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Borrell straparla, la Cina (e non solo) si cautela

Quando parla Josep Borrell, “ministro degli esteri” dell’Unione Europea, è bene stare a sentire attentamente. Perché a dispetto del suo ruolo, che lo vincolerebbe ad un linguaggio diplomatico accorto, spara spesso senza “veli retorici” quali sono gli obiettivi o valutazioni dell’establishment euro-atlantico.

Sua era stata anche quell’altra perla – “noi viviamo in un giardino, fuori c’è la giungla” – che ha mostrato la patente di suprematismo bianco, occidentale e neoliberista a tutto il pianeta.

La sortita dell’altroieri è stata forse ideologicamente meno illuminante, ma sul piano concreto – ossia economico e finanziario – sembra invece più decisiva.

«Basta con i “ma”. Metto sul tavolo una proposta concreta e gli Stati dovranno dire se sono d’accordo oppure no» per usare i 3 miliardi di euro l’anno generati dagli extraprofitti straordinari dei beni russi congelati dalle sanzioni imposte a Mosca per l’aggressione all’Ucraina. «L’idea è quella di utilizzare la maggior parte di queste entrate per fornire a Kiev le attrezzature militari di cui ha bisogno per difendersi».

L’idea sembra un pelo meno estrema del sequestro puro e semplice dei beni russi, “limitandosi” a rapinare gli interessi maturati anno dopo anno. Anche la cifra finale – 3 miliardi – è considerevolmente minore.

Ma il problema sta nella violazione di qualsiasi regola internazionale e, quasi paradossalmente, nella messa in discussione della “proprietà privata” da parte dei campioni del liberismo più sfrenato.

A consigliare prudenza su questa ‘svolta disinvolta’ sono stati in molti, dal premio Nobel per l’economia Shiller alla stessa Bce, in base ad una constatazione quasi elementare (ma evidentemente troppo profonda per Borrell, che pure è stato avvertito da tanti: «alcuni membri si sono mostrati preoccupati per la base giuridica, per la conformità con il diritto internazionale, per le conseguenze sui mercati finanziari»).

Se ti appropri dei beni russi in Occidente (in Europa, in questo caso) tutti gli altri soggetti nelle stesse condizioni (a partire dai paesi petroliferi) salteranno sulla sedia.

E, soprattutto, cominceranno a ritirare i propri soldi dalle banche europee o a (s)vendere i propri asset. Non è accaduto in modo evidente quando la Gran Bretagna si è appropriata dell’oro venezuelano depositato da tempo immemorabile nella piazza londinese, ma chiaramente la Russia è un soggetto più “pesante”. Se viene espropriata lei, nessun altro può più sentire i propri averi al sicuro.

Questo pericolo aveva velocemente convinto Biden a lasciar perdere, per ora, mentre al soldato Borrell nessuno ha ancora bussato sulla spalla per sussurrare “ma che cxxxo dici?

Sta di fatto che, intanto, sui mercati finanziari sono cominciate le grandi manovre dei grandissimi investitori “sovrani” (gli Stati) che muovono migliaia di miliardi.

Il giornale cinese Global Times, per esempio, registra in tono decisamente sobrio il fatto che “Le partecipazioni cinesi del debito del Tesoro degli Stati Uniti sono scese a 797,7 miliardi di dollari a gennaio, ponendo fine all’aumento degli ultimi due mesi”.

Senza neanche dover sottolineare che le minacce di sequestro dei fondi russi sono iniziate proprio con l’invasione dell’Ucraina (febbraio 2022), il giornale sottolinea che “Dall’aprile 2022, le partecipazioni cinesi nel debito del Tesoro statunitense sono sempre rimaste al di sotto di 1 trilione di dollari”.

Non è difficile trarre l’equazione: se i nostri asset possono essere sequestrati in base ad una scelta politica da parte del governo (Usa o europeo non importa) allora è bene ridurre questi depositi o altro.

Poi questa decisione può comportare una “fuga precipitosa” oppure una diluizione progressiva, tale da non creare troppe turbolenze sui mercati (che si ripercuoterebbero inevitabilmente anche sull’economia cinese). Ma la direzione di marcia – perdurando discorsi dissennati come quello di Borrell – è presa.

Del resto, “Gli analisti hanno osservato che nel medio-lungo termine, la volontà dei detentori di capitali esteri di investire in titoli del Tesoro USA continuerà a divergere.

Da un lato, alcuni capitali privati stanno scommettendo sui profitti derivanti dalle partecipazioni nel debito statunitense a causa dei tagli dei tassi di interesse della Fed di quest’anno.

D’altra parte, le banche centrali d’oltremare continuano a promuovere costantemente la diversificazione delle loro riserve valutarie.

Un numero sempre maggiore di persone sta prendendo in considerazione l’allocazione dell’oro come alternativa al debito del Tesoro degli Stati Uniti a causa dell’inflazione, dei rischi geopolitici e di una maggiore diversificazione del sistema di valuta di riserva globale”.

Quel “numero sempre maggiore di persone“, com’è noto, è fatto di Stati in ascesa, con interessi sempre più divergenti da quelli statunitensi ed europei. Che non ci pensano neanche a farsi rapinare ancora da un imperialismo occidentale in crisi (anche) di nervi.

Insomma: volete giocare con le vostre regole e cambiarle quando vi fa comodo? Fatelo con i soldi vostri, please.

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1 Commento


  • Antonio D.

    Ok? Rompere le “regole liberiste” che tutela e garantirebbe le “proprietà economiche private” non credo che possa comportare “strategie di vincita; tutt’altro! Auguri

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