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Il Pcc e gli algoritmi: un futuro digitale senza il capitalismo delle piattaforme

E alla fine scopriremo che la difesa della privacy in rete viene regolata meglio in Cina che nei paesi “liberali”. Non è una scoperta paradossale, a ben rifletterci. E questo articolo pubblicato da il manifesto chiarisce abbastanza bene sia le ragioni non economiche di questa decisione, sia le conseguenze economiche sull'”economia delle piattaforme”. 

Materiale per meditare, prima di parlare.

Buona lettura.

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Una legge per domarli, una legge per gestirli, una legge per guidarli, e in Cina vincolarli. Pechino continua la campagna di normativizzazione dell’industria digitale e dopo la legge sulla sicurezza dati (Dsl) e la normativa sulla protezione della privacy (Pipl) allunga le mani sul cuore pulsante del capitalismo da piattaforma: l’algoritmo di raccomandazione.

Con una nuova bozza presentata a fine agosto (e soggetta a revisione fino al 26 settembre), la Cybersecurity Administration of China (Cac), propone di limitare l’utilizzo dei software di filtraggio dati alla base delle principali applicazioni di servizi internet.

Se implementata, la misura potrebbe scardinare il modello di business sul quale compagnie come ByteDance, Alibaba e Tencent hanno costruito il loro impero, rendendo la Cina il banco di prova per il futuro dell’economia digitale.

La normativa in 30 punti propone di “regolamentare le attività di internet che fanno uso di algoritmi di raccomandazione” e di dare agli utenti la possibilità di “trovare contenuti non indirizzati alle loro caratteristiche personali”.

Il bersaglio è il sistema di analisi dei big data che crea suggerimenti personalizzati e aggregazione di contenuti online, fornendo all’utente un’esperienza di navigazione in linea con le proprie preferenze.

Si tratta dell’utilizzo più proficuo del machine learning, pratica nella quale la Cina è sovrana grazie ai dati di quasi un miliardo di utenti Internet che macina ogni giorno, e che ha permesso ai 161 “unicorni” cinesi di arricchirsi tramite la loro compravendita.

Ma per il Partito Comunista Cinese è finito il tempo del “caotico accumulo di capitale” ed è giunto il momento di battere cassa.

Nel panorama delle piattaforme digitali in Cina, nessuno è al riparo. La proposta di legge si applica in modo trasversale a chiunque faccia uso dell’algoritmo per mostrare contenuti personalizzati.

Che si tratti di cibo sulle app di delivery (Meituan, Elema), di prodotti di lusso sulle piattaforme di e-commerce (Taobao, Jd), di suggerimenti musicali (QQMusic), o di contenuti informativi e di intrattenimento (Weibo, Douyin).

Tutti sono chiamati a rispondere alla Cac, e a presentare alle autorità una “dichiarazione dei servizi di raccomandazione” con informazioni sull’algoritmo.

A tutela degli utenti, poi, alle aziende è richiesto di “dare l’opzione di disattivare la modalità di raccomandazione”, così da contrastare la discriminazione da algoritmo e prevenire violazioni della privacy.

A poco più di un anno da quando il Partito difendeva a spada tratta Tik Tok (versione internazionale di Douyin) per aver rifiutato di consegnare il suo algoritmo all’amministrazione Trump, adesso è lo stesso governo cinese a bussare alla porta dei colossi tecnologici, chiedendo di registrare i codici più proficui dell’industria e sottoporli alla supervisione statale.

Solo nel 2020 Taobao (piattaforma e-commerce di Alibaba) ha fatturato 464 miliardi di dollari con il suo product placement, mentre Douyin (app di mini video di ByteDance) ha guadagnato 59 miliardi di dollari con le vendite in diretta streaming.

Porre limitazioni all’algoritmo di raccomandazione significa mettere in discussione queste cifre da capogiro. Ma per Pechino non è solo una questione economica.

A preoccupare il governo è soprattutto la possibilità delle piattaforme di dirigere i consumi e influenzare le masse. Nella bozza si legge infatti che le limitazioni sono rivolte alle aziende che hanno “la capacità di influenzare l’opinione pubblica” e che è loro dovere interrompere pratiche che “istigano alla dipendenza” o “inducono a spendere grandi quantità di denaro”.

Non è un caso che la bozza sia stata emessa in concomitanza con la campagna di rettificazione morale che ha portato al giro di vite nell’industria dell’intrattenimento.

Così come alle celebrities è richiesto di non ostentare ricchezza e di non alimentare l’idolatria tossica dei fan club, le piattaforme digitali sono invitate a portare avanti “valori morali tradizionali” e “diffondere energia positiva”.

E come dimostrato dalla vicenda di Zhao Wei, attrice miliardaria dichiarata persona non grata dal Pcc, l’accesso ai codici sorgente delle app può significare la completa rimozione di un personaggio (o di un contenuto) dalla sfera digitale.

Il messaggio che arriva dalle autorità centrali è chiaro: non le piattaforme, non le celebrities, l’unico influencer deve rimanere il Partito.

La triade di strumenti giuridici con cui l’ente regolatore di internet potrà modellare l’ecosistema digitale della Rpc è prossima al compimento. La stretta agli algoritmi andrà infatti ad accompagnare la Data Security Law (entrata in vigore il 1° settembre) e la Private Information Personal Information Protection Law (in arrivo il 1°novembre), nel sempre più robusto framework legislativo del cyberspazio cinese.

Rispettivamente, la legge sulla sicurezza dati centralizza i poteri statali sui dati elaborati nella Repubblica Popolare (inclusi quelli di aziende straniere) secondo il principio del sovranismo digitale, e previene il loro trasferimento transfrontaliero.

La legge sulla privacy dei dati invece, contrasta l’accumulo di informazioni personali degli utenti da parte delle aziende, rendendo più difficile e costoso per loro sfruttare i dati dei consumatori.

Dal canto loro, i campioni dell’high tech stanno cercando di prepararsi come meglio possono. C’è chi cerca di placare gli animi del Partito appoggiando le nuove iniziative presidenziali, come Alibaba, che ha di recente stanziato 16 miliardi di dollari a sostegno delle economie locali in nome della “prosperità comune”. E chi, come ByteDance, ha rinunciato all’Ipo per evitare interferenze statali.

La chiave di volta per le compagnie tecnologiche potrebbe trovarsi in una diversificazione dei prodotti, che consenta di esportare le innovazioni tecnologiche cinesi all’estero e allo stesso tempo soddisfi i bisogni di supervisione del Partito.

Un esempio in questo senso è arrivato da Tencent, che a inizio mese ha invitato gli utenti di Wechat registrati con un numero non cinese a utilizzare la versione “internazionale” dell’app. Con conseguente riduzione dei servizi.

Se la rete è il territorio, le big tech cercano un compromesso: Wechat all’esterno, Weixin all’interno. E così anche Tik Tok, che coesiste da tempo con il marchio madre Douyin.

Ci sono state però anche le prime vittime delle tre (dis)grazie giuridiche del tecnologico, come DidiChuxing, che è a luglio è stata rimossa temporaneamente dagli app store per presunta violazione della privacy degli utenti.

Mentre la Cina ingabbia i suoi colossi tech, l’Occidente osserva. Con il suo nuovo apparato normativo la Rpc potrebbe mostrare al mondo un futuro digitale libero dal capitalismo da piattaforma.

Limitare gli algoritmi rischia di portare perdite economiche alle aziende e costi aggiuntivi per l’utente, ma i benefici che le nuove regolamentazioni portano agli eternauti in termini di scelta di consumi e protezione dati sono senza precedenti.

L’Unione Europea, che nel campo della sicurezza informatica conta tra i suoi strumenti il Gdpr, è più concentrata a regolamentare il mercato delle app di intelligenza artificiale (con l’Artificial Intelligence Act) che a frenare la compravendita dei dati.

Negli Stati Uniti invece, continuano gli scandali legati alla violazione della privacy da parte dei colossi della Silicon Valley. Non ultimo quello divulgato dall’agenzia investigativa ProPublica, che ha denunciato WhatsApp per abuso delle informazioni private degli utenti.

Una volta affetta da gravi carenze normative, la Cina si appresta oggi a diventare il Paese più preparato dal punto di vista giuridico nella regolamentazione della sfera digitale, con un modello che nella sua intrusività potrebbe avere successo laddove le democrazie occidentali continuano a inceppare.

Più diritti per gli utenti, maggiori responsabilità per le piattaforme, verso la realizzazione di quella che la scorsa settimana il Consiglio di Stato ha chiamato la “civiltà del cyberspazio”.

Il tutto sotto l’attenta guida del Partito comunista: garante della privacy, educatore delle masse, e sovrintendente del progresso responsabile delle big tech.

* da il manifesto

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