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Manovre militari congiunte Iran-Russia-Cina davanti alla flotta Usa

Vista da lontano, raccogliendo le informazioni disponibili sui media internazionali – meno su quelli italiani, fermi alla propaganda di derivazione Usa – le cose intorno all’Iran non sono molto tranquillizzanti.

Sappiamo tutti da settimane che una flotta militare statunitense è arrivata nell’oceano Indiano, al largo dello stretto di Hormuz, per “fare pressione” sull’Iran nel mentre si tengono colloqui indiretti inizialmente incentrati sul potenziale nucleare del paese. Il loro scopo è come sempre quello di impedire che l’Iran arrivi a possedere l’atomica e quindi fare da effettivo contraltare militare in Medio Oriente a Israele (che un arsenale nucleare lo ha costruito grazie all’Occidente e in barba ad ogni trattato internazionale di “non proliferazione nucleare”).

Strada facendo, però, l’amministrazione Trump ha preteso che si parlasse anche di missili convenzionali, che attualmente sono la principale forma di “deterrenza” nei confronti dell’aggressività israeliana e statunitense (come si è visto negli ultimi due anni). La richiesta in questo capitolo è chiara: rendere Tehran incapace di rispondere ad eventuali attacchi, e quindi consegnarsi nudo a tutte le “cattive intenzioni” occidentali.

E’ un paese petrolifero come il Venezuela, altrettanto – ma molto diversamente – indipendente e geloso delle proprie prerogative. Fa gola ma rischia di andare per traverso. Meglio renderlo debole…

La flotta statunitense verrà presto rinforzata dall’arrivo di una seconda portaerei (con annessa squadra di sostegno), la Gerald Ford, fin qui schierata proprio per effettuate l’attacco a Caracas e il rapimento di Maduro.

Non perché il potenziale già schierato fosse di poco conto, comunque. Attualmente la portaerei USS Abraham Lincoln incrocia al largo della costa nord-orientale dell’Oman. La Lincoln è dotata tra l’altro di caccia F-18 e F-35, accompagnata da tre cacciatorpediniere, la Frank E. Petersen Jr., la Michael Murphy e la Spruance.

Nello Stretto di Hormuz operano fra l’altro altre due cacciatorpediniere statunitensi, la McFaul e la Mitscher. Altre tre unità navali da combattimento – la  Santa Barbara, la Tulsa e la Canberra, si trovano a nord del Qatar, tra la costa meridionale della Repubblica islamica e la Penisola arabica.

Presso le basi di Al Kharj, in Arabia Saudita; Al Udeid, in Qatar; e Al Dhafrah, negli Emirati Arabi Uniti; gli Usa hanno posizionato droni, unità di sorveglianza aerea e cacciabombardieri. Altri 12 caccia F-15 statunitensi si trovano invece presso la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania.

L’intenzione, secondo gli esperti militari, è trasparente: nel caso i colloqui fallissero – ossia se l’Iran rifiutasse di piegarsi completamente alle richieste Usa – Trump potrebbe ordinare un attacco di lunga durata, misurabile in settimane, pur senza provare a mettere stabilmente “stivali sul terreno”. Al massimo qualche rapida incursione mirata, tipo quella di Caracas, perché già la fuga dall’Afghanistan aveva dimostrato che gli Usa non sono più in grado di sostenere conflitti di lunga durata, su più fronti, neanche contro un nemico assolutamente privo di mezzi militari corrispondenti.

La domanda che restava sospesa era: e l’Iran che fa?

Ma soprattutto: Cina e Russia, soci di Tehran nei Brics, assisteranno in silenzio a quest’altro colpo di mano Usa verso un alleato molto differente da sé ma comunque importantissimo nell’equilibrio generale di entrambi (la Cina è cliente per l’80% del petrolio iraniano)?

E’ stata passata quasi sotto silenzio, come una normale attività diplomatica, il fatto che Mosca e Pechino abbiano in questi giorni inviato navi da guerra per partecipare insieme all’Iran alle esercitazioni navali ‘Maritime Security Belt 2026’ nello Stretto di Hormuz.

Le esercitazioni trilaterali, avviate dalla Marina iraniana, mirano ufficialmente a “rafforzare la sicurezza marittima, migliorare la cooperazione contro la pirateria e il terrorismo marittimo e condurre operazioni di soccorso coordinate”, come confermato dal segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, Nikolai Patrushev.

Durante queste esercitazioni, dice la tv pubblica iraniana Irib, “Parti dello Stretto di Hormuz saranno chiuse per rispettare i principi di sicurezza e navigazione”, senza specificare né la portata né la durata di questo provvedimento. E’ avvenuto ieri, comunque…

Riassumendo: per lo stretto di Hormuz transita il 20% del traffico petrolifero mondiale, visto che ci passano le petroliere che fanno il pieno in Iraq, Iran, Kuwait, Emirati, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar.

In questo “acquario” ad alta intensità di interessi strategici, due flotte non proprio in ottimi rapporti stanno in queste ore manovrando ognuna per proprio contro, facendo forse finta di ignorarsi ma restando in ascolto/osservazione continua di quel che combinano gli avversari. Non è questione di forza militare dispiegata in questo momento, ma di segnale politico.

Inutile dire che già l’Iran da solo rappresenta un osso non proprio tenero, anche se non all’altezza della potenza statunitense – non ha l’atomica, che sta ormai diventando per tutti una sorta di “assicurazione sulla vita” e sull’indipendenza reale – ma in grado di provocare danni seri ad un apparato militare che poggia al momento su un consenso popolare bassissimo per il “commander in chief”. Quello che ha bisogno di “vittorie a costo zero”, altrimenti l’equazione interna cambia…

Ovvio anche che Pechino e Mosca non intendono affatto “incrociare il ferro” in questo momento con Washington. Hanno i loro interessi e obbiettivi da salvaguardare, ma il fatto che abbiano confermato “le manovre congiunte” con Tehran – nel “linguaggio del corpo” tra superpotenze – ha un significato preciso: “stai superando la soglia della nostra pazienza“.

E’ poco? Ai “geopolitici da tastiera”, rivoluzionari o meno che si considerino, qualsiasi cosa in meno di uno scontro militare diretto appare una “resa”.

Dicevano così anche del “basso profilo” con cui Mosca aveva risposto al progressivo allargamento della Nato ad Est. Poi, però…

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1 Commento


  • Aldo

    Sono assolutamente e completamente d’accordo
    su tutto

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