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Il “resto del mondo” contro la guerra. Delegazione africana a Kiev e Mosca

Nell’ambito dell’iniziativa di pace dei capi di Stato e di governo africani per mediare nel conflitto in corso in Ucraina, il presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, è arrivato ieri a Kiev.

Della delegazione fanno parte anche il presidente delle isole Comore e leader di turno dell’Unione africana, Azali Assoumani, e i capi di Stato di Senegal e Zambia, rispettivamente Macky Sall e Hakainde Hichilema.

Contrariamente a quanto annunciato in precedenza, alla missione africana non partecipano il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ( rappresentato dal suo primo ministro Mustafa Madbouly), l’ugandese Yoweri Museveni e il congolese Denis Sassou-Nguesso (rappresentato dal ministro di Stato per la presidenza, Florent Tsiba).

All’ultima votazione all’Assemblea generale dell’Onu contro la Russia – lo scorso 26 aprile – il Sudafrica e il Senegal si sono astenuti, Uganda e Congo non hanno partecipato, mentre Egitto e Zambia hanno votato a favore.

Ramaphosa ha fatto la prima tappa a Varsavia, dov’è stato ricevuto al palazzo presidenziale dall’omologo polacco Andrzej Duda. I quattro leader africani hanno poi raggiunto Kiev viaggiando durante la notte da Varsavia con un treno speciale per un incontro ufficiale con Zelenski.

Dopo Kiev la delegazione africana ha raggiunto oggi San Pietroburgo, seconda tappa della missione, per incontrare e discutere con il presidente russo Vladimir Putin.

Le iniziative di pace tese alla soluzione del conflitto ucraino proposte da vari Paesi “contengono idee che potrebbero funzionare” ha detto alla Tass la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova. “Ribadisco – ha aggiunto – che siamo grati ad ogni Paese, ad ogni Stato, ad ogni personaggio pubblico, visto che molte proposte sono state avanzate personalmente da personaggi pubblici internazionali. Siamo grati a tutti coloro che parlano di pace, che fanno proposte in tal senso e vogliono rendersi utili”. 

I leader africani dovrebbero discutere con gli interlocutori ucraini e russi di un “tentativo di mediazione”, in particolare sull’accordo sui cereali.

Nonostante si trovino a migliaia di chilometri dall’Ucraina, i Paesi africani hanno risentito e risentono oggi dell’impatto della guerra a causa dell’aumento dei costi dei prodotti di base, soprattutto del grano e dei fertilizzanti.

Come ha ricordato la Fao, la Russia e l’Ucraina prima del conflitto assicuravano il 24% della fornitura mondiale di grano. Oggi a lievitare a livello globale sono proprio i costi per la farina e per i fertilizzanti utilizzati in agricoltura.

Questo ha generato un impatto devastante sul nord Africa con il Marocco e l’Egitto tra i principali importatori di grano dall’Europa orientale; nel Sahel, dove i prezzi hanno oscillato in maniera vertiginosa; nel Corno d’Africa (Sudan, Etiopia, Kenya, Somalia) dove i prezzi di pane e olio di girasole sono aumentati del 40% rispetto a un anno e mezzo fa.

Nella Repubblica Democratica del Congo dove un chilo di zucchero oggi costa un terzo in più del prezzo antecedente la guerra in Ucraina; fino ad arrivare in Malawi, dove l’aumento dei prezzi di olio, riso e carburante hanno fatto impennare il paniere alimentare, proprio a causa del costo lievitato dei trasporti.

Lo scorso 16 maggio il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa aveva annunciato l’invio di una missione di capi di Stato africani in Ucraina e in Russia nel tentativo di mediare per porre fine ad conflitto tra Nato e Russia, in cui il resto del mondo non si sente nè vuole essere coinvolto.

Ha avuto dei colloqui telefonici separati con le controparti russa e ucraina, rispettivamente Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, i quali hanno accettato di discutere il piano.

Il presidente sudafricano ha denunciato le “straordinarie pressioni” subite dal suo Paese affinché abbandoni la sua posizione di non allineamento sulla guerra in Ucraina, ribadendo tuttavia che il Sudafrica non si schiererà in quella che ha definito “una sfida di fatto tra Russia e Occidente”.

L’ambasciatore USA in Sudafrica, Reuben Brigety, ha accusato il Paese africano di fornire segretamente armi e munizioni alla Russia, nonostante la sua dichiarata neutralità.

Brigety, citato dai media sudafricani, ha affermato che l’intelligence statunitense è sicura del fatto che armi siano state caricate sulla nave russa Lady R – soggetta a sanzioni Usa – che sarebbe attraccata nella base navale di Simon’s Town, a Città del Capo, nel dicembre scorso e poi trasferite in Russia.

Il governo sudafricano ha ufficialmente negato di aver approvato qualsiasi vendita di armi alla Russia ed ha dichiarato ufficialmente di essere neutrale nel conflitto in Ucraina, ma gli Usa e la Ue lo accusano di un sostegno “de facto” alla Russia, come dimostrerebbero le esercitazioni navali congiunte con Russia e Cina condotte nel febbraio scorso al largo delle sue coste.

Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa inoltre ha confermato l’invito a Putin a partecipare al prossimo vertice dei leader Brics in programma a Johannesburg ad agosto.

Il problema è che la Corte penale internazionale (Cpi) ha incriminato Putin per crimini di guerra. Il Sudafrica, membro della Cpi, sarebbe infatti legalmente obbligato ad arrestare Putin se si recasse nel Paese.

Tuttavia di recente l’African National Congress (Anc) – al governo in Sudafrica – ha stabilito che il governo debba ritirarsi dall’organismo. Un orientamento che sta prevalendo da tempo in molti paesi africani, i quali accusano la Corte Penale Internazionale di utilizzare un doppio standard, forte con i paesi poveri, inerte con quelli occidentali.

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1 Commento


  • giorgino

    I leaders africani dimostrano di non voler togliere il pane di bocca ai loro bambini, condannandoli al rachitismo estremo, come invece fa il governo italiano che toglie il pane ai infanzia italiana per poter mandare i soldi equivalenti a zelenskj. Proprio loro che dicevano prima gli italiani

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