parte della popolazione di Aleppo ha reagito con terrore e preoccupazione all’ingresso nei quartieri orientali delle truppe siriane e degli alleati russi, iraniani e libanesi, temendo ritorsioni per aver collaborato con i jihadisti o aver apertamente parteggiato per loro, è altrettanto vero che una parte consistente degli abitanti della seconda città del paese è scesa in strada a festeggiare la tanto attesa liberazione. Perché sostiene il regime, perché ritiene il regime il male minore rispetto al terrore jihadista, perché spera semplicemente che la Siria possa tornare presto alla normalità dopo anni di scontri feroci, di morti, di distruzioni.

Ancora: è possibile dar credito alla versione secondo cui i bombardamenti russi su Aleppo causino sempre vittime tra i civili mentre quelli statunitensi su Mosul o Raqqa si limitino a eliminare, “chirurgicamente”, i capi di Daesh senza colpire coloro di cui i jihadisti si sono circondati per ritardare l’avanzata dei nemici? Una versione corroborata dal fatto che i media mainstream occidentali occultano sistematicamente le notizie non conformi, come ad esempio l’uccisione, pochi giorni fa da parte dell’aviazione di Washington, di circa 90 soldati iracheni bombardati ‘per errore’ a Mosul. O il bombardamento, la scorsa settimana, di un mercato nella città irachena di Qaim, da parte dei caccia Usa, che è costato la vita a decine di civili. Episodi denunciati da fonti di Baghdad ma che i nostri media si sono ben guardati dallo sparare in ‘prima pagina’.

A proposito di Mosul, l'esercito iracheno ha annunciato di aver respinto un violento attacco dei miliziani dello Stato islamico a nord della città assediata e bombardata ormai dallo scorso 17 ottobre, giorno d’inizio della controffensiva governativa. La battaglia di Mosul continua anche sul fronte occidentale dove le “Unità di mobilitazione popolare” (che comprendono anche battaglioni formati da sciiti) hanno ripreso quattro villaggi a sud-ovest della strategica località dell'Iraq settentrionale, nel quadro di una più ampia operazione che mira a tagliare le vie di fuga e rifornimento in direzione della Siria ai miliziani di Daesh che nei giorni scorsi avevano approfittato della minore intensità dei raid aerei statunitensi su Mosul per riprendere Palmira. Sul fronte meridionale sono scese in campo le forze della polizia federale e del ministero dell'Interno che si sono arrestate, di fronte alla feroce reazione dei miliziani di al Baghdadi, nei pressi dell'aeroporto.

Tornando in Siria, le Forze Democratiche Siriane hanno lanciato nei giorni scorsi la seconda fase dell’offensiva contro la città considerata la ‘capitale’ dello Stato Islamico in Siria. Le Forze democratiche siriane, costituite dalle Ypg curde e da alcune brigate arabe espressione delle comunità locali e delle opposizioni al governo di Damasco, "hanno preso la decisione di avviare la seconda fase della campagna, con l'obiettivo di liberare i territori ad Ovest di Raqqa e isolare così la città" dell'Est siriano, ha affermato durante una conferenza stampa il portavoce delle Fds Jihan Cheikh Ahmad. Contemporaneamente il capo del Pentagono, Ash Carter, ha annunciato l’invio nel nord della Siria di altri 200 militari statunitensi, che si aggiungono quindi ai 300 già schierati nei mesi scorsi e attivi, insieme alle forze speciali di Londra e Parigi, nell’offensiva contro i jihadisti a Raqqa.

 

Marco Santopadre

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