Dopo aver incontrato i leader dell’opposizione, Fadwa Barghouti, avvocato e moglie di Marwan Barghouti, é stata accolta oggi dall’ambasciatrice palestinese a Roma Mona Abu Amara, nel corso di un tour in Italia organizzato da Assopace Palestina e dal Comitato Nazionale per la liberazione di Marwan Barghouti.
Martedì, infatti, aveva incontrato i rappresentanti del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e dell’Alleanza Verdi e Sinistra, per discutere un’azione urgente volta alla liberazione di tutti i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, tra cui suo marito.
Nel suo intervento, l’ambasciatrice Abu Amara ha sottolineato la gravità delle condizioni umanitarie e legali dei prigionieri palestinesi, alla luce delle violazioni sistematiche cui sono sottoposti, affermando che la questione dei prigionieri rappresenta il cuore della lotta palestinese per la libertà e la dignità e richiede una posizione internazionale chiara e incisiva nel rispetto del diritto internazionale umanitario.
Durante il suo discorso, l’ambasciatrice ha affermato: «Il nostro messaggio è che siamo uniti — leadership, popolo e istituzioni — attorno alla causa dei prigionieri palestinesi e del leader Marwan Barghouti; le carceri dell’occupazione sono piene dei nostri bambini e delle nostre donne.» Abu Amara ha concluso con un appello al governo italiano affinché riconosca lo stato di Palestina, come hanno già fatto molti paesi europei tra cui Regno Unito, Francia e Spagna.
Da parte sua, Fadwa Barghouthi ha illustrato le circostanze dell’arresto e del processo di Marwan Barghouti, detenuto da oltre vent’anni, evidenziando le torture e i maltrattamenti subiti, e ribadendo la sua forte valenza simbolica per la lotta del popolo palestinese, chiedendo un’azione politica e parlamentare internazionale urgente per la sua liberazione.
Nella conferenza Fadwa Barghouti ha ringraziato le associazioni che l’hanno invitata in Italia per parlare di suo marito e di tutti i prigionieri palestinesi. Ha ricordato che «negli ultimi due anni israele ha scatenato una guerra su tre fronti nei confronti del popolo palestinese. Una guerra unilaterale, visto che noi siamo un popolo e quindi non abbiamo la capacità di opporci militarmente a un esercito organizzato come quello israeliano.
Innanzitutto non può. Noi siamo una popolo armato solamente dalla fede che riusciremo ad arrivare alla liberazione della nostra patria. Mentre i terrificanti fatti di Gaza attiravano tutte le attenzioni del mondo, su un secondo fronte di combatteva un’altra battaglia, altrettanto importante per il futuro della Palestina.
Questo fronte si è aperto in Cisgiordania dove abbiamo visto una fortissima accelerazione del processo di colonizzazione, abbiamo visto una sistematica distruzione delle case dei palestinesi, dei terreni e delle infrastrutture e un allargamento delle colonie illegali.
Tutto questo testimonia del progetto sionista, particolarmente concentrato anche in Cisgiordania, per affossare l’unione tra i due territori palestinesi e impedire che possa nascere uno stato palestinese con una continuità territoriale tale da poter essere considerato un vero stato.
Abbiamo assistito all’espulsione di migliaia di famiglie dai campi profughi del nord della Cisgiordania, e questo si associa alla negazione del diritto al ritorno della popolazione palestinese sancito dalle Nazioni Unite. Sempre in Cisgiordania, la zona C è per il 65% occupata da colonie israeliane.
Per cui, quando ci chiedono se vogliamo una soluzione a due stati noi rispondiamo di sì, ma starebbe alla comunità internazionale proteggere la potenzialità e la fattibilità della soluzione a due stati. Infine il terzo fronte dell’offensiva israeliana è quello delle carceri.
Dopo il 7 ottobre la condizioni dei prigionieri palestinesi è decisamente peggiorata, sono stati revocati tutti i permessi di visita familiare, è stato impedito anche alla Croce Rossa Intenazionale di accedere alle carceri israeliane e sono state quasi del tutto eliminate anche le visite degli avvocati. Parliamo della sottrazione di tutte quelle conquiste che il movimento dei prigionieri palestinesi avevano ottenuto con battaglie legali e scioperi della fame a partire del 1967, diritti elementari che ora sono stati cancellati.»
Fadwa Barghouti ha terminato dicendo che, nonostante il nome di Marwan Barghouti fosse sulla lista dei prigionieri da liberare nell’accordo sul cessate il fuoco a Gaza, il motivo per cui Israele non lo ha rilasciato «è politico e non di sicurezza nazionale». «La sua vicenda è politica, politico il processo e politica la sentenza», ha dichiarato, spiegando che lo stesso Barghouti, in qualità di parlamentare palestinese, «non ha riconosciuto legittimità al tribunale che lo ha processato e ha rifiutato che la decisione politica e volontà politica dei palestinesi potessero essere oggetto di un processo.
Il suo non è stato un processo trasparente e non si può parlare di un giusto processo, anche perché il tribunale non ha adottato “standard internazionali” ma ha operato come “strumento dell’occupazione israeliana per criminalizzare i palestinesi.»
Aggiungendo che «quando l’hanno arrestato avrei potuto restare a casa ad aspettare, invece ho seguito il lungo esempio di lotta delle donne palestinesi e da 23 ho viaggiato in 54 paesi battendomi per la sua liberazione e quella di tutti i prigionieri palestinesi».
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