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Il lascito autoritario del coronavirus in Catalunya

Ben lontano dal ricompattare la popolazione catalana attorno al governo di Sánchez e alla monarchia, la crisi del coronavirus sembra riportare alla ribalta non solamente la questione nazionale e le tensioni tra le differenti regioni dello Stato, ma anche gli interrogativi sulla natura del governo PSOE-Unidas Podemos.

Dopo aver resistito due settimane, Pedro Sánchez si è deciso finalmente a fermare le attività produttive non essenziali. Una misura che la Generalitat di Catalunya, Esquerra Republicana e la Candidatura d’Unitat Popular chiedevano da giorni, scontrandosi con la tesi del governo secondo la quale un simile provvedimento avrebbe reso più difficile la ripresa dell’economia dopo la fine della crisi sanitaria, cosí come ha candidamente affermato il vicepresidente del consiglio Nadia Calviño.

Un atteggiamento dovuto anche alle pressioni dei potentati economici, che hanno trovato ascolto presso il governo ben più degli appelli provenienti dal mondo della medicina e della ricerca.

Nonostante il numero dei decessi fosse in preoccupante crescita, il governo ha infatti ignorato per giorni lo studio riservato, messogli a disposizione da una decina di ricercatori di prestigio, che prospettava tre differenti scenari, poi rivelati dal quotidiano digitale Vilaweb: nel caso in cui le misure di contenimento dell’epidemia fossero rimaste invariate, e cioè si fossero mantenute aperte le attività produttive, lo studio prevedeva il collasso del sistema sanitario a partire dal 28 marzo e per almeno 80 giorni, con una stima catastrofica di 200.000 morti.

Il secondo scenario ipotizzava invece la chiusura di tutte le attività produttive a partire dal 20 marzo (il giorno in cui il governo aveva ricevuto le conclusioni dei ricercatori) e prevedeva 8.000 decessi. Infine un terzo scenario ipotizzava la chiusura di tutte le attività produttive a partire dal 27 marzo, fatto che non avrebbe evitato il collasso del sistema sanitario ma ne avrebbe ridotto la durata, con una previsione di 20.000 morti. Il governo socialista ha aspettato ad agire fino al 30 marzo.

Il 25 marzo, quando la Spagna superava la Cina per numero di morti, il direttore del Centro di coordinamento allerta e emergenze sanitarie del governo, Fernando Simón, affermava che se non si era già raggiunto il picco dei contagi, ci si era molto vicini, dopodiché la curva avrebbe cominciato a scendere. Una dichiarazione all’insegna di un ottimismo infondato, dato che dopo una settimana non si è ancora arrivati al punto di massima espansione del virus.

Contemporaneamente uno studio del dipartimento di salute della Generalitat di Catalunya avvertiva che il punto di massima diffusione dell’epidemia si sarebbe raggiunto solo alla fine di aprile, a meno di non bloccare immediatamente la produzione.

Oltre a rimanere inascoltate però, le voci critiche con l’operato del governo sono state accusate ripetutamente di utilizzare l’emergenza per fare politica e tacciate di irresponsabilità.

Ma la ricentralizzazione operata grazie al decreto d’allarme si è rivelata un’arma a doppio taglio per l’inedito centrosinistra spagnolo che, sopraffatto dall’emergenza, ha dato prova di inefficienza e perfino di dilettantismo.

Il ministro della sanità, Salvador Illa del Partito Socialista di Catalunya, entrato nel governo come zio tom catalano, ha comprato in Cina 659.000 tamponi risultati non idonei agli standard richiesti e ha dovuto rispedirli al mittente. Il fornitore non solo non era nella lista dei fornitori consigliati dall’ambasciata cinese, ma non era neppure in possesso della licenza medica necessaria per questo tipo di vendite.

Tamponi e materiale di protezione per i sanitari, che avrebbero dovuto arrivare rapidamente in tutti gli angoli del paese, sono invece arrivati col contagocce, tanto che perfino la Comunitat Valenciana, governata dai socialisti, ha dovuto muoversi in maniera autonoma e comprare per proprio conto il materiale in Cina. Altrettanto ha fatto la Generalitat catalana.

Il governo non solo non ha preso misure adeguate, ma non ha consentito alla Generalitat di Catalunya, di fatto commissariata, di agire con maggiore decisione in situazioni particolarmente preoccupanti come alla Conca d’Odena. In questa zona, a una sessantina di chilometri da Barcellona, si è registrato un tasso medio di mortalità per coronavirus che supera non solo quello catalano e spagnolo, ma perfino quello della Lombardia.

Perciò i sindaci della zona e il governo catalano hanno chiesto di accentuarne l’isolamento, proibendo sia lo spostamento da un comune all’altro della Conca, sia ogni attività lavorativa non essenziale.

Misure  sprezzantemente rifiutate dal governo che, alla risposta tarata sui diversi territori e al coordinamento con Catalunya, così come con le altre comunità autonome, ha anteposto l’ideologia dell’astratta eguaglianza tra i cittadini dietro la quale si nasconde il nazionalismo spagnolo.

Dietro l’apparenza solidale dello slogan “questo virus lo fermiamo uniti”, impiegato dal governo fin dalla dichiarazione dello stato d’allarme come in una vera e propria campagna elettorale, si nasconde prima di tutto la volontà di negare l’esistenza politica dei differenti popoli dello stato, una preoccupazione che assilla il regime del ’78 tanto da anteporla alla soluzione pragmatica della crisi sanitaria.

Fino all’ultima e inevitabile giravolta resasi necessaria davanti alla dura realtà della diffusione dell’epidemia: dopo 5.500 morti, il 28 marzo Sánchez ha finalmente annunciato un decreto che fermava l’attività economica, peraltro senza ammettere i propri errori di valutazione.

In teoria l’annuncio mandava a casa tutti i lavoratori spagnoli dei settori non essenziali ma il decreto, pubblicato due giorni dopo, è risultato talmente farraginoso da rendere necesssria un’ulteriore proroga di 24 ore perché si potessero chiarire i dubbi emersi in numerosi settori.

Resta il fatto che il permesso retribuito recuperabile, come lo ha definito il leader socialista, carica una volta di più il peso della crisi sulle spalle dei lavoratori.

La centralizzazione autoritaria delle decisioni affermatasi durante l’emergenza sanitaria si è accompagnata con il nuovo protagonismo che il governo ha concesso ai militari. Ogni pomeriggio dall’inizio della crisi, il governo spagnolo tiene una conferenza stampa per gli aggiornamenti sull’emergenza coronavirus, alla quale partecipa il generale Villarroya, capo di stato maggiore dell’esercito.

Arruolatosi nei giorni in cui Franco si trovava ormai in fin di vita, il generale non ha rinnovato il proprio linguaggio: “siamo 47 milioni di spagnoli, siamo 47 milioni di soldati“, oppure “il re è il primo soldato di Spagna“, fino a “nessuna novità dal fronte“, sono solo alcune delle perle rilasciate nel corso della passarella mediatica che gli ha regalato in questi giorni il centrosinistra statale.

Del resto i militari sono uno dei pilastri su cui si basa il regime del ’78, trincerati a difesa dello status quo e dell’unità dello stato, ben foraggiati da un finanziamento doppio di quello della sanità pubblica.

Si badi bene, non si tratta di un esercito popolare bensì di un corpo che, in linea con la propria tradizione, vota maggioritariamente Vox, come dimostrano i dati registrati alle ultime elezioni in diversi collegi elettorali in cui si riversano i voti delle vicine caserme.

Se è vero che Sánchez ha usato per primo la metafora della guerra, i soci di governo di Unidas Podemos hanno  accettato senza battere ciglio il protagonismo dei militari. Un fatto preoccupante, tanto più quando l’autoritarismo si annuncia come uno dei tratti distintivi dello scenario dell’immediato dopo crisi, quando ci sarà da affrontare l’emergenza sociale.

In Catalunya già più di mezzo milione di lavoratori patiscono la cassa integrazione e l’incertezza per la ripresa dell’occupazione. Da questa settimana i militari escono in pattuglia a fianco della Guardia Civil e della Policia Nacional, ufficialmente per assicurare il rispetto delle norme del confino, ma potrebbero restare nelle strade anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria, così come avverte l’esquerra independentista.

In ogni modo l’arrivo dei soldati ha sollevato molte critiche in Catalunya: basti pensare che la Guardia Forestale, i Vigili del Fuoco e la Federazione delle Cooperative Agrarie di Catalunya si sono offerti di svolgere le mansioni di disinfezione svolte dalle unità speciali dei militari.

Né sembrano invitare all’ottimismo le misure sociali annunciate lunedì dal vicepresidente del governo Pablo Iglesias, finora completamente oscurato dai ministri socialisti, che sembrano cercare un compromesso con i poteri forti: i fondi d’investimento e le banche in posseso di immobili dovranno ristrutturare il debito dei loro inquilini in tre anni o ridurlo del 50%, una soluzione che scalfisce appena la rendita del capitale finanziario. Mentre gli inquilini di piccoli proprietari potranno ricorrere a microcrediti che, sia pure a tasso zero, rappresentano un ulteriore indebitamento.

Come ha affermato la deputata della CUP a Madrid Mireia Vehí “non abbiamo visto un attacco ai privilegi, non abbiamo visto una sola imposta sui grandi capitali, non abbiamo visto chiedere alle banche che restituiscano i soldi ricevuti, non abbiamo visto chiedere alla monarchia che metta la sua fortuna al servizio delle famiglie“.

Lontano dal tagliare il cappio al collo delle classi popolari, il centrosinistra spagnolo lo allenta appena: quello che si era autonominato il governo più progressista della storia della Spagna postfranchista rischia di rivelarsi invece la stampella ideale delle politiche neoliberali dell’UE nella penisola.

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