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Catalogna, scenario greco? Banche e polizia contro l’indipendenza

Dopo la violenza, il ricatto. E, se non basterà, ancora repressione su larga scala. E’ la soffocante gabbia che l’establishment dello Stato Spagnolo, col sostegno dell’Unione Europea, sta costruendo attorno al popolo catalano.

A leggere le affrettate sentenze di compassati analisti ed esperti dell’ultim’ora, “il separatismo catalano è guidato dalla borghesia”. Neanche i numerosi e feroci comunicati della Confindustria catalana che diceva No al referendum e No all’indipendenza sono serviti a scalfire un luogo comune trasformatosi in verità rivelata. D’altronde se la realtà non si confà agli schemi ideologici precostituiti la scelta più facile è distorcere i fatti piuttosto che adeguare la propria chiave di lettura.

In certi ambienti quindi passerà forse inosservato il fatto che il grande capitale catalano ha iniziato le sue grandi manovre per mettersi al riparo da un’eventuale escalation e per spaventare lo schieramento indipendentista e convincerlo a tirare il freno.

Ieri il Banco Sabadell, uno dei principali istituti di credito catalani, ha deciso di spostare la propria sede da Barcellona ad Alicante, nel confinante País Valencià. La decisione è stata approvata dalla riunione straordinaria del Consiglio d’Amministrazione di uno dei principali poteri finanziari del Regno. Se nello Stato Spagnolo Banco Sabadell controlla il 7.2% del mercato del credito, la quota sale al 16% in Catalogna con ben 638 succursali.

La maggior parte degli uffici resteranno a Barcellona, chiarisce il Cda, ma la decisione ha significativi risvolti in vista di una dichiarazione unilaterale di indipendenza che potrebbe essere pronunciata dal Parlament nei prossimi giorni. Gli investitori hanno apprezzato la mossa, e ieri le azioni del Banco Sabadell sono aumentate del 6.16%.

Oggi anche CaixaBank, il principale gruppo finanziario catalano, ha convocato il proprio Cda per decidere se trasferire la propria sede sociale fuori dal territorio catalano. Il presidente di Freixenet, produttore dello spumante catalano ‘made in Catalunya’, proporrà al Cda il trasferimento della sede sociale da Sant Sadurni d’Anoia. “La dichiarazione d’indipendenza – ha detto ai media José Luis Bonet – sarà una vera catastrofe”. Ieri l’impresa tessile catalana Dogi International Fabrics (qualche centinaio di dipendenti) ha già fatto questa scelta, così come l’impresa di telecomunicazioni Eurona, mentre il governo spagnolo avverte gli agricoltori catalani che in caso di indipendenza perderebbero gli aiuti dell’Unione Europea. La direzione di Amichi, marchio di moda catalana, ha addirittura comprato una pagina intera del giornale spagnolo di destra El Mundo per mostrare il suo sostegno alle Forze di Sicurezza dello Stato. 

Ovviamente il governo di Madrid non sta a guardare, e dovrebbe varare un decreto mirante a facilitare il cambio di domicilio fiscale per le imprese, ad esempio evitando che il Cda debba passare per la riunione plenaria di tutti gli azionisti come nel caso di CaixaBank. Una mano a Rajoy potrebbero darla i socialisti, parte integrante dello schieramento nazionalista spagnolo, i cui parlamentari si asterrebbero nella votazione permettendo il varo del Decreto Legge con la maggioranza semplice.

La borghesia catalana è contraria all’escalation indipendentista guidata dalla piccola borghesia e dai settori popolari, perché l’attuale condizione – l’autonomia soprattutto in campo economico e fiscale – gli permette di accedere in posizione di relativo privilegio non solo al mercato spagnolo, ma anche alla proiezione internazionale di Madrid nell’Unione Europea e in America Latina.

Il crescente protagonismo popolare e l’aumento dell’egemonia delle sinistre radicali sul movimento indipendentista hanno ulteriormente allarmato i grandi gruppi imprenditoriali e finanziari catalani, soprattutto dopo che martedì centinaia di migliaia di lavoratori hanno scioperato contro la repressione e a difesa dell’autogoverno rispondendo alla chiamata del sindacalismo di classe e conflittuale. Lo sciopero di martedì – con l’adesione totale di portuali, pompieri, dipendenti pubblici, insegnanti e lavoratori dei trasporti – ha costretto anche i sindacati riformisti e alcune organizzazioni della piccola e media impresa a sommarsi alla giornata di mobilitazione all’interno di un’ambigua ‘serrata nazionale’ che mirava a sminuire i contenuti di classe della giornata di lotta e a evitare una possibile frattura tra movimento popolare e ceti dominanti.

La grande borghesia catalana mira apertamente a spaventare lo schieramento indipendentista, prefigurando uno scenario greco. A Madrid la Borsa colleziona un tonfo dietro l’altro, e la speculazione internazionale spinge al rialzo gli interessi dei Bonos spagnoli. Desertificazione industriale e finanziaria, fuga di capitali e instabilità economica potrebbero convincere settori importanti del liberale PDeCat e della socialdemocratica Esquerra a tirare il freno. Una contromisura necessaria, per il fronte unionista catalano, dopo che l’intervento del sovrano spagnolo Filippo VI e del commissario europeo Timmermans hanno chiuso ad ogni possibilità di dialogo, indebolendo i settori moderati dello schieramento indipendentista.

Il ricatto economico ha prodotto subito i suoi effetti e oggi il PDeCat ed alcuni esponenti di Erc hanno chiesto esplicitamente al President Puigdemont di rinviare la dichiarazione di indipendenza, “per non rovinare tutto”.
Al contrario la sinistra anticapitalista e indipendentista catalana, la Cup, per lunedì 9 ottobre ha indetto una giornata di mobilitazione in tutta la Catalogna per premere sul Govern affinché rispetti la tabella di marcia concordata e proclami la Repubblica Catalana.
Contro la seduta del Parlament convocata lunedì si è già espresso il Tribunale Costituzionale di Madrid, accogliendo un ricorso d’urgenza del Partito Socialista Operaio (!) Spagnolo.

Se lo “scenario greco” – che condusse Syriza e Tsipras a chinare la testa e a obbedire ai diktat della Troika venendo meno alle promesse di riscatto e cambiamento che ne avevano determinato la vittoria – non dovesse funzionare è comunque già pronto un imponente dispositivo repressivo.

Stamattina il capo dei Mossos d’Esquadra, il maggiore Josep Lluis Trapero, si è dovuto presentare all’Audiencia Nacional di Madrid (il tribunale speciale antiterrorismo di franchista memoria) per rispondere della gravissima accusa di ‘sedizione’, per essersi rifiutato di intervenire con forza contro i manifestanti che il 20 settembre si riversarono nelle strade in reazione all’ondata di arresti di funzionari della Generalitat. La stessa accusa – con relativa condanna a 15 anni di carcere – pende sulle teste del presidente della Assemblea Nazionale Catalana Jordi Sánchez e di quello di Òmnium Cultural, Jordi Cruxart, costretti a presentarsi davanti ai giudici. Sullo stesso presidente della Generalitat Carles Puigdemont grava un’inchiesta che potrebbe portare al suo arresto, più volte minacciato dai magistrati.

Ma in serbo c’è molto di più. Il governo spagnolo ha già commissariato i Mossos d’Esquadra, sottoponendoli al controllo di un Guardia Civil – senza grandi conseguenze, vista la tolleranza della polizia catalana nei confronti della massa di gente che accorreva domenica ai seggi – ed ha bloccato i conti della Generalitat.

La seconda fase dell’escalation repressiva spagnola potrebbe contare su alcuni dispositivi legislativi tendenti ad annullare le prerogative politiche accordate alle istituzioni catalane dallo Statuto d’Autonomia. A partire dall’articolo 155 della Costituzione del 1978 (scritta da un parlamento in buona parte franchista), mai applicato finora e che permette di sospendere e commissariare il governo e il parlamento della Comunità Autonoma ‘ribelle’. Se non dovesse bastare Madrid potrebbe ricorrere all’articolo 116, che regola lo stato d’emergenza e lo stato d’assedio. L’articolo 155 può essere applicato dopo un voto del Senato, dove il PP gode della maggioranza assoluta, ma il 116 richiede anche l’assenso della maggioranza della Camera. Nel secondo caso la destra postfranchista dovrebbe ottenere l’appoggio della destra liberale e nazionalista di Ciudadanos, che ha già criticato Rajoy per una reazione dello Stato in Catalogna considerata ‘scarsa e inadeguata’. Il governo potrebbe applicare in Catalogna anche la Legge per la Sicurezza Nazionale che insieme all’articolo 116 permette di sospendere le libertà costituzionali di riunione, espressione e manifestazione e di esautorare le autorità civili consegnando il pieno controllo a quelle militari.

Si tratta di misure draconiane e mai applicate, che potrebbero generare una sollevazione popolare in Catalogna e che coinvolgerebbero l’Unione Europea tutta nel più grande meccanismo repressivo mai messo in campo nel continente negli ultimi decenni. Un vulnus difficile da gestire per Bruxelles che pure non ha mancato di esprimere il proprio sostegno totale a Madrid (oggi il Commissario Moscovici ha ribadito che una Catalogna indipendente sarebbe automaticamente fuori dall’Ue) né dopo l’ondata di arresti di funzionari catalani il 20 settembre né dopo l’attacco ai seggi da parte della polizia spagnola che ha causato circa 900 tra feriti e contusi.

Una gestione razionale della crisi in un paese ‘moderno’ e ‘liberale’ dell’Unione Europea sconsiglierebbe il ricorso a tali meccanismi coercitivi, all’invio dell’esercito e alla militarizzazione del conflitto. Per Bruxelles e Francoforte sarebbe una enorme ‘gatta da pelare’. Ma come abbiamo visto nelle scorse settimane Madrid non è Londra. Il nazionalismo fondamentalista e sciovinista che costituì il nucleo del franchismo e della precedente dittatura di inizio secolo permea ancora i partiti politici, le istituzioni e le strutture di uno Stato che quanto più si sente debole di fronte alle contestazioni delle nazioni oppresse tanto più ricorre alla repressione.

Ieri la ministra della Difesa del governo centrale, María Dolores de Cospedal, ha ricordato che la Costituzione assegna alle Forze Armate il compito di difendere l’integrità territoriale e lo stesso ordinamento costituzionale. 


Marco Santopadre

 

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