Yohandris Varona Torres, un militare cubano che è sopravvissuto all’attacco degli Stati Uniti al Venezuela lo scorso 3 gennaio per catturare Nicolás Maduro, ha raccontato quanto accaduto in quella madrugada.
Secondo quanto riferito venerdì alla stampa della sua natale Camagüey, durante l’omaggio resogli in quella provincia ai 32 cubani morti nell’operazione ordinata dal presidente Donald Trump appena due settimane fa per sequestrare l’allora presidente venezuelano, Varona aveva da appena due mesi e sei giorni l’incarico di sicurezza personale nel Paese sudamericano quando avvenne l’attacco.
«Ci siamo battuti lì contro gli aerei che ci mitragliavano. Nonostante il nostro armamento fosse inferiore, non abbiamo smesso di combattere, ci siamo affrontati. Ho la mia preparazione e so come combattere, ma loro erano superiori a noi. In quel momento il mio unico pensiero era combattere. Bisognava sparare e ho cominciato a farlo», ha dichiarato al quotidiano Adelante l’ufficiale originario di Vertientes, a Camagüey, con 23 anni di esperienza militare.
«Quella notte ero entrato di guardia a mezzanotte e dovevo restare sei ore. L’attacco è avvenuto verso le due del mattino. Era piena notte. Tutto era buio. Se un elicottero ti viene addosso, l’unica cosa che ti resta è sparargli e difenderti. È stato così. Fino all’ultimo momento abbiamo continuato a sparare», ha raccontato Varona, che svolgeva in Venezuela “la sua prima missione internazionalista”.
«Nonostante il loro vantaggio di fuoco, ha aggiunto, sono sicuro che abbiamo colpiti parecchi. Più di quanti loro riconoscano. Abbiamo combattuto duramente. Abbiamo continuato a tirare fino a quando quasi tutti siamo caduti, morti o feriti».
Non è stato un combattimento veloce, né facile, come in principio hanno cercato di far credere Trump e i suoi seguaci. Con il passare dei giorni si è confermato che solo la morte e la mancanza di munizioni sono riusciti a spegnere la resistenza dei cubani.
Allo stesso modo, Varona ha spiegato come riuscì a recuperare i corpi dei suoi compagni caduti durante l’attacco, che ha definito «una gloria per tutta Cuba».
«Erano i miei fratelli. Lavoravano con me. Li ho visti cadere tutti e li ho caricati tutti io. Lì non c’è stato l’aiuto di nessuno per farlo, ma nessun corpo è rimasto sul campo. Li abbiamo riparati in un nostro dormitorio. Non posso spiegare il dolore. Ma almeno nessuno è rimasto in Venezuela. Sono qui, nella nostra Patria», ha espresso il 16 gennaio rendendo loro tributo.
Nonostante a quest’ora molti cubani lamentino che decine di cubani siano morti «difendendo una causa che non era la loro», Varona ha sottolineato che «la morte dei miei compagni non può essere vanificata».
Lo scorso 6 gennaio, il governo cubano ha reso pubbliche le identità dei 32 cubani membri delle Forze Armate e del Ministero dell’Interno morti in Venezuela, un elenco che include due colonnelli, un tenente colonnello, quattro maggiori e altri gradi militari, di età compresa tra i 26 e i 67 anni. Tutti operavano nel primo anello della sicurezza personale del leader chavista e sono stati promossi di grado post mortem.
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Paolo DP
oggi ho letto su facebook un articolo che riportava come nell’assalto al Venezuela del 3 gennaio sono morti 20 yankee e 45 sono rimasti feriti, alcuni in maniera molto grave.
non sono riuscito a salvare l’articolo perché non sono pratico di questi strumenti, la notizia potrebbe essere un falso, ma chi è più pratico di me vale la pena di investigare meglio.