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Perù. Muore in carcere il “presidente Gonzalo”

Il fondatore e ex leader del gruppo armato peruviano Sendero Luminoso – Abimael Guzmán Reinoso – è morto all’età di 86 anni di “polmonite bilaterale” mentre scontava l’ergastolo nella Base Navale di Callao.

Le sue condizioni di salute erano precipitate già da qualche mese, si vociferava che avesse contratto il covid19, ma la notizia non è stata mai confermata dalle autorità. Del resto In un carcere speciale come quello della Base Navale del Callao, dove sono reclusi i maggiori esponenti della cupola di Sendero e dell’MRTA, ma anche il principale collaborato dell’ex dittatore Fujimori, Vladimiro Montesino, le notizie sulle condizioni dei detenuti trapelano molto difficilmente.

A luglio gli fu permesso di uscire dalla base navale per una visita in un ospedale civile, fu l’unica volta in tutta la sua lunga detenzione.

Guzmán è morto un giorno prima del 29° anniversario della sua cattura da parte degli agenti del GEIN, l’intelligence peruviana, il 12 settembre 1992. In quella data gli agenti del Gruppo Speciale d’Intelligence irruppero in una stabile intestato ad un’Accademia di Danza, nel quartiere Surquillo di Lima, e riuscirono a catturare Guzmán e diversi suoi seguaci, tra cui sua seconda moglie Elena Iparraguirre.

Il “Compagno Álvaro”, così chiamato durante il periodo di preparazione alla lotta armata, venerato come ‘Presidente Gonzalo’ dai suoi seguaci, è stato un personaggio oscuro e controverso, come controversa è stata la storia della sua organizzazione, Sendero Luminoso, un’anomalia nella storia della sinistra rivoluzionaria sia latinoamericana che mondiale.

Al di là delle facili damnatio memoriae e degli altrettanto facili necrologi militanti ai rivoluzionari di paesi lontani di cui si conosce poco o nulla, si impone in questa sede fare emergere fatti e elementi di ragionamento per un bilancio critico dell’esperienza di Sendero Luminoso.

Una cosa deve essere chiara da subito: si sta parlando della storia di un esperimento politico e insurrezionale fallimentare e terribilmente tragico, di cui Abimael Guzmàn è stato il principale responsabile.

Chi era e dove iniziò ad operare Abimael Guzmàn?

Abimael Guzman, arequipeno di nascita, inizia la sua attività politica all’Università San Cristobal di Huamanga, nella regione di Ayachuco, nel 1962. Era lì in veste di professore di filosofia, kantiano di formazione, avvicinatosi poi al marxismo.

La tradizione comunista, nella regione di Ayacucho, era radicata da decenni. Ma nel 1962 la rottura sino-sovietica si era appena consumata, e nel Perù questa rottura ebbe un impatto forte nelle fila comuniste. Il Partito Comunista Peruviano di divise in due tronconi, la parte filosovietica conservò il suo intervento nei settori urbani, operai e nel settore minerario, la frazione filocinese comincio a propagarsi nelle campagne, e proprio l’Università Nazionale San Cristobal di Huamanga divenne il centro propulsore del maoismo peruviano.

Altro elemento importante da porre in rilievo è che nell’Università di Huamanga si studiava il quechua, quando ancora non era riconosciuto come lingua ufficiale. Guzmàn prese parte alle attività organizzate del partito comunista filocinese, che si divise poi sul finire degli anni ’60 ulteriormente in altre frazioni.

Una di queste fu fondata da lui stesso con il nome di PCP – Por el sendero luminiso de Mariàtegui, conosciuta poi semplicemente come Sendero Luminoso (SL).

Il suo contributo teorico. Cos’è il “Piensamiento Gonzalo

Il rifermento a Mariàtegui è proprio di tutti i comunisti peruviani, e non solo. Carlos Mariàtegui del resto è il fondatore del marxismo latinoamericano, il Gramsci peruviano, che proprio seguendo le orme del pensatore sardo incentrò la sua analisi sulla questione indigena.

Ma se dobbiamo parlare del contributo teorico di Guzman, basato su un intreccio eclettico di mariateguismo e maoismo con qualche elemento kantiano, il prodotto in sé è stato molto povero e fuorviante.

Guzman produsse una rilettura volutamente schematica, funzionale alla redazione manuali pronti all’uso militante, in poche parole un catechismo. Un catechismo molto presuntuoso, perché Guzman riteneva di aver realizzato una sintesi politico-teorica che superava dialetticamente quella di Mariategui e dello stesso Mao Tze Tung.

Quel catechismo però ebbe una presa, come molte altre semplificazioni, e riuscì a dare avvio alla Guerra popolare degli anni ’80, pensata come “guerra di movimento dalla campagna alla città” e ritenuta a livello strategico ancora più efficace della “guerra di lunga durata” teorizzata e praticata da Mao.

Per questa ragione Guzman arrivò a definirsi la “quarta spada del marxismo-leninismo” (dopo Marx, Lenin e Mao), altra connotazione non proprio “modesta”.

Il punto di forza di Sendero, la formazione dei quadri

Guzmàn, una volta divenuto responsabile di facoltà all’Università San Cristobal de Huamanga, concentrò i suoi più stretti collaboratori nei corsi dei primi anni e strutturò un curricolum funzionale alle esigenze della sua organizzazione.

Il corso di “Materialismo storico” da lui strutturato rimpiazzò quello di “Introduzione alle Scienze sociali”, “Dialettica della Natura” sostituì le “Scienze Biologiche”, “Materialismo dialettico” inglobò Filosofia e Fisica.

Gli iscritti ai corsi si incrementarono enormemente dal 1969 al 1972. Erano giovani studenti e giovani maestri già attivi nei movimenti per la gratuità della scuola, e provenivano da quella che poi verrà denominata la zona di influenza di Sendero: le regioni di Ayacucho, Apurìmac e Huancavelica.

Queste nuove matricole universitarie erano già distanti dalla tradizione andina dei loro padri, ma non sarebbero mai stati accettati nell’ambiente culturale tipicamente urbano-criollo, fortemente razzista e discriminante nei confronti dei serranos quechuahablantes.

A questi studenti in cerca di una nuova identità e di sicurezza intellettuale SL offrì una spiegazione coerente del mondo fisico, biologico e sociale, una trattazione esaustiva della filosofia e della storia, che, per quanto povera, schematica e inadeguata scientificamente, nella circostanza concreta di una delle più importanti città andine risultava politicamente subito efficace.

La popolazione studentesca in quel periodo crebbe dai 1451 iscritti del 1968 ai 6097 del 1981. In questo modo SL forgiò i suoi quadri. Il format dell’Università di Huamanga venne poi esportato parzialmente o integralmente in altri centri universitari. Da marxisti sappiamo benissimo quando sia fondamentale il legame teoria/prassi, e che da una teoria abborracciata non può che discendere una pessima prassi, e viceversa.

Gli ulteriori passaggi organizzativi

Per arrivare ad essere quel grande “buco nero” in cui si trasformò negli anni ottanta con l’inizio della guerra popolare, SL attraversò una serie di processi:

  • innanzitutto la coesione interna, resa possibile dall’ideologia granitica riferita all’elaborazione del “Presidente Gonzalo”, e dalla omogenea condizione di classe e anagrafica dei quadri senderisti, ovvero giovani andini meticci, provenienti dalle classi medie e medio-basse della Sierra del sud, con un livello di istruzione superiore alla media locale, a cui andranno poi ad aggiungersi coloro che dalla Sierra meridionale emigrarono a Lima tra gli anni 60 e gli anni 80. E’ interessante notare a questo proposito le interessanti similitudini con l’APRA (Alleanza Popolare Rivoluzionaria Americana), nello specifico la leadership indiscutibile affidata a un maestro, Victor Raul Haya de la Torre, l’omogena base sociale, il proletariato e la piccola borghesia delle città della costa, e la pretesa di aver realizzato una sintesi teorico politica avanzata, l’ideologia dell’APRA veniva presentata come un superamento dialettico del marxismo. Però a differenza dell’APRA, SL sorge e si sviluppa in una regione dove l’elemento di modernizzazione non è l’industria, ma l’università
  • Dalla coesione interna seguì il passaggio della chiusura in sé stessa dell’organizzazione e la differenziazione da tutte le altre realtà. Il ricorso ai matrimoni endogamici all’interno della struttura, diffusi sia a livello di vertice che di base, nonché ai legami parentali e territoriali per allargare e allo stesso tempo consolidare la militanza. Coesione e chiusura vengono così a rinforzarsi reciprocamente, accentuando la differenziazione dentro/fuori, noi/loro. Ne venne fuori un partito di quadri selezionati per devozione al Piensamento Gonzalo, strettamente legati fra loro anche nei legami familiari e blindati verso l’esterno
  • L’ultimo passaggio riguarda la relazione con l’esterno, caratterizzata dalla lotta feroce e spietata per inserirsi solo ed esclusivamente nel vertice di una nuova piramide sociale. Il contesto andino tra la fine degli anni 60 e l’inizio 80 si caratterizzava per due tendenze contrapposte: la decadenza della vecchia società semifeudale e gerarchica, che manteneva a stento i suoi privilegi, e le spinte progressive da parte dei settori subalterni, sostenute ma poi disattese dal “Governo rivoluzionario delle Forze Armate” di Velasco Alvarado. SL ebbe un’ottima capacità di inserirsi in fase di stallo, soprattutto nelle realtà più isolate, riproponendo poi una gerarchia e una gestione autoritaria del potere molto più rigida della precedente. Le aree dove SL riuscì a insediarsi erano quelle in cui la presenza dello Stato era di fatto assente e gli abusi dei terratenientes erano la regola. Le prime azioni di SL furono l’occupazione delle terre, la repressione dei ladri di bestiame, anche attraverso la pratica della tortura, e la requisizione dei prodotti presenti nei negozi, che porto una rapidissima crescita di consenso che venne utilizzata per mettere al bando le organizzazioni contadine preesistenti.

La Guerra popular

L’atto primo della Guerra popular viene fatto risalire al 17 di maggio del 1980, quando, nel piccolo villaggio ayacuchano di Chuschi, un gruppo di giovani fece irruzione nel locale dove erano depositate le schede elettorali per le prime elezioni libere dopo 17 anni di governo delle Forze armate.

La notizia cominciò a circolare solo qualche giorno dopo, e passò inosservata. Nei mesi seguenti, mentre la stampa riportava la notizia di furti di dinamite in alcune miniere, bombe cominciarono ad esplodere in vari luoghi: sulla tomba di Velasco Alvarado, il generale artefice della Riforma Agraria; durante una sfilata scolastica ad Ayacucho; in un’assemblea contadina nella stessa città.

Alla fine dell’anno alcuni abitanti di Lima trovarono la mattina all’alba carcasse di cani impiccati a dei semafori con cartelli legati al collo che recitavano: “Deng Xiaoping hijo de perra”. Spettacolarizzazione del terrore e violenza brutale, fin da subito questo è stato il tratto distintivo della Guerra Popular di SL.

Il nuovo presidente Belaunde Terry inizialmente non diede importanza a questi fatti, così come tutte le altre forze politiche, fino a quando, già dall’anno successivo, le azioni spettacolari e gli attentati mortali contro presìdi istituzionali e sedi politiche e sindacali, nella città di Lima e nelle regioni della Sierra del Sud, subirono un’impennata.

Nel 1982 Belaunde diede mandato all’esercito e soprattutto alle truppe speciali degli incursori della marina militare, e così tra il 1983 e il 1984 partì la controffensiva governativa nella provincia di Lima e nella regione di Ayacucho.

I militari delle truppe speciali provenivano quasi esclusivamente dalle città della costa, erano estranei al mondo andino, e tendenzialmente diffidenti, se non apertamente razzisti. Pur essendo un conflitto armato interno, le operazioni militari assunsero la fisionomia della guerra coloniale spietata. Era sufficiente parlare quechua per essere sospettato di senderismo.

Per evitare che la “controinsurgenza” si trasformasse in genocidio pressoché totale, i vari governi che si succedettero (Alan Garcia nel 1985, Alberto Fujimori nel 1990) affiancarono alle Forze armate con i Comitè de Autodefensas (CAD), contadini organizzati in squadre paramilitari con licenza di uccidere.

L’ingresso in campo delle Forze Armate, che agirono con tutta la brutalità di un esercito invasore, rientrava nella strategia di SL. Era necessario secondo quando si evince dai comunicati del gruppo dirigente di Sendero, “pagar la cuota de sangre”, “inducir al genocidio” o, come si espresse senza remore lo stesso Guzmàn in un’intervista al giornale senderista il Diario internacional, nel 1988: “el triunfo de la revolucion costarà un milion de muertos”.

Secondo il rapporto del 2003 la Commissione per la Verità e la riconciliazione (CVR) nominata dal presidente Valentin Paniagua a seguito della caduta di Fujimori (2000), furono 69280 le vittime del Conflitto Armato interno, includendo anche i desaparecidos, il 45% delle sparizioni e dei decessi è attibuita a SL.

Non si sta parlando, qualora non fosse ancora chiaro, di “errori strategici” – sempre possibili in qualsiasi rivoluzione -, ma di una strategia iperdistruttiva e autodistruttiva, una traduzione di una ideologia semplificante in pratica militare.

La guerra popular per Guzman non doveva avere limiti, andava perseguita ad oltranza e ogni ostacolo doveva essere abbattuto. Tutti coloro che non si sottomettevano al Piensamento Gonzalo dovevano essere annichiliti, possibilmente nella maniera più brutale.

A finire schiacciati sotto questa macchina di guerra furono però soprattutto le popolazioni indigene, ma anche importanti leader sociali, tra cui, Maria Elena Moyano, dirigente della rete di mutuo soccorso delle donne del quartiere di Villa San Salvador, estrema periferia di Lima. I senderisti dopo averla assassinata fecero esplodere anche la sua tomba, come loro consuetudine.

L’epilogo finale

Come si diceva all’inizio, la parabola di Abimael Guzman finisce il 12 settembre del 1992, in uno stabile del quartiere Surquillo di Lima.

Una volta catturato Guzmàn venne esposto a uso della stampa dentro una gabbia con indosso la classica divisa a righe bianche e nere riservata ai prigionieri, a simboleggiare anche iconicamente la “vittoria dello Stato” (una pratica che in Italia è stata copiata con l’esibizione di Cesare Battisti, per esempio).

La sua cattura segnerà anche l’unico “trionfo” di Alberto Fujimori, che solo qualche mese prima, il 5 aprile del 1992 aveva sciolto il Congresso e promosso l’autogolpe.

Il primo di ottobre del 1993 Fujimori lesse davanti all’assemblea generale dell’Onu la lettera inviata da Guzman, in cui, rivolgendosi a lui come Presidente legittimo, richiede l’avvio degli accordi di pace.

Seguirà poi una seconda lettera, il 14 di ottobre, ancora più sorprendente, in cui quello che si definiva la “Quarta Spada del Marxismo leninismo” elogiava apertamente l’autogolpe del 1992, sempre reiterando la necessità storica di un accordo di pace.

Ultimo atto di una resa, il 28 ottobre in diretta televisiva, proprio durante la vigilia del referendum indetto da Fujimori per ratificare la sua nuova Costituzione, Guzman, accompagnato da 5 membri della direzione di SL, trasferiti appositamente da Puno a Lima, lesse la lettera che invitava i senderisti ancora in libertà ad accettare l’avvio degli accordi di pace, o più precisamente, ad accettare la resa incondizionata.

Questa la fine ingloriosa di chi si era voluto autoproclamare “el mas grande marxista-leninista-maoista vivente sobre la tierra”, e questa fu la fine della sua organizzazione. Quella macchina da guerra che richiedeva sottomissione assoluta e “cuotas de sangre”.

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