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Il Sahel tra jihadismo, occupazione militare e nuove avventure UE

Ad un’opinione pubblica distratta e indotta a volgere il suo sguardo “altrove”, è sfuggita in questi mesi la recrudescenza del fenomeno jihadista nell’Africa Sub-sahariana e i possibili sviluppi della presenza militare della Francia nel suo tradizionale “cortile di casa”, con un progressivo impegno di differenti Stati della UE.

Si tratta della possibile applicazione pratica della “ricetta francese” per far fare un balzo in avanti nella costruzione della potenza militare dell’Unione Europea, facendole “fare le ossa sul campo”; in questo caso su un’area geografica quanto il continente europeo, già economicamente “strozzata” dal cappio al collo del Franco CFA, che è diventato con la creazione dell’Euro – cui il Franco CFA è “ancorato” – uno strumento neo-colonialismo della UE in via di riformulazione in termini ancora più penalizzanti (grazie ai “consigli” del FMI).

Questo teatro operativo è il Limes strategico a sud del Mediterraneo per la proiezione di potenza della UE “a guida francese” su differenti piani e sempre più terreno di contesa con la Cina e il nuovo protagonismo russo; in cui peraltro agiscono forze jihadiste ora rinvigorite in Niger, Mali e Burkina Faso, afferenti sia alla galassia dell’Isis che di quella di Al-Qaeda.

Il combinato disposto di presenza militare e gabbia monetaria, con i forti interessi delle multinazionali europee (soprattutto francesi), nonché il suo essere sbocco per le merci continentali “protetto” dai meccanismi del franco CFA, caratterizzano questa zona del pianeta dove l’indipendenza politica “formale” nasconde una sudditanza sostanziale ai voleri di Parigi e Bruxelles. E dove sta montando un sentimento di ostilità a questo sistema che si inserisce nel solco dello spirito panafricanista, mentre in parte vacilla lo stretto legame con coloro che sono stati i principali attori della Françe Afrique, come in Ciad.

Questa “dipendenza” infatti è messa in discussione a vari livelli dalle popolazioni che la abitano e che premono sui “leader locali”, perché il perpetuarsi del legame coloniale sotto altre forme non ha portato alcuna conseguenza positiva. Ha invece minato la possibilità di uno sviluppo economico indipendente, sviluppato una corruzione strutturale legata alle élite di potere (perno della FrançeAfrique), e mina – nonostante la presenza militare straniera – la sicurezza dei cittadini minacciati dagli attacchi jihadisti, con esodi di massa che, tanto per dare una cifra, hanno riguardato circa mezzo milione di abitanti del Bourkina Faso.

Da Serval a Tacouba…

Il ministro della Difesa francese, Florence Parly, di ritorno da un recente tour nella regione, ha annunciato dei rinforzi composti da truppe speciali europee per una nuova operazione che dovrebbe prendere l’avvio il prossimo anno, ribattezzata Tacouba, da integrare alle Forze del G5 del Sahel.

Le trattative stanno avvenendo non direttamente in ambito Ue, ma con i singoli Stati membri, quindi senza conferire probabilmente – così come per l’Operazione Barkhane – il profilo di una missione UE strictu sensu.

Barkhane è di fatto un’operazione internazionale che impiega soldati estoni, elicotteri britannici, beneficia del sostegno logistico tedesco (e Nord-Americano), dell’arrivo imminente di militari danesi ed in cui è evocata una partecipazione spagnola. Tutto naturalmente sotto comando francese.

L’Operazione Barkhane, iniziata nell’agosto di 5 anni fa, conta 4.500 militari francesi dispiegati in 5 Paesi: Mali, Mauritania, Burkina Faso, il Niger e il Ciad, per un costo di 700 miliardi l’anno.

Venuta un anno e mezzo dopo la missione Serval in Mali – iniziata nel gennaio 2013, quando circa la metà del territorio del Mali era sotto il controllo degli jihadisti e delle milizie Azawad (Touareg), quest’operazione di “stabilizzazione” non sembra aver raggiunto gli obiettivi formalmente dichiarati.

Le parole trionfali del generale francese Patrick Bréthous, pronunciate nel 2016 dalle antenne di RFI, “noi abbiamo impedito la creazione di quello che chiamiamo un Sahelistan”, appaio oggi eccessivamente ottimiste.

Barkhane avrebbe dovuto accompagnare lo sviluppo la formazione e affermazione di singoli eserciti nazionali dei Paesi del Sahel. Un orientamento politico culminato con il lancio, nel luglio del 2017, della forza congiunta del G5 del Sahel, di fatto braccio armato di una entità politica creata qualche anno prima, e che ha ufficialmente iniziato ad operare a fine ottobre di due anni fa – con circa 5000 uomini di 5 Paesi: Mali, Mauritania, Burkina Faso, Ciad, Niger – nella zona delle “tre frontiere”, lì dove Mali, Niger e Burkina Faso s’incontrano – per rendere sicuri i confini.

Un progetto ambizioso sotto il profilo militare, quello del “G5”, cui l’UE ha inizialmente contribuito con 50 milioni di Euro (un quinto delle spese totali allora stimate), in grado di mettere in comune uomini e mezzi sotto lo stesso comando per lottare contro il terrorismo dentro i perimetri dei cinque Stati.

Un conflitto, quello contro la minaccia jihadista, che ha assunto una maggiore dimensione internazionale da quando il 4 ottobre del 2017 quattro soldati americani – insieme a tre soldati nigeriani – sono stati uccisi in Niger, in prossimità della frontiera con il Mali, mentre altri due sono stati feriti ed evacuati in un ospedale militare tedesco, grazie all’intervento di elicotteri francesi presenti nella missione Barkhane.

Gli Stati Uniti disponevano di circa 800 soldati in Niger, gestivano una base aerea di droni nella capitale del Paese, Niamey, mentre all’epoca dell’attacco una seconda base era in costruzione a Agadez, nel nord del Paese, ufficialmente per delle missioni di consulenza e addestramento.

La Francia ha stimolato l’amministrazione Trump a dare un maggiore contributo alla “lotta al terrorismo” nella regione trans-Sahariana.

In realtà i “successi” della missione Serval si sono risolti in una mutazione delle strategie jihadiste, da una guerra di posizione ad una guerra di movimento, passando ad azioni “mordi e fuggi” ormai assai complesse e piuttosto micidiali dal punto di vista militare, in grado di colpire sia militari che civili, che fanno uso di EID (cioè dispositivi esplosivi auto-costruiti), moto e Pick-Uk per gli assalti, oltre ad una estensione territoriale della minaccia.

Inoltre gli Jihadisti si integrano alla popolazione delle zone più periferiche, assumendo l’amministrazione corrente là dove l’autorità dello Stato vacilla o è del tutto assente, soprattutto nei confronti dei conflitti tra comunità.

Gli esempi più eclatanti dell’escalation di questi conflitti sono il massacro nel villaggio di Oussagou , nel Mali, nel marzo di quest’anno con 160 morti circa; e quello di Arbinda in Burkina Faso, che ha mietuto più di 60 vittime, dove i cosiddetti “gruppi di autodifesa” comunitari sono divenuti milizie della guerra etnica.

Inoltre, gli eserciti dei paesi del Sahel coinvolti si sono visti screditati agli occhi della popolazione civile a causa delle angherie – tra cui esecuzioni sommarie – commesse da queste truppe, com’è stato il caso degli avvenimenti di Boulikessi, nel maggio dello scorso anno.

Una sempre maggiore ostilità è stata riservata alla presenza militare straniera, sia delle forze francesi sia di quelle sotto egida ONU – la Minusma – che opera con 13 mila uomini e cui il Ciad fornisce uno dei maggiori contingenti.

Come ha ammesso Patrick Youssef, responsabile regionale in Africa per la Croce Rossa internazionale, in un intervista a “Le Monde”: “Il Burkina Faso è divenuto parte integrante della crisi al Sahel”.

Mali e Burkina Faso

In generale i recenti attacchi in Mali ed in Burkina Faso, da un lato mettono in evidenza l’incapacità di stabilizzare la situazione e dall’altro le nuove capacità offensive della “guerriglia” jihadista.

Il 1 novembre, l’Organizzazione dello Stato Islamico del Gran Sahara (EIGS l’acronimo francese) ha attaccato la base militare di Indelimane, nel Mali, uccidendo ben 49 soldati dello stato africano: si tratta di uno dei più micidiali attacchi degli ultimi anni.

Secondo una fonte di “Le Monde”, tre gruppi composti da un centinaio di assalitori in moto e in pick-up hanno preso d’assalto all’ora di pranzo la postazione dei soldati del Mali dopo avere sequestrato un mortaio, e si sono dissolti poi verso il Niger.

L’EIGS aveva già rivendicato l’attacco mortale con un EID ad un blindato leggero francese, che era costato la vita a Ronan Pointeau, che faceva parte della scorta di un convoglio di approvvigionamento per la base di Gao e per i punti d’appoggio dell’esercito francese nel Nord del Mali.

Il campo di Indelimane è uno delle tre punti installati nella regione del Liptako-Gourma, nel 2018, con l’aiuto delle forze della missione ONU Minusma e di Barkhane, espressione della volontà di riprendere il controllo della zona.

Un mese prima di quest’attacco l’esercito del Mali aveva conosciuto altre due pesanti perdite, circa 40 soldati, in circostanze simili, nelle basi di Mondoro e Boulkessi, vicino alla frontiera con il Burkina Faso.

Le due principali coalizioni jihadiste presenti in Mali sono affiliate una ad Al Qaeda e l’altra allo Stato Islamico, nel centro del Paese affiancate ad alcuni gruppi di “autodifesa” responsabili di attacchi contro altre comunità. Il GSIM è stato creato ufficialmente nel marzo del 2017. E’ un alleanza responsabile dei maggiori attacchi nel Sahel, guidata dal touareg maliano Lyad Ag Ghaly, capo di Ansar Dine. Questa alleanza, nel settembre del 2018, è stata messa sulla “lista nera delle organizzazioni terroriste” stilata dagli americani e comprende, oltre ad Ansar Dine, l’”Emirato del Sahara” di Aqmi, il gruppo dell’algerino Mokhtar Belmokhtar – precedentemente legato ad Al Qaeda, e “Katiba del Macina”, del predicatore radicale Peul Amadou Koufa, attivo nel centro del Paese.

Appare evidente che l’attuale dispiegamento dei militari del Mali, coadiuvati dalle forze internazionali, invece di essere un “punto di forza” nel tentativo di rientrare nella zona con una presenza stabile, si sta trasformando in un “nervo scoperto”.

In Burkina Faso, 38 persone sono state uccise mercoledì 6 novembre in un attacco ad un convoglio che trasportava i lavoratori impiegati nella miniera d’oro di Semafo, di proprietà canadese. Si tratta del più micidiale attacco dall’inizio delle violenze jihadiste da cinque anni a questa parte.

Il convoglio colpito dall’imboscata era composto da 5 autobus, scortati militarmente da personale vario che lavora al sito di Boungou, di proprietà della società canadese, posto a circa una quarantina di chilometri dal luogo dell’attacco.

Si tratta del terzo attacco in due anni contro i lavoratori di questo sito e le loro scorte, dopo quello dell’agosto e del dicembre dell’anno scorso in cui sono rimaste uccise 11 persone.

Nonostante gli appelli delle autorità la compagnia, che possiede una dozzina di miniere nello stato africano, non è riuscita a mettere in sicurezza il personale, in questo caso soggetto ad un attacco “complesso” che è riuscito ad invalidare il dispositivo di scorta composto da militari e da “privati”.

Sono circa 700 le vittime della violenza jihadista dal 2015 ad oggi in BF.

La capitale è stata già colpita tre volte da attacchi di una certa rilevanza, con i media occidentali costretti ad interessarsi del fenomeno quando, il 15 gennaio del 2016, un attacco ad un hotel ed ad un ristorante del centro città ha ucciso 30 persone, per la maggior parte turisti occidentali.

Più recentemente, il 19 agosto, l’esercito del Burkina ha subito almeno 24 morti in un assalto contro la base militare di Koutougou, nel Nord del Paese.

La fine della Jamahiriya libica e l’estendersi del cancro jihadista

La guerra della NATO in Libia del 2011, fortemente voluta da Francia e Gran Bretagna, le cui conseguenze per il possibile sviluppo del jihadismo in tutta l’area erano ben presenti non solo alle cancellerie di questi due Paesi ma anche a Washington – come dimostrano una serie di mail “declassificate” inviate a Hillary Clinton -, è stata di fatto il principale incubatore (dopo il conflitto iracheno) del terrorismo islamico in tutto la regione.

Sarebbero almeno 14 i Paesi che hanno visto svilupparsi il jihadismo come prodotto diretto di questa guerra, che ha avuto un micidiale effetto boomerang anche nella cittadella europea, con numerosi attentati nel Vecchio Continente.

Il primo paese a farne le spese è stata la Siria che, da quello che è diventato uno dei centri di addestramento e armamento della jihad globale, ha visto affluire almeno 3000 uomini – funzionali alla defenestrazione di Bashar Al-Assad – che per la maggior parte avevano raggiunto Jabhat al-Nusra, legata ad Al Qaeda e le Katibat al-battar al Libi (KBL), una entità legata all’ISIS, fondata da militanti libici.

Usati per porre fine alla Libia di Gheddafi ed al suo progetto di sviluppo pan-africanista – tra cui la creazione di una valuta africana che avrebbe rivaleggiato con il Franco CFA – , gli jihadisti hanno trovato un centro in cui affluire e un retroterra attraverso cui espandersi nelle regioni limitrofe del Maghreb e del Sahel. Si calcola che circa l’80% dei combattenti della costola locale dello Stato Islamico non siano libici, ma provengano da altri Stati africani.

Concentrandosi sul Sahel, nella zona compresa tra il deserto del Sahara al Nord e la Savana sudanese al Sud, il conflitto libico ha aperto un flusso d’armi e di uomini nel Nord del Mali, contribuendo ad esacerbare un conflitto etnico tribale che covava dalla fine degli anni ’60, prevalentemente tra coloro che erano tradizionalmente dediti alla pastorizia, i coltivatori e i cacciatori, rompendo quel difficile equilibrio riconquistato negli anni successivi all’Indipendenza.

Nel 2012, gli alleati locali di Al Qaeda del Maghreb Islamico prendono il controllo di alcune città strategiche del Nord del Mali: Gao, Kidal, Timbuctu…

Sono i primi segnali tangibili di come la “guerra in Libia” abbia scoperchiato il vaso di Pandora tutt’ora non richiuso e non richiudibile nelle forme neo-coloniali finora usate dall’Occidente e dai suo alleati autoctoni nell’area.

Occorre quindi urgentemente fare proprie quelle voci che si levano contro il sistema neo-coloniale nella regione, e prospettare relazioni radicalmente differenti con le popolazioni che sono “l’estremo sud” del Mediterraneo allargato, rigettando questa inconcludente spirale di “lotta allo jihadismo”, che lo alimenta anziché neutralizzarlo, e richiamare alle proprie responsabilità l’Occidente nell’avere “scatenato” la guerra civile libica.

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