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Stati Uniti. Già trenta le persone morte nelle mani dell’ICE. Cresce lo scontro interno

Secondo quanto riportano alcune agenzie, nel 2025 l’Ice ha battuto un sanguinoso record di morti tra le persone finite nei suoi centri di detenzione: 30 decessi, secondo i dati pubblicati dall’agenzia Afp.

Il Washington Post ha riferito che la morte di Lunas Campos, un immigrato cubano di 55 anni, avvenuta in stato di detenzione, sarà probabilmente dichiarata omicidio, con “causa preliminare del decesso: asfissia dovuta a compressione del collo e del torace”. Secondo il quotidiano americano un altro detenuto racconterebbe di aver visto Geraldo Lunas Campos strangolato a morte dalle guardie di un centro di detenzione dell’Ice in Texas il 3 gennaio scorso.

L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è un’agenzia federale statunitense che si occupa di immigrazione irregolare e deportazioni. Negli ultimi anni è stata al centro di forti critiche, soprattutto durante la presidenza di Donald Trump, per le sue pratiche operative brutali, gli omicidi a sangue freddo e per l’espansione dei poteri di arresto e detenzione. Gli agenti dell’ICE, come è ormai rilevabile in tutti i video e le foto, agiscono mascherati per non farsi identificare e si comportano come un vero e proprio esercito di occupazione ma nelle proprie comunità.

Sulla scia della brutale uccisione di Renee Nicole Good, un informatore del Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha rivelato che sono stati svelati i dati personali di circa 4.500 agenti e funzionari dell’ICE e della Border Patrol in quella che è stata descritta come la più grande violazione di dati della Sicurezza Interna personale di sempre. 

Ma adesso i nomi, le email di lavoro, i loro numeri di telefono, i loro ruoli lavorativi e curriculum non sono più anonimi o riservati. Quasi 2.000 agenti di polizia in prima linea, proprio quelli che conducono raid, arresti e deportazioni, sono ora presumibilmente esposti.

I dati sarebbero stati consegnati a ICE List, un sito con dominio islandese che si definisce come una “iniziativa di responsabilità” gestita da volontari che traccia gli agenti e gli abusi. Il suo fondatore afferma che l’uccisione di Good è stata “l’ultima goccia” anche per molti all’interno dell’agenzia, e a giudicare dalla portata della fuga di notizie, il dissenso all’interno della stessa sta aumentando.

A Minneapolis intanto resta altissima la tensione, con nuovi scontri nelle strade, dopo che un agente dell’Ice ha sparato ad un immigrato venezuelano, ferendolo a una gamba, una settimana dopo che un altro agente ha ucciso la giovane donna Renée Good durante un’operazione per la deportazione di immigrati.

Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha annunciato che potrebbe schierare la Guardia Nazionale per opporla alle brutalità e agli abusi dell’ICE contro la popolazione, mentre nei giorni scorsi aveva invitato i cittadini a girare con il telefonino sempre pronto per documentarle con i video.

Venerdì, un giudice federale ha vietato agli agenti federali di Minneapolis di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare munizioni non letali e strumenti di controllo delle folle contro di loro.

Il giornale statunitense Politico riferisce che la sentenza di 80 pagine della giudice distrettuale statunitense Kate Menendez, si colloca in un clima sempre più conflittuale tra l’amministrazione Trump e i funzionari del Minnesota, che hanno accusato gli agenti dell’ICE di alimentare paura e violenza nelle strade locali.

L’ordine della giudice Menendez vieta ai funzionari della Sicurezza Interna e dell’ICE coinvolti nell’Operazione Metro Surge di “usare spray al peperoncino o munizioni non letali simili e strumenti di dispersione della folla contro persone che stanno svolgendo attività di protesta pacifiche e senza ostacoli.” Il giudice ha inoltre proibito agli agenti federali di fermare i veicoli che li seguivano, purché questi mantengano una distanza sicura e “adeguata”.

La decisione è arrivata in risposta a una richiesta d’emergenza da parte dei manifestanti che hanno citato in giudizio l’ICE a dicembre, sostenendo che le loro azioni sono state avvenute con arresti incostituzionali e violenza.

Dura la reazione della Casa Bianca, la cui portavoce Abigail Jackson ha dichiarato: “Questa assurda sentenza abbraccia una narrazione disonesta e di sinistra. Ecco la verità: gli agenti federali hanno agito legalmente per proteggersi e garantire l’integrità delle loro operazioni quando individui tentano di intervenire. L’amministrazione Trump farà sempre rispettare la legge.”

Non solo. Il Dipartimento di Giustizia ha anche iniziato a mettere nel mirino due dei critici più severi di Trump in Minnesota — il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey — per aver potenzialmente ostruito gli agenti dell’immigrazione.

Questa escalation ha visto Donald Trump minacciare per l’ennesima volta l’uso dell’Insurrection Act, una legge del 1807 che in condizioni di emergenza conferisce al presidente il potere di schierare a livello nazionale le forze militari contro i cittadini americani e di federalizzare le unità della Guardia Nazionale dei singoli Stati.

L’Insurrection Act fu invocato l‘ultima volta nel 1992 dall’allora presidente George Bush senior, su richiesta del governatore repubblicano della California, alle prese con una rivolte senza precedenti a Los Angeles dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano picchiato a morte Rodney King, un automobilista nero.

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