“Cuba rimane in tempo di pace e concentrata sui suoi problemi. Non cerca la guerra, ma non è nemmeno indifesa. Prepararsi alla difesa è un diritto e un dovere costituzionale per qualsiasi Paese, ma manipolare l’opinione pubblica e trasformare ‘preparazione’ e ‘revisione e approvazione dei piani’ in ‘dichiarazione dello stato di guerra’ è giornalismo irresponsabile”.
Lo afferma l’emittente TeleSur commentando il rincorrersi delle voci su un possibile attacco imperialista USA a Cuba come quello del 3 gennaio in Venezuela che ha visto il sequestro del presidente legittimo Nicolas Maduro e della sua sposa Cilia Flores.
Ma la strategia criminale degli USA è ormai chiara: dazi e sanzioni per tentare di creare disaffezione nel popolo e fake news per tenere sulla corda i paesi che si prefiggono di attaccare, come stanno facendo con Venezuela e Cuba ma anche con l’Iran e come fa Israele con Iran, Siria e Libano, una strategia criminale che vede attacchi continui su Gaza, la Cisgiordania e da dodici anni ormai lo Yemen che la coalizione anglo-arabo-americana spiana regolarmente settimana dopo settimana con bombe e missili costruite anche in Sardegna.
“Anche se la sproporzione delle forze è evidente, alla fine – sottolinea Luciano Vasapollo – trionferà il coraggio e la determinazione di questi popoli feriti e soprattutto di quelli che hanno scelto di camminare insieme per costruire la Patria grande immaginata da Simon Bolivar e che tra mille difficoltà si cerca di realizzare attraverso le geniali intuizioni di Fidel Castro e Hugo Chavez”.
Professore, molti osservatori parlano oggi di “rigurgiti integralisti” nella politica estera di Donald Trump nei confronti dell’America Latina. Lei come interpreta questa dinamica?
Quello che stiamo vedendo non è un fenomeno isolato, ma la riaffermazione di un modello imperiale in crisi, che cerca di ripristinare la supremazia statunitense in un emisfero sempre più autonomo e resistente. Gli attacchi contro Venezuela, Cuba e altri paesi latinoamericani sono espressione di una strategia di dominio che non può tollerare alternative reali al modello neoliberista e imperialista.
Gli Stati Uniti reagiscono con sanzioni, pressioni economiche e accuse strumentali proprio perché vedono crollare il mondo unipolare che hanno cercato di mantenere per decenni.
Lei parla spesso di un mondo “più dialettico, antimperialista e multicentrico”. Che cosa significa questo in pratica nell’attuale contesto latinoamericano?
Significa che le contraddizioni storiche del dominio unipolare statunitense si stanno scontrando con forze che promuovono un ordine internazionale diverso: non semplicemente multilaterale, ma multicentrico, nato dall’esperienza di alleanze come l’ALBA e dai percorsi rivoluzionari iniziati con Cuba socialista e poi con il modello comunitario venezuelano.
Questi processi non sono astratti. Già in Asia e in America Latina connotati rivoluzionari come in Nicaragua, Cina e Vietnam, e con modelli di rottura anti-imperialista come i BRICS, mostrano che si possono costruire alternative concrete. La visione di un mondo dove l’Europa e il Sud Globale dialogano su basi diverse da quelle imposte da Washington nasce proprio da queste esperienze.
Come si collega tutto questo alle figure storiche di Martí, Bolívar e Che Guevara, e al pensiero gramsciano?
Esiste una profonda continuità tra il pensiero di José Martí, che dedicò la sua vita alla costruzione di una “Nuestra América indio-africana” libera dall’oppressione coloniale, e le pratiche rivoluzionarie di Fidel Castro, Hugo Chávez, Raúl Castro, Miguel Díaz-Canel e Nicolás Maduro. Martí fu riferimento irrinunciabile per Fidel e, insieme a Bolívar, per Chávez, come ispirazione del fare rivoluzione.
Una rivoluzione che non è solo ideologia, ma prassi nella quale pensiero e azione sono sostanza del divenire storico, sociale, politico ed economico in un’ottica democratica partecipativa contraria sia all’imperialismo americano che a ogni forma di neo-colonialismo. Questo legame storico si riflette nella costruzione di società libere, giuste e con autodeterminazione politica fondata sulla sovranità sulle proprie risorse nazionali.
Secondo lei, cosa testimoniano oggi le resistenze eroiche dei popoli di Cuba e Venezuela in questo quadro?
Le resistenze di Cuba e del Venezuela dimostrano che un altro mondo è possibile, nonostante l’assedio quotidiano dell’aggressione imperialista. Questi paesi rappresentano la continuità di una lotta che non è meramente teorica, ma concreta e popolare.
La rivoluzione non è un atto di forza, ma un atto profondo d’amore verso la comunità, e la cultura democratica popolare che si costruisce in questi paesi è esempio di partecipazione reale del popolo alla propria storia. È una battaglia in cui le categorie di studio come pensiero-azione sono decisive per la trasformazione.
Trump e l’amministrazione statunitense affermano invece di voler “ripristinare la supremazia americana” in America Latina. Come valuta questa retorica?
È parte della narrativa imperialista che non accetta modelli alternativi di sviluppo e sovranità. La retorica di ripristino della supremazia non è che un vestito per giustificare nuove forme di interventismo e controllo, spingendo paesi come il Venezuela sotto pressioni economiche, diplomatiche e di guerra ibrida.
È la stessa logica con la quale in passato si è imposto controllo su Panama o si è cercato di soffocare Cuba con blocchi economici prolungati. La differenza oggi è che queste dinamiche si scontrano con forze che rifiutano la subordinazione e costruiscono solidarietà internazionale concreta.
Qual è, allora, il ruolo della sinistra rivoluzionaria di fronte a queste sfide?
Recuperare pienamente l’insegnamento di pensiero e agire rivoluzionario non è solo importante, ma è strategicamente decisivo. La battaglia per la liberazione anti-imperialista e la caratterizzazione anticapitalista del conflitto globale sono centrali, soprattutto contro coloro che si definiscono di sinistra ma che di fatto affossano questi ideali.
Custodire e rilanciare la memoria di Martí, Bolívar, Gramsci, Che Guevara, Fidel Castro e Chavez significa continuare a lottare per la sovranità dei popoli subalterni e per una società libera da oppressioni economiche e politiche.
In una prospettiva concreta, quali sviluppi possono considerarsi avanzamenti di questo mondo “multicentrico”?
Gli avanzamenti si vedono nella concreta costruzione di alleanze e nella capacità dei paesi latinoamericani e di altri Stati del Sud globale di mantenere politiche autonome, rafforzare democrazia partecipative, e promuovere progetti di integrazione anti-imperialista.
Non sono processi perfetti, ma segnano passi avanti rispetto a un sistema che fino a poco tempo fa sembrava inscalfibile. Dalla resistenza di Cuba e del Venezuela alla formazione di blocchi come i BRICS, siamo in un’epoca in cui le contraddizioni della geopolitica danno spazio a confluenze oggettive tra cultura, democrazia popolare e rivoluzione come pratica quotidiana di emancipazione.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa