La novità c’è, almeno sul piano formale. Che, nelle trattative diplomatiche, ha una sua importanza, perché segnala sempre anche un momento significativo, negativo o positivo che sia.
Nei colloqui iniziati ad Abu Dhabi la novità formale sta nel fatto che per la prima volta, dopo Istanbul 2022, una delegazione russa ed una ucraina si sono ritrovate nella stessa sala insieme a quella statunitense, sempre guidata dall’inviato speciale Steve Witkoff, affiancato dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, appena usciti da un colloquio di quattro ore con Vladimir Putin, ovviamente a Mosca.
Diciamo che il dato negativo è proprio quest’ultimo: se due incaricati passano indifferentemente da un dossier di crisi all’altro (Ucraina, Gaza, Medio Oriente in generale, ecc), o sono dei geni assoluti di cui il mondo non si era mai accorto, oppure il loro stile di lavoro e il loro ruolo è superficiale, puramente politico, un velo sovrapposto allo sforzo degli sherpa che devono occuparsi della “ciccia”.
In ogni caso, che russi e ucraini si rivedano è un segno che il lavoro preparatorio – l’eliminazione questioni “irrisolvibili”, l’entità e la struttura delle “compensazioni” per ogni mediazione, ecc – è andato abbastanza avanti.
La voce più circolante riguarda proprio l’ultimo miglio, che sarebbe rappresentato dal ritiro ucraino anche dalla piccola parte di Donbass ancora non conquistato dall’esercito russo. Se si osservano le carte geografiche, ci si accorge subito che in pratica non si tratta di una questione immensa, ma è simbolicamente importantissima sia per Mosca che per Kiev.
Non solo, o non tanto, per l’appartenenza della popolazione lì residente al gruppo “russofono” o viceversa (dopo quattro anni di guerra su quel territorio di civili ce ne sono rimasti ben pochi, il resto è fuggito “dalla sua parte” del fronte). Entrambi gli eserciti hanno pagato carissimo lo sforzo – ci risparmiamo per una volta la contestazione dei numeri mandati in giro dagli uffici propaganda – e l’accettare che il confine sia fissato un po’ più a nord o a sud, a est o ad ovest, può diventare “accettabile” o “inaccettabile” per il consenso interno.
Sul terreno, però, le cose sono abbastanza definite. Quel che resta in ballo è una parte limitata dell’oblast di Donetsk e di Kherson.
Che la questione territoriale sia considerata “l’ultimo ostacolo” dovrebbe significare che tutte le altre – ingresso di Kiev nella Nato, e delle truppe occidentali in Ucraina, garanzie di sicurezza reciproche, ecc, sono state grosso modo risolte. Se fosse davvero così, la pace non dovrebbe essere lontanissima.
Zelenskij, però, dopo la “strigliata” suicida data agli europei in quel di Davos, continua a cercare soldi e armi, missili Patriot (anti-missile) e altri a lunga gittata per colpire direttamente Mosca o altre città importanti.
Mentre il consigliere del Cremlino, Yuri Ushakov, ha confermato che posizione russa resta quella definita con la “formula di Anchorage“, quando Trump e Putin si erano incontrati di persona.
E raffredda le aspettative di svolta anche il fatto che la delegazione russa è fondamentalmente “tecnica”, composta quasi solo da militari, che naturalmente sono incaricati di soppesare le diverse soluzioni proposte, ma non decidono politicamente nulla. Il “politico” presente è per il momento Kirill Dmitriev, consigliere presidenziale per gli investimenti esteri e negoziatore per le questioni economiche, con grande esperienza nei rapporti gli americani, ma non certo un “decisore”.
Oggi si sta aprendo la seconda giornata di colloqui e quindi entro sera si dovrebbe capire qualcosa di più.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
