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Bolivia. Ora i golpisti fanno strage

Il golpe militare in Bolivia, col passare delle ore, si delinea con molta nettezza come la classica mossa del grande capitale multinazionale – di matrice statunitense, in questo caso – contro il popolo.

Le manifestazioni delle comunità indigene a sostegno dei propri interessi, dunque anche del Mas (Movimento al socialismo) e di Evo Morales (netto vincitore delle elezioni presidenziali, ma costretto all’esilio dai militari) sono ora attaccate con molta più violenza dalle cosiddette “forze dell’ordine”.

Otto persone sono state uccise e almeno 75 sono rimaste ferite in Bolivia negli scontri tra sostenitori del presidente dimissionario Evo Morales e soldati e polizia nella città di Sacaba, vicino a Cochabamba. La maggior parte delle vittime sono state raggiunte da colpi di arma da fuoco.

Migliaia di attivisti, in gran parte indigeni, si erano radunati a Sacaba fin dal mattino, manifestando pacificamente.

I disordini sono scoppiati quando un folto gruppo di manifestanti ha tentato di attraversare un checkpoint militare vicino a Cochabamba, dove sostenitori e avversari di Morales si sono affrontati per settimane.

In riferimento ai suoi sostenitori uccisi negli scontri, Morales ha dichiarato che “l’uniforme delle istituzioni della Patria non può macchiarsi con il sangue del nostro popolo”.

In un altro messaggio, il leader boliviano ha “condannato e denunciato davanti al mondo che il regime golpista che ha preso il potere assaltando la mia amata Bolivia reprime con proiettili delle forze armate e della polizia il popolo che reclama la pacificazione e restaurazione dello stato di diritto”.

Il massimo dell’ipocrisia è stato ancora una volta messo in campo dalla cosiddetta Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh), che ha condannato “l’uso sproporzionato” della forza di polizia e militari nella repressione. Come dire che il golpe va bene, ma cercate di non farvi riconoscere subito come il contrario della “democrazia” che noi facciamo finta di voler affermare dappertutto…

Il “nuovo presidente ad interim” – autonominata, in omaggio ai nuovi canoni della “democrazia” filo-statunitense – ha reso nota la composizione del “nuovo governo” di assoluta minoranza.

Secondo molti osservatori – come riportato dal quotidiano inglese The Guardian – potrebbe aumentare esponenzialrmente la polarizzazione della Bolivia a favore di alti esponenti militari, legislatori e senatori.

Jeanine Áñez, il fantoccio autonominato, ha promesso di “ricostruire la democrazia” e di “pacificare il paese” durante una cerimonia a tarda notte nell’edificio presidenziale del “Palacio Quemado”.”Vogliamo essere uno strumento democratico di inclusione e unità”, ha detto brandendo come una minaccia un’enorme Bibbia aperta e un crocifisso.

Ma il “gabinetto di transizione” che ha giurato mercoledì sera non include neanche un singolo indigeno, in un paese in cui almeno il 40% della popolazione appartiene a uno dei 36 diversi gruppi indios (una realtà complessa, che sembra sfuggire anche ai “libertari” rivoluzionari di casa nostra).

I suoi ministri principali includono membri di spicco dell’élite imprenditoriale bianca di Santa Cruz, la città più popolosa della Bolivia, un bastione dell’”opposizione” di classe e razzista a Evo Morales.

Áñez ha promesso nuove elezioni, ma si è guardata bene dal fissare la data per il voto, che secondo la costituzione deve cadere entro 90 giorni dalle dimissioni di Morales. La “signora”, per mettersi al sicuro, ha già anticipato che non sarebbe stato permesso a Morales di correre di nuovo per la presidenza.

Evo Morales non ha i requisiti per candidarsi per un quarto mandato. È perché [lo ha fatto] che abbiamo avuto tutta questa convulsione, e per questo che così tanti boliviani hanno manifestato per le strade “, ha detto.

Anche peggio alcuni dei suoi ministri. Parlando con i giornalisti, per esempio, il nuovo ministro degli interni di Áñez, Arturo Murillo, ha promesso di “dare la caccia” al suo predecessore Juan Ramón Quintana, confermando che è in atto una caccia alle streghe contro i membri dell’amministrazione abbattuta col golpe militare.

Tutte prese di posizione che delineano un attacco implicito alla popolazione indigena e al primo presidente “non bianco” della storia boliviana; ossia a coloro che avevano cambiato la Costituzione, nel 2009, per ridefinire il paese come uno stato “plurinazionale”, sancendo l’espansione dei diritti territoriali degli indigeni.

La percepita mancanza di rispetto dei simboli indigeni ha anche suscitato indignazione tra i sostenitori di Morales in Bolivia e in tutta l’America Latina. I video sui social media che mostrano l’incendio del Wiphala – la bandiera multicolore dei nativi delle Ande strettamente associati all’eredità di Morales – hanno portato migliaia di persone a sventolare la bandiera.

“Questo è sicuramente un governo anti-indigeno”, ha detto María Galindo, fondatrice del movimento femminista Mujer Creando. “Non è solo il razzismo, ma anche il problema dello stato plurinazionale”, ha detto.

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