New York centro del mondo stravolto, per un giorno e poi si vedrà. Tutto è girato però attorno al Venezuela aggredito militarmente dagli Usa e alla figura del presidente legittimo, Nicolàs Maduro, rapito dalle forze speciali Usa dopo la strage della sua scorta, e sua moglie Cilia Flores.
In tribunale, dov’era stata organizzata la scena hollywoodiana dell’ingresso dei due sequestrati in catene, anche ai piedi, entrambi feriti (Maduro zoppicava, Cilia con una vistosa bendatura sulla testa), le cose sono andate secondo sceneggiatura (Usa) e logica.
Maduro si è posto come ci si attende da un politico della sua statura: formalmente impeccabile con l’anziano presidente della Corte, sprezzante con un provocatore fatto entrare tra il pubblico.
«Sono il presidente del Venezuela e mi considero un prigioniero di guerra. Mi hanno catturato nella mia casa di Caracas», ha respinto categoricamente le accuse mosse contro di lui e descritto il suo rapimento come un’azione militare che viola la sua immunità presidenziale e la sovranità del suo Paese.
Non era l’udienza per affrontare nel merito tutte le questioni, ma soltanto per formalizzare – parola grossa, visto come ci si è arrivati – l’inizio del “processo”. E’ durata pochissimo e non ha riservato altre “novità”. Fuori dal tribunale parecchi manifestanti sventolavano bandiere del paese sudamericano e cartelli con le scritte «Liberate Nicolas Maduro e Cilia Flores ora» e «USA, giù le mani dal Venezuela».
Contemporaneamente si teneva la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, a poca distanza dal tribunale. Anche qui il copione era in buona parte previsto. Gli Stati Uniti, membro permanente con a disposizione il diritto di veto, hanno impedito che venisse formulata una condanna formale della loro aggressione ad un paese membro dell’Assemblea Generale e che effettua libere elezioni praticamente ogni anno con modalità invidiabili anche per le cosiddette “democrazie liberali” euro-atlantiche.
Ma l’ambasciatore trumpiano Mike Waltz – un minus habens costretto qualche mese fa alle dimissioni da consigliere per la sicurezza nazionale (boom!) perché, per comunicare decisioni segrete, usava una chat Signal come un adolescente in fregola – ha voluto lasciare una “adeguata” traccia della sua presenza.
Ha negato che l’attacco a Caracas e il rapimento del presidente fossero un “atto di guerra”, descrivendolo come una ”chirurgica operazione di polizia” (sorvolando ampiamente su diritto internazionale e senso del ridicolo). Il resto sono le solite chiacchiere falsificanti sul “narcotraffico”, da sempre ampiamente smentite da tutti gli esteri internazionali e dalla stessa Onu.
Russia e Cina hanno usato il massimo di durezza verbale consentito in quel consesso. Mosca è stata particolarmente severa, parlando di vera e propria aggressione armata e richiedendo il rilascio immediato del “presidente legittimamente eletto”. L’ambasciatore russo ha inoltre invitato i membri del Consiglio ad abbandonare la vecchia abitudine ai due pesi e due misure, dichiarando che le azioni statunitensi stanno generando nuovo slancio “per il neocolonialismo e l’imperialismo”. E ha chiesto naturalmente la liberazione immediata di Maduro.
La Cina si è detta “profondamente scioccata” per quelli che ha definito atti “unilaterali, illegali e prepotenti”, accusando Washington di “aver calpestato senza ritegno la sovranità, la sicurezza e gli interessi legittimi del Venezuela”. Come Mosca, anche Pechino ha insistito per il rilascio del presidente venezuelano.
L’America Latina ha reagito come ci si attendeva, con Messico, Colombia, Cuba e Brasile fortemente critici con gli Stati Uniti, mentre il cameriere di Milei batteva le mani per farsi notare da Trump.
L’”Europa” ha invece brillato per divisione e imbarazzo. I nazisti della Lettonia hanno attaccato “il regime di Maduro”, caratterizzato da “repressioni di massa, corruzione e criminalità organizzata”.
Il Regno Unito ha denunciato la precarietà instaurata sotto il governo di Maduro e definendo “fraudolenta” la sua presa di potere, ma non ha quasi parlato dell’azione Usa, pur ribadendo l’impegno per il rispetto del diritto internazionale come “base essenziale per la pace globale”. Bla bla bla… insomma.
La Francia, attraverso il vice ambasciatore, ha denunciato l’aggressione affermando che mina le fondamenta stesse dell’ordine internazionale. Ma nelle stesse ore Macron esprimeva soddisfazione per il rapimento dei Maduro. C’è grossa confusione, a Paris…
Eppure in quel momento Trump aveva rilanciato l’intenzione di prendersi la Groenlandia – possedimento danese, quindi europeo e addirittura membro della Nato – perché “gli serve”. Per i vassalli europei si apre dunque un’altra voragine che si trascina dietro le stesse argomentazioni fin qui usate per giustificare l’immondo “doppio standard”. Quello per cui attaccare un paese latino-americano o africano “è comprensibile”, ma minacciare gli interessi europei – per ora verbalmente, in seguito vedremo – è invece “una violazione del diritto internazionale”. Che vale insomma “fino ad un certo punto”, secondo il suo massimo filosofo, Antonio Tajani…
Quasi nelle stesse ore a Caracas giurava come “presidente incaricata” la vice Delcy Rodriguez, che i servi ciechi dei nostri media mainstream provano a descrivere come una potenziale “complice” degli Stati Uniti.
Per dare la misura di questo atteggiamento infame basterà citare un esempio: nel corso del giuramento ha ripreso una frase di Simon Bolivar pronunciata nel celebre Discorso di Angostura (1819), promettendo di garantire «un governo che offra felicità sociale, stabilità politica e sicurezza politica».
Questa citazione è stata rigirata sul Corriere dalla pessima Sara Gandolfi in una sorta di “messaggio diretto all’amministrazione Trump, cui poche ore prima aveva rivolto l’invito a ‘lavorare insieme per la pace e non per la guerra’”. Questo è il livello del “giornalismo” italico, o forse solo l’abitudine contratta sotto padrone…
La Rodriguez ha giurato «con rammarico, per la sofferenza causata al popolo venezuelano, per un’aggressione militare illegittima contro la nostra patria, per il rapimento di due eroi che sono ostaggi negli Stati Uniti: il presidente Nicolás Maduro e la prima combattente di questo Paese, Cilia Flores».
Non l’attende un compito facile.
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Anna M.
Delcy Rodriguez è una compagna a cui la Gandolfi – insieme a tutte/i quelle/i che hanno fatto del servilismo la loro filosofia di vita- non è neanche degna di leccare la suola delle scarpe
bob
“cameriere di Milei”, credo sia un refuso, niente “di”.
almar
La protesta in ambito ONU contro l’ azione proditoria di Trump non servono a niente, vista l’assodata capacità di esercitare il diritto di veto da parte degli Stati Uniti. Sono parole al vento, come gli strilli di Russia Cina e quant’altri, destinati a non conseguire nessun risultato. Francamente non ho idea di cosa si potrebbe fare altrimenti, senza pensare assolutamente ancora una volta a qualche guerra, ma quello che è sicuro è che l’ONU è oramai un organismo incapace di regolare le controversie internazionali e di far rispettare il Diritto Internazionale. Il suo peccato originale è quella concessione del diritto di veto permanente alle nazioni “vincitrici” della Seconda Guerra mondiale che permane a più di 80 anni dalla sua fine, in un periodo in cui gli equilibri e gli accordi di allora sono completamente saltati. Come minimo per restituire all’ONU un po’ di importanza e credibilità occorrerebbe eliminare il diritto di veto permanente, ed anche quello transitorio, affinché l’ONU possa essere un’assemblea democratica in cui tutti i paesi hanno la stessa importanza.
Maria Rosa Pellegrini
Il caoi della Casa Bianca ha confessato ai giornalisti che lo intervistavano sull’Air Force One, che il cambio di regime in Venezuela è stato concordato con le Società Petrolifere americane non con il Congresso ipocrita perché i democratici volevano sostituire il governo del Venezuela gia durante la presidenza Obama. Con l’ennesima aggressio a stati sovrani si delinea uno scenario di guerra mondiale contro Russia e Cina a cui il fascista Trump toglie i legami col Venezuela