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La “cooperazione rafforzata” è la forza centrifuga della UE

Il vertice informale sulla “competitività”, convocato oggi dal presidente del Consiglio Europeo António Costa nel castello di Alden Biesen, in Belgio, si preannuncia come un momento di passaggio centrale nelle ambizioni europee di diventare un attore capace di giocarsi una posizione di primo piano nell’accelerata competizione globale.

Non tanto per i dossier sul tavolo, che rimangono comunque importanti, quanto per il metodo che è stato da più parti evocato, e che è stato ricordato nero su bianco in una lettera di von der Leyen, in vista della convocazione del summit: “non dovremmo esitare a ricorrere alle possibilità previste dai trattati in materia di cooperazione rafforzata“, cui fino a oggi si è ricorso in maniera limitata.

I problemi che si affronteranno in Belgio sono quelli della necessità di semplificare i processi burocratici, l’integrazione del mercato unico e la competitività delle aziende europee. Non a caso, Costa ha invitato a partecipare Mario Draghi ed Enrico Letta, per aggiornare le loro osservazioni sui rapporti redatti nell’autunno del 2024, incentrati proprio su questi argomenti.

Date le resistenze e gli interessi che non collimano tra i 27 membri della UE, e visto che non c’è tempo per far sì che sia il “mercato”, alla fine, a far allineare le economie di così tanti paesi, von der Leyen recupera il tema della “cooperazione rafforzata”, già presente nel rapporto Draghi sulla competitività e riecheggiato nel “federalismo pragmatico” accennato recentemente proprio dall’ex presidente della BCE ed ex primo ministro italiano.

Che cos’è questa “cooperazione rafforzata”? Si tratta di un meccanismo della UE che permette a un gruppo di almeno nove membri di procedere più rapidamente nell’integrazione in un’area particolare, attraverso procedure specifiche ma senza però ostacolare le politiche comunitarie, soprattutto dove ad esse viene riconosciuta la competenza esclusiva.

Sono escluse, dunque, la politica estera, quella doganale, commerciale e monetaria, la concorrenza del mercato unico. Vi possono invece essere comprese, sotto alcuni aspetti, la politica di sicurezza, la giustizia, alcuni provvedimenti fiscali; in passato la “cooperazione rafforzata” è stata usata anche per definire un particolare regime di brevettazione. Insomma, settori non di poco conto.

Se tale soluzione può sembrare congeniale, rappresenta in realtà una sclerotizzazione del progetto europeo, inteso come governance continentale funzionale a permettere la creazione di un’economia con le “carte in regola” per competere con gli altri grandi attori dello scenario mondiale (USA e Cina, in sostanza). O, detto in altre parole, a creare quella configurazione istituzionale funzionale al pieno dispiegamento di un imperialismo europeo.

Il passaggio dal metodo dell’unanimità (e, su alcune votazioni, di “maggioranza rafforzata”) a uno più dipendente da “alleanze” interne alla UE, che si muovono a velocità diverse, per quanto possa sembrare la via facile per aggirare una serie di resistenze, porterebbe però all’accentuazione delle asimmetrie che già caratterizzano il mercato unico. Le contraddizioni, probabilmente, piuttosto che risolversi, andrebbero aumentando.

Inoltre, un esteso utilizzo della “cooperazione rafforzata” significherebbe, come accennato sopra, la creazione di più filiere interne alla UE. Ovvero una modifica profonda dell’ordine politico con cui avvengono le decisioni. Perché se prima, comunque, il luogo del voto era uno solo, ora si andrebbero moltiplicando. Solo i paesi coinvolti in una specifica “cooperazione”, infatti, votano nel Consiglio dell’Unione Europea; dunque è come se si aprisse la porta a “tanti Consigli” quanti sono gli accordi di “cooperazione”).

Non sarebbe più solo una UE “a due velocità”, ma a tante velocità diverse (al limite, addirittura in competizione tra loro), che andrebbe configurandosi più come una serie di “accordi multilaterali” su vari temi, piuttosto che un’entità politica unica, seppur nella sua particolare configurazione.

Di fronte a questo scenario, alcuni paesi che hanno già mostrato poco allineamento di interessi con la borghesia continentale rappresentata a Bruxelles potrebbero persino decidere di fare un passo indietro dalla UE. Non sono solo piccoli paesi, dato che i nodi stanno venendo al pettine anche tra Parigi e Berlino, ad esempio.

Ovviamente, per Parigi e Berlino la UE è precisamente lo strumento pensato per contare sul tavolo dello scontro interimperialistico, mentre i paesi relegati in una posizione subordinata –  ma che hanno tra l’altro mantenuto rapporti diversificati con USA, e persino con Russia e Cina, potrebbero interrogarsi sull’utilità futura dell’apparato “unionista”. Si parla innanzitutto dei paesi che ancora non hanno adottato l’euro, come la Repubblica Ceca e l’Ungheria, e che più di una volta hanno ingaggiato anche un braccio di ferro con gli organi comunitari.

Per questi paesi una rottura netta con la UE potrebbe essere l’estrema ratio, data la loro “piccolezza” economica e il livello di integrazione con le altre economie continentali (soprattutto per ciò che riguarda la Repubblica Ceca). Ma non si deve pensare che una tale rottura sarebbe invece acqua fresca anche per i giganti europei. L’effetto a cascata di una tale ipotesi inciderebbe pesantemente anche sulla tenuta dell’euro e in vari altri campi. Nemmeno la Germania, ad esempio, ne sarebbe immune.

Non accenniamo a questo scenario per gusto di immaginazione, ma perché il Regno Unito ha già mostrato che la UE – la sua configurazione il numero dei membri – non è “irreversibile”. Certo, Londra poteva contare su tutt’altra potenza di fuoco, ma se le contraddizioni diventassero insostenibili…

Ci sono poi altri due elementi che fanno comprendere il livello di polarizzazione cui potrebbe andare incontro la UE, e la domanda che potrebbe sorgere in vari governi: “a cosa, o meglio, a chi serve ancora la UE?

La presidente della Commissione Europea, nella lettera inviata in vista del summit che si sta per svolgere oggi, ha scritto: “le divergenze tra le norme nazionali e le condizioni commerciali degli Stati membri impediscono alle imprese di realizzare il loro pieno potenziale e limitano la competitività dell’Europa“. Tradotto: o stati nazionali o imperialismo europeo, le cose non possono più procedere in parallelo.

Non è un’affermazione neutra, anzi. E’ sancire che c’è un ostacolo strutturale – cristallizzato in norme e condizioni commerciali – al tentato salto di qualità della borghesia continentale. Ma è anche l’affermazione per cui, ad ora, non ci sono soluzioni reali a un’impasse nel processo di costruzione di un’entità politica unica. Per far fronte a questo blocco sono stati Meloni e Merz, nel bilaterale Italia-Germania tenuto il 23 gennaio, a proporre una possibile soluzione.

Nel documento sulla competitività concordato in quell’occasione, i due paesi propongono “un monitoraggio e una valutazione sistematici degli emendamenti proposti dai co-legislatori (Parlamento e Consiglio sulle proposte della Commissione, ndr) nel processo legislativo, per verificare se le modifiche proposte comportino oneri aggiuntivi e/o violino i principi di sussidiarietà, proporzionalità e attribuzione“.

Inoltre, viene anche proposta la possibilità di intervenire nel caso in cui l’attività legislativa preoccupi per gli “oneri amministrativi aggiuntivi per imprese e autorità nazionali“. La semplificazione viene riportata sotto la responsabilità di capi di stato o di governo, e alla Commissione è proposto di “riferire d’ora in poi al Consiglio Europeo“.

Traducendo questi contenuti, Roma e Berlino propongono che, a conti fatti, l’attività politica della UE venga posta sotto la tutela dei singoli stati, mentre il Parlamento Europeo, già fin dalla nascita “bivacco di manipoli” di lobbisti di varie multinazionali, viene ulteriormente esautorato dalla possibilità di influenzare le decisioni politiche.

Qui bisogna fare attenzione con i risvolti possibili. Il documento italo-tedesco, in sostanza, non cancella il processo di centralizzazione delle scelte a livello europeo, e anzi favorisce ulteriormente quello della loro verticalizzazione in organismi sempre meno contendibili democraticamente. E tuttavia, riporta ai singoli stati – in ovvia proporzione al loro peso economico e politico – un potere assai maggiore di indirizzo sulle politiche della UE.

È una scommessa delicata, perché in teoria si tratta di un sistema che potrebbe essere sfruttato da tutte le capitali. Nella pratica, però, è stato proposto perché si spera che, ovviamente,  ne possano approfittare solo alcune, facendo valere un rapporto di forza maggiore sul piano bilaterale.

È evidente che questa revisione dei meccanismi è pensata per favorire ulteriormente i paesi core, in modo tale che possano procedere sulla propria strada senza troppi impedimenti, traendo allo stesso tempo il massimo vantaggio possibile dall’essere parte di un più grande mercato comune.

Il richiamo alle “cooperazioni rafforzate” deve allora essere inteso come lo strumento attraverso cui i settori finanziari più avanzati della borghesia continentale vogliono rafforzare e accelerare il processo di subordinazione dei paesi semi- o completamente “periferici”, senza però rischiare di dover trattare condizioni anche solo minimamente paritarie quando siedono nelle centrali imperialiste europee.

È un estremo tentativo di cannibalizzazione degli interessi ancora contrastanti dentro lo spazio europeo, dovuto al fatto che la UE sta (o forse ha già perso) il treno delle grandi potenze. Ma è anche un’estrema polarizzazione del processo di integrazione europea, che potrebbe portare ala moltiplicazione delle forze centrifughe interne.

È un momento cruciale per la UE. Una trasformazione “federale” è quella che viene auspicata da Draghi (e in un certo senso anche da Macron, che ora chiede gli eurobond), ma è anche quella contro cui è stato alzato un muro quasi invalicabile. Una formula più vicina a una “Unione degli Stati Europei” è promossa ora da Merz e Meloni, ma le spinte centrifughe sarebbero forti, anche perché in molti vedrebbero una minore utilità della costruzione comune.

Questo momento è cruciale, poi, anche per le forze che vogliono costruire un’alternativa al dominio del capitale nel Vecchio Continente. Non è certo detto che si realizzino esattamente questi scenari, ma le fondamenta ci sono tutte. Chi vuole un mondo nuovo deve porre la propria analisi a questo livello, per capire quali forme organizzative prendere e quali battaglie politiche condurre per costruirlo a partire dalle ferite di questo sistema sempre più sclerotico.

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