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La Francia rifiuta la “sicurezza” di Macron

Dopo la grandissima mobilitazione nazionale dello scorso 28 novembre contro la Loi Sécurité Globale, che aveva visto più di 500mila persone scendere in piazza, ieri, per il terzo sabato consecutivo, più di 90 manifestazioni si sono svolte in tutto il Paese.

Tra le rivendicazioni delle forze politiche, sociali e sindacali, non solo il ritiro totale ed immediato dell’intero progetto di legge securitario, ma anche l’abrogazione della riforma della Assurance-chômage (l’indennità di disoccupazione), la protesta contro le politiche neoliberiste di precarizzazione e la crescente ondata di licenziamenti.

A Parigi, il corteo partito nel primo pomeriggio da Porte des Lilas è arrivato a Place de la République, dove la polizia ha caricato i manifestanti sotto l’ormai consueta fitta pioggia di lacrimogeni. La militarizzazione delle strade di Parigi e l’ingabbiamento del corteo tra due cordoni compatti di celerini in assetto antisommossa hanno dato prova del dispositivo repressivo messo in capo dal Prefetto di polizia Didier Lallement, volto a creare tensione e momenti di contatto tra polizia e manifestanti in una “gestione dell’ordine pubblico” che altro non è che repressione militare.

Più di 60 persone sono state fermate e arrestate in tutta la Francia, una ventina a Parigi, con il ministro degli interni Gérald Darmanin che accusa per i disordini i “casseurs” (quelli che in Italia La Repubblica chiamerebbe i “facinorosi black block”), esprimendo “gratitudine” nei confronti delle forze dell’ordine.

E mentre giornali e televisioni cercano le solite vetrine rotte, magari di qualche banca, si guardano bene dal riportare il bilancio dei feriti tra i manifestanti. Il giornalista indipendente Amar Taoualit è stato ricoverato d’urgenza dopo esser stato colpito alla gamba, in Place de la République, da una granata GM2L sparata dalla polizia.

Da diverse settimane, l’attenzione pubblica e mediatica si è rivolta particolarmente sull’articolo 24 della Loi Sécurité Globale, il quale nella formulazione originale prevedeva che “è punita con la reclusione di un anno e con la multa di 45.000 euro la diffusione, con qualsiasi mezzo e su qualsiasi supporto, con lo scopo di violare l’integrità fisica o psichica, dell’immagine del volto o qualsiasi altro elemento di identificazione di un agente di polizia nazionale o della gendarmeria nazionale diverso dal suo numero di identificazione individuale, quando egli agisce nell’ambito di un’operazione di polizia”.

È bene ricordare che in Francia – a differenza che in Italia – le forze dell’ordine, anche quelle in tenuta antisommossa, hanno l’obbligo di riportare sulla propria divisa il numero identificativo, il cosiddetto numero RIO.

Nella pratica, soprattutto delle manifestazioni in piazza, non è difficile trovare poliziotti che lo nasxcondono. A queste “mancanze” non consegue nessuna sanzione, il che permette persino a qualche agente di dire che “nella gestione dell’ordine pubblico, non c’è bisogno del RIO”, come successo durante una manifestazione contro la riforma delle pensioni lo scorso inverno.

Il ministro degli Interni Gérald Darmanin ha affermato che la disposizione prevista dall’articolo 24 era mirata a “proteggere le forze dell’ordine nell’esercizio delle loro funzioni” da qualsiasi “uso doloso” di immagini e video.

In realtà, si tratta dell’ennesimo regalo da parte del governo ai sindacati corporativi di polizia più reazionari e fascisti, come ad esempio quello di Alliance Police, i quali godono già di ampia tutela giuridica e impunità anche di fronte alle violenze più eclatanti e brutali.

È di pochi giorni fa la pubblicazione da parte del media indipendente online Mediapart di un video che testimonia un intervento ingiustificato e violento da parte di alcuni agenti di polizia nell’aprile 2019 a Parigi: sei giovani in auto, non avendo commesso alcun reato, vengono fermati e circondati da poliziotti senza alcun elemento distintivo; uno degli agenti spara due volte, senza preavviso, contro il conducente, prima di essere tirato fuori dalla vettura e sbattuto per terra.

La prefettura di polizia di Parigi non ha sospeso questo poliziotto, sostenendo che il Tribunale aveva concluso che questi aveva agito per autodifesa. Una falsità… basta guardare le immagini.

O ancora, il video del pestaggio del produttore musicale Michel Zecler, la sera del 21 novembre, in uno studio del 17° arrondissement di Parigi, diffuso dal sito Loopsider. Contro tre dei quattro poliziotti protagonisti di questa violenta aggressione è stata aperta un’inchiesta da parte della procura di Parigi, con le accuse di “violenza deliberata, in gruppo, con un’arma e di natura razzista” e “falsificazione in atto pubblico”.

Sono stato chiamato più volte ‘sporco negro’ e mi hanno preso a pugni”, ha detto Michel, mentre un ulteriore video pubblicato qualche giorno dopo mostra il brutale arresto fuori dallo studio di registrazione.

Lo scorso 30 novembre, il governo francese ha annunciato che procederà alla riscrittura dell’articolo 24: un piccolo passo indietro per cercare di sgonfiare l’attenzione mediatica e accontentare le componenti più moderate della contestazione, salvaguardando tuttavia le altre disposizioni e l’intero impianto della legge, la cui maggior parte è stata già approvata dall’Assemblée Nationale il 24 novembre.

Tuttavia, rimarranno immutati, tra gli altri, l’articolo 21, che intende deregolamentare l’uso delle videocamere usate dalle forze dell’ordine durante le manifestazioni, dando accesso ai dati contenuti e al conseguente riconoscimento facciale, e l’articolo 22, che vuole legalizzare la sorveglianza fatta attraverso i droni durante le manifestazioni.

In un comunicato pubblicato giovedì, cinque relatori dell’ONU hanno giudicato il testo della Loi Sécurité Globale come “incompatibile con il diritto internazionale dei diritti umani”, affermando che “tra le molte altre disposizioni del disegno di legge che potrebbero limitare i diritti umani, l’articolo 22 che autorizza l’uso di droni di sorveglianza in nome della sicurezza e della lotta al terrorismo consentirebbe un’ampia sorveglianza, soprattutto dei manifestanti”.

Per quanto riguardo il contestato articolo 24, secondo i relatori, “le immagini video di abusi della polizia catturate dal pubblico svolgono un ruolo essenziale nella sorveglianza delle istituzioni pubbliche, fondamentale per lo Stato di diritto”.

Impossibile per un manifestante riprendere un pestaggio da parte dei CRS (i celerini francesi) in piazza, mentre la polizia potrà fare un profiling completo di chi partecipa ad una manifestazione. E se le immagini autorizzate possono esser registrate e prodotte da una sola parte – quella del “potere costituito” –, sarà la questa narrazione dei fatti ad essere imposta come “verità”.

Contro una verità fittizia e addomesticata da parte del governo e dei suoi fedeli media mainstream, si scontra la realtà di chi le violenze della polizia le subisce ogni giorno sulla propria pelle, soprattutto nei quartieri popolari.

Le manifestazioni contro la Loi Travail, gli scioperi contro la riforma delle pensioni e, soprattutto, i sabati dei Gilets Jaunes hanno mostrato chiaramente fino a che punto può arrivare la repressione del conflitto sociale e la violenza della polizia in piazza, anche attraverso l’uso delle cosiddette “armi non letali” (granate lacrimogene, flashball, LBD, ecc.).

Ma nelle banlieues il controllo sociale, la repressione e le violenze della polizia fanno parte di un meccanismo messo in atto sin dalle grandi proteste del 2005 e ben rappresentato nel documentario “Quand la France s’embrase (2007) di David Dufresne et Christophe Bouquet.

Come scrivono in un comunicato le organizzazioni contro le violenze della polizia e i collettivi delle famiglie di vittime della polizia, le quali hanno marciato in testa al corteo parigino di ieri pomeriggio dietro lo striscione “la polizia mutila, la polizia uccide”: “Oggi, questa minaccia securitaria si estende alla popolazione in generale e le grandi organizzazioni, i sindacati e i giornalisti vedono la nostra libertà minacciata dalla Loi Sécurité Globale. Ma lontano dalle telecamere e dai flash dei fotografi, i quartieri popolari hanno sempre subito una feroce repressione da parte della polizia. Queste pratiche repressive si stanno generalizzando per qualsiasi discorso che non elogi la propaganda di Stato”.

La deriva autoritaria del governo francese si accelera, mentre la repressione preventiva e sociale si intensifica a tutti i livelli e l’impunità delle violenze della polizia diventa praticamente la norma.

Con le terapie intensive ancora sovraffollate di malati Covid e un’emergenza sanitaria che non si può dire affatto superata, il governo francese ha voluto approfittare della situazione per accelerare la sua deriva autoritaria e la torsione repressiva che negli ultimi anni in Francia ha toccato vette da dittatura cilena.

Non è un caso che questo ulteriore giro di vite sia arrivato poco prima del piano di alleggerimento delle misure restrittive di un lockdown che, nel senso vero e proprio del termine, non c’è mai stato. L’emergenza sanitaria determinata dalla pandemia di Coronavirus ha aggravato pesantemente la crisi sociale e le disuguaglianze economiche, con ricchi sempre più ricchi e poveri ridotti alla fame.

Di fronte a un numero crescente di persone in situazione di povertà economica (quasi 10 milioni di francesi), oppresse e sfruttate da questo sistema capitalista in putrefazione, la rabbia sociale potenzialmente esplosiva deve essere soffocata sul nascere, affinché non si diffonda contro chi prospera anche in una pandemia.

Miliardi di aiuti pubblici sono stati elargiti, senza alcuna condizione, per salvaguardare gli interessi privati delle grandi imprese del CAC40 (il principale indice della Borsa di Parigi, ndr), le quali hanno continuato imperterrite a distribuire dividendi stellari ai propri azionisti e varato cosiddetti “piani sociali” che prevedono licenziamenti di massa: più di 35mila da settembre.

Le violenze da parte della polizia in piazza, arresti indiscriminati, persecuzioni giudiziarie rappresentano il braccio armato di un potere esecutivo intenzionato a battere forte sui punti dell’agenda neoliberista.

È in quest’ottica che i due ingranaggi si incastrano perfettamente in un meccanismo micidiale per le classi popolari: la logica sistemica della repressione – sorvegliare, controllare, punire – va di pari passo con le politiche di smantellamento dello Stato sociale all’opera da diversi decenni.

Più lo Stato si disimpegna dai servizi pubblici in settori come sanità, istruzione, edilizia abitativa, più rafforza le sue prerogative securitarie: non c’è austerità senza controllo sociale.

Il potere capitalistico si riorganizza per la post-pandemica ed aguzza i suoi strumenti di repressione perché è ben consapevole del rischio che la fine delle misure di contenimento dell’epidemia, prevista secondo il piano a fasi del governo per la metà di gennaio, possa coincidere con una nuova stagione di forte contestazione sociale su più fronti, dai posti di lavoro alle università, dai quartieri popolari alle piazze contro le leggi liberticide.

Le masse popolari in Francia hanno dato più volte prova del fatto che la lotta di classe non è per nulla finita e può esplodere potentemente in uno dei Paesi fondamentali e portanti dell’Unione Europea, dei cui diktat e dei piani di massacro sociale Macron è uno zelante esecutore.

Tornano spaventosamente d’attualità le parole del “Dottore” nel capolavoro “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” diretto da Elio Petri: “Il popolo è minorenne, la città è malata; ad altri spetta il compito di educare e di curare, a noi il dovere di reprimere. La repressione è il nostro vaccino. Repressione è civiltà”.

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