Si chiamava Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, un infermiere di terapia intensiva presso il dipartimento governativo per i veterani di guerra, ecologista e attivista “politico-umanitario”. Di chiare origini italiane, così come “fuhrer” dei suoi assassini, Greg Bovino, messo da Trump alla guida dell’ICE, una milizia anti-immigrazione diventata la sua personale “falange armata”.
Alex è diventato ieri a Minneapolis, dopo Renee Good, la seconda vittima in pochi giorni delle bestie che compongono quella falange. Una terza persona, nei giorni scorsi, era stata raggiunta da proiettili sparati dall’ICE ed è attualmente in gravi condizioni all’ospedale.
La scena dell’omicidio è stata ripresa in video e non consente giustificazioni, anche se i “maiali” – sarebbe bene tornare alle definizioni degli anni ‘60, per una volta – hanno provato a dire che aveva con sé una pistola e sarebbe rimasto ucciso nel tentativo di disarmarlo.

Le riprese mostrano invece Pretti che si frappone tra una donna e un agente che le sta spruzzando spray al peperoncino, cerca di aiutare la donna a rialzarsi e viene a sua volta aggredito da altri agenti che spruzzano lo spray anche contro di lui, “armato” di un telefono in una mano e nulla nell’altra.
Come mostrano i video, la pistola è stata “ritrovata” solo dopo che era ormai morto. Ma non si vede da dove sia venuta fuori ed è prassi comune di molta sbirraglia “aggiungere prove” alla scena del delitto per “pararsi il culo” da eventuali indagini su quel che hanno fatto.
Un video trasmesso da diverse tv mostra da altra angolazione i robocop mascherati, con giubbotti tattici, che bloccano un uomo a terra, su una strada coperta di neve. L’uomo cade e si sentono i colpi di arma da fuoco, almeno cinque. Cinque, per essere sicuri di uccidere, non per “fermare un soggetto pericoloso”, armato di un telefono…
Che un infermiere possa diventare “un soggetto pericoloso” accade però solo nelle società impazzite, dove ogni valore o concetto o definizione è stato rivoltato così tante volte da diventare privo di senso.
Basti pensare che lo stesso Trump, rispondendo all’indignazione universale per il sequestro – da parte dell’ICE – di una bambina di due anni (poi rilasciata, se non altro), ha benedetto “il lavoro di questi patrioti”. “Patrioti” superpagati e con un premio di 50.000 dollari già al momento dell’arruolamento. Di fatto mercenari che inseguono anche un “premio di produzione” (più immigrati acchiappano, non importa se bambini, e più guadagnano).
Basta riascoltare la conferenza stampa in cui la segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem – una delle tante “kriminal barbie” di cui Trump ama essere circondato – si inventa la storia di “un individuo si è avvicinato agli agenti della U.S. Border Patrol con una pistola semiautomatica 9 mm. Gli agenti hanno tentato di disarmare questa persona, ma il sospetto armato ha reagito violentemente. Temendo per la propria vita e per quella dei suoi colleghi, un agente ha sparato colpi difensivi“. Tutti letali, ma per caso…
Noem ha anche detto che Pretti “aveva due caricatori con munizioni che contenevano decine di proiettili” e non aveva documenti di identità con sé (negli Usa non è neanche obbligatorio…). In definitiva, secondo lei, “sembra una situazione in cui un individuo è arrivato sulla scena per infliggere il massimo danno alle persone e uccidere le forze dell’ordine“. Un pazzo, insomma, qualcuno che avrebbe potuto tranquillamente essere reclutato nell’ICE…
La sfrontatezza con cui l’amministrazione Trump mente su questi episodi come su tutta la “politica della sicurezza interna” non è però soltanto la “normale” abitudine del potere, ma rivela come su questo si stia giocando una durissima partita all’interno degli Stati Uniti, in cui la posta in gioco è la trasformazione dell’assetto istituzionale da “esteriormente democratico” a “dichiaratamente autoritario”.
Una partita che ha già distrutto il tradizionale “centrismo” costruito nei decenni dall’establihment industrial-finanziario, sia tra i “repubblicani” che tra i “democratici”, facendo balzare in primo piano quelle che una volta erano “ali estreme” fuori dai giochi: i nuovi “nazisti dell’Illinois” (cit.) oppure i “socialisti” – all’americana, sia chiaro – in grado di vincere in due città-simbolo come New York e Seattle.
Una partita che, quasi per necessità “geometrica”, ha trovato il suo teatro più violento a Minneapolis, capoluogo di uno stato “di mezzo”, al confine con il Canada.
Qui ieri c’è stato, prima di questo nuovo omicidio, uno dei rarissimi scioperi generali contro il governo federale, ossia contro Trump e la presenza dell’ICE. Uno sciopero iper-politico (con buona pace dei Salvini del mondo), con manifestazione oceanica nonostante le temperature polari, in quella che è stata chiamata la “Giornata della Verità e della Libertà”. Due valori che, evidentemente, non esistono in questa America…
A margine della manifestazione l’ICE ha condotto una serie di aggressioni individuali, una della quali si è chiusa con l’omicidio di Pretti, “colpevole” di aver difeso una donna dalle “attenzioni” dei “maiali” in divisa.
La situazione è ormai talmente tesa che il sindaco di Minneapolis, un tranquillo “democratico senza grilli per la testa” come Jacob Frey, ha annunciato di aver formalmente richiesto assistenza alla Guardia Nazionale per supportare gli agenti del dipartimento di polizia di Minneapolis.
Se la richiesta verrà accolta potremmo quindi avere un confronto diretto tra paramilitari dell’ICE (che dipendono dallo Stato federale, ossia da Trump) e polizia-esercito agli ordini delle autorità locali. Impossibile anche da sognare, fino a qualche mese fa.
Ma quando una crisi ha certe dimensioni, e cause non rimovibili con le sole chiacchiere, può succedere di tutto. Sia sul piano internazionale – chi avrebbe mai ipotizzato una “guerra” tra alleati della Nato per il controllo della Groenlandia? – che su quello interno.
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A conferma che la “guerra di Minneapolis” non sia un “caso locale”, ma una manifestazione estrema di una politica nazionale, una vera e propria guerra contro il popolo dell’intero paese, giunge questa segnalazione riportata da Lorenzo Forlani.
Mi hanno segnalato – ho controllato, tutto vero – che Wayne Ivey, sceriffo della Florida, si è rivolto ai manifestanti americani dicendo le seguenti cosette:
“Se opponete resistenza alla legge, andrete in prigione; se bloccate un incrocio o un sentiero o sputate sui nostri agenti, prima andrete in ospedale e poi in prigione.
Se lanciate pietre o molotov o puntate una pistola contro uno dei nostri agenti, informeremo la vostra famiglia su dove raccogliere il vostro cadavere, perché vi uccideremo sul posto”.
Pensate se lo avesse detto il capo dei pasdaran in Iran, le tonnellate di retorica spicciola e irricevibile che mi sarei dovuto sorbire da questa parte di sciagurato mondo, i quintali di stronzate inventate, le porcherie ipocrite che avrei dovuto ingoiare.
Ma lasciamo perdere, io vi chiedo solamente e definitivamente di tenere a mente tutto questo: non tanto perché segnala un volta di più che lo stato di diritto dell’Occidente volge alla sua fine, trascinato dalla morte di tutta un’altra serie di garanzie minime, che abbiamo deciso di calpestare o lasciar calpestare;
vi chiedo di tenere tutto questo a mente perché questo sceriffo, oltre a ricalcare i personaggetti infimi e vigliacchi dei peggiori film americani di quarta lega, è espressione di una cultura “politica”, e nella fattispecie di una cultura strettamente statunitense, cioè del paese che attualmente guida incontestato la ciurma di cialtroni internazionali privi di alcuna credibilità – tra cui noi – che si prodiga nello stabilire quali proteste in giro per il mondo siano non siano definibili “civili” (di solito quelle che fomentan225o e finanziano) e quali repressioni da parte delle forze di sicurezza siano definibili brutali, o meglio, inaccettabili a tal punto di esser meritevoli di un intervento esterno volto al ripristino delle ideali condizioni di vassallaggio.
Credo sia arrivato il momento di non accettare più queste buffonate. L’America e di riflesso anche l’intero Occidente hanno perso integralmente il diritto non solo di insegnare al prossimo come si campa ma proprio la facoltà anche solo di parlare di Stato di diritto, di diritti umani, di diritti civili, e ça va sans dire, del diritto internazionale che come sappiamo, se va bene, conta fino a un certo punto, e se va male, va calpestato con tutte le scarpe perché espressione di posture bizzarramente antisemite o antioccidentali.
E’ tutto finito, tracciamo una linea, vi prego, e iniziamo a parlare di realtà. Non delle proiezioni oniriche del mondo che pensiamo di aver plasmato.
* da Facebook
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