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“ICE, out for good!” Gli USA attraversati dalle proteste

Una nazione in fiamme, travolta da un’ondata di indignazione che dalle strade innevate del Midwest ha raggiunto le principali metropoli della costa est e ovest. Gli Stati Uniti sono teatro di una mobilitazione massiccia dopo l’omicidio di Renee Nicole Good, la donna di 37 anni colpita a morte mercoledì scorso da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), a Minneapolis.

Nonostante il freddo e la neve, il fine settimana del 10-11 gennaio ha visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza in oltre mille eventi per tutto il paese, tra presidi, cortei e fiaccolate. “ICE, Out for Good!” – via l’ICE per sempre – è lo slogan che anima le proteste, con un gioco di parole tra il cognome di Renee e l’auspicio di una fine definitiva delle operazioni dell’agenzia federale “personale” di Trump, salita alla ribalta per le violenze e i rastrellamenti degli ultimi mesi, che hanno già causato varie rivolte.

La dinamica dell’incidente avvenuto mercoledì è al centro di un aspro scontro istituzionale. Secondo la versione dell’amministrazione Trump, l’agente, veterano dell’Iraq, avrebbe sparato per legittima difesa mentre la donna tentava di investirlo.

Tuttavia, testimonianze oculari e diversi video smentiscono categoricamente questa ricostruzione, mostrando semmai la donna fuggire dal tentativo di un agente di aprire la portiera, senza intenzione di colpire l’uomo.

Renee e sua moglie erano lì come parte del “movimento dei fischietti”, nato lo scorso anno per avvertire in maniera immediata e pacifica i migranti della presenza di agenti dell’ICE. Anche l’evidente azione di resistenza non violenta che stavano portando avanti dimostra come non ci sia alcuna proporzione tra l’intervento dei poliziotti e il millantato “pericolo”.

L’FBI ha assunto la guida delle indagini e la polizia statale ha denunciato di essere stata ostacolata e di fatto estromessa dai rilievi. Nel frattempo, a gettare benzina sul fuoco si è aggiunto un altro caso a Portland, in Oregon. Due persone di origine  venezuelana sono state ferite dall’ICE. Anche in questo caso, le autorità federali hanno invocato la legittima difesa, collegando arbitrariamente i colpiti alla gang Tren de Aragua.

Il procuratore generale dell’Oregon, Dan Rayfield, ha già annunciato un’inchiesta indipendente, separata da quella federale. Le politiche anti-immigrazione dell’amministrazione Trump, caratterizzate da rastrellamenti urbani e metodi a dir poco brutali sono già sotto la lente di organizzazioni umanitarie e dell’opinione pubblica mondiale.

Ma ciò che più di tutto le proteste di queste ore raccontano, in particolare con gli eventi di Portland, è quello di una società sempre più spaccata e sclerotizzata, educata a suon di armi come strumento legittimo di risoluzione dei conflitti. Se questo modello di società, dalle fondamenta totalmente anti-sociali, perde l’elemento che la teneva unita, cioè la propria capacità egemonica legata all’idea di essere i gendarmi del mondo, tra fallimenti militari e deindustrializzazione, il risultato può diventare l’implosione interna.

Alcuni pezzi del capitalismo stelle-e-strisce hanno puntato su Trump e su una nuova e aggiornata “Dottrina Monroe” come via d’uscita dalla crisi, militarizzando ulteriormente la vita interna del paese. È un gioco pericoloso, che unisce la “guerra esterna” a quella interna, non solo sul piano “culturale” e ideologico. Appunto, la giustificazione per i colpi sparati a Portland è quella del coinvolgimento dei colpiti in uno dei gruppi criminali che sono stati arbitrariamente citati da The Donald per giustificare l’aggressione imperialista al Venezuela (venendo poi smentito dal suo stesso “Dipartimento della giustizia“).

Le linee di faglia interne alla società statunitense sono sempre più profonde e, soprattutto, le azioni intraprese dall’attuale establishment non puntano a creare nuovo consenso, quanto a una militarizzazione e “fascistizzazione” della vita di tutti i giorni. Nel frattempo, le proteste continuano, anche con barricate e scontri violenti.

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