“Qui comando io!”. Poche ore dopo la pubblicazione della sentenza con cui la Corte Suprema (equivalente della nostra Corte Costituzionale) cancellava gli ordini esecutivi che imponevano dazi differenziati praticamente a tutti i paesi del pianeta, Donald Trump ha Donald Trump deciso di alzare i dazi globali dal 10% al 15% con effetto dalla mezzanotte del 24 febbraio e per 150 giorni.
A prima vista sembra la reazione di un bambino frustrato dal vedersi negare qualcosa cui tiene molto, ma naturalmente stiamo parlando di un “bambino” che purtroppo guida quella che è ancora la principale superpotenza, almeno dal punto di vista militare.
“Partiamo dai fatti. La senza della Corte Suprema di venerdì scorso demoliva il sostegno legale scelto da Trump per giustificare la raffica di dazi dello scorso anno, ovvero il ricorso all’International Emergency Economic Powers Act del 1977. La ragione tecnico-legale è inappuntabile: quella legge prevede che non avendo poteri assoluti – come in ogni “democrazia liberale” – il presidente può decidere misure straordinarie, ma solo in circostanze straordinarie e col voto del Congresso.
Le circostanze straordinarie – guerre, crisi economiche stile 1929, ecc – non ricorrono oggi. Dunque non c’è alcuna ragione di “necessità e urgenza” che giustifichi scelte strategiche (i rapporti con il resto del mondo) compiute sulla testa del Congresso, ovvero del potere legislativo. O fai un golpe, mandando i killer dell’ICE dentro la Corte Suprema, oppure devi mandarla giù facendo di tutto per apparire comunque “vincente”.
Convocati i suoi azzegarbugli, Trump ha scovato un’altra legge – tutto il sistema legale statunitense è privo di coerenza interna perché “fondato sul precedente”, ossia su quanto accaduto in casi simili, come un abito fatto di toppe – ossia una disposizione di una legge commerciale separata, la Sezione 122, che consente al Presidente di applicare tariffe fino al 15% per affrontare problemi “ampi e gravi” della bilancia dei pagamenti per un massimo di 150 giorni. Per la proroga serve poi, anche in questo caso, il voto del Congresso. Entro luglio dunque.
Cosa cambia? Molte cose, come per ogni toppa messa su un buco. In primo luogo i dazi diventano – temporaneamente – uguali per tutti i paesi del mondo, di fatto svuotando gli accordi fatti bilateralmente con ogni paese o con l’Unione Europea. Si trattava di percentuali molto diverse (dal 10 al 41%, più contenziosi ancora aperti con Cina, Brasile, India), oltretutto differenziate per settori merceologici (50% su acciaio e alluminio o il 25% su auto e componenti).
Da dopodomani, invece, tutti uguali. Inevitabilmente ogni interlocutore commerciale straniero ed ogni operatore economico americano deve ora rifarsi i conti, anche sulla merce appena caricata su una nave. All’interno, oltretutto, stavano già partendo migliaia di cause per il rimborso dei danni subiti dalle aziende importatrici a causa dei dazi, con una pletora di istituzioni coinvolte e una prassi obbligata a valutare caso per caso (ogni azienda può aver trasferito più o meno interamente il peso di certi dazi sul prezzo finale, e quindi aver diritto – oppure no o solo in parte – ad un risarcimento).
Anche qui, tutto da ricalcolare sul 15%, ma con la certezza che nessuna causa vedrà la conclusione entro i prossimi 5 mesi (la giustizia è lenta anche negli Usa, che vi credevate…).
Dicevamo che la reazione di Trump appare bambinesca e profondamente stupida, ma obbligata. Va ricordato che “il bambino” in questione non è questo vecchio truffatore puttaniere e pedofilo che siede alla Casa Bianca, ma la sua base elettorale, quel mondo “Maga” fatto di suprematisti bianchi, evangelici di varie sette, “sionisti cristiani” (come l’ambasciatore in Israele, Mike Huckabee) convinti che la Bibbia sia un testo divino su cui basare i titoli di proprietà e i confini territoriali, qui sulla terra.
Questa base è stata convinta a considerare Trump imbattibile, inarrestabile, “unto dal signore”. Dunque non può vederlo mai sconfitto. Neanche una volta, se no si buca il palloncino della credulità e crolla tutto.
I problemi diciamo così “politici interni”, la gestione del consenso ultra-reazionario e fideistico, costituiscono però un’interferenza continua con l’affrontamento e la soluzione di problemi prosaicamente economici, politici, militari, nel rapporto col resto del pianeta ed anche con il resto degli Stati Uniti.
Abbiamo ricordato le sconfitte subite a Minneapolis (dove l’ICE è potuta restare solo a patto di diminuire drasticamente il numero degli effettivi sul campo e una radicale modifica delle “regole di ingaggio” con la popolazione), e quelle elettorali a New York, Seattle, Texas e città minori.
Si è parzialmente rifatto con il brutale attacco al Venezuela e il rapimento di Maduro e la moglie, ma – sproloqui a parte – non è risultato un “successo” capace di portare maggiori consensi, neanche tra le “sette sorelle” del petrolio. Anzi, persino nelle città Usa ci sono state manifestazioni di protesta che hanno visto insieme latinoamericani, neri, sinceri democratici, ecc.
Ma se le cannoniere sembrano uno strumento facile da utilizzare contro avversari militarmente assai meno potenti – ma per pochissimo tempo, altrimenti finisce come in Afghanistan – non servono praticamente a nulla in materia di economia.
Nella strategia trumpiana i dazi dovevano essere un corrispettivo altrettanto “persuasivo”, consentendo di variare l’entità dei colpi a seconda del gradi di arrendevolezza del malcapitato di turno: “a te il 100%, e se reagisci il 200%, a te il 10”, ecc”.
Ma se sono tutti uguali – al 15%, per ora e nei limiti di quella “legge commerciale” scovata negli archivi – quel potere magico scompare e diventa una semplice “tassa sulle importazioni” che va contabilizzata, magari bestemmiando, ma non ha alcun effetto differenziante sulla “competitività” nei rapporti con gli Stati Uniti.
In particolare, segnalano anche giornali Usa, diversi accordi commerciali hanno incluso impegni da parte dei partner per acquistare petrolio e gas naturale liquefatto negli Stati Uniti. Trump ha anche minacciato dazi per fare pressione su altri paesi per non acquistare petrolio russo o iraniano. Senza una leva tariffaria “arbitraria”, scalabile a piacimento, il ricatto non si può fare.
Non è la fine di quest’arma, ma per impugnarla nuovamente Trump dovrà concordare col Congresso – e prima ancora con i repubblicani recalcitranti, legati ad interessi locali danneggiati dalle tariffe elevate – forme e tempi che non dipenderanno soltanto dalla sua volontà sintetizzata in “ordini esecutivi”. Una limitazione del suo potere, da misurare nei prossimi mesi.
Rompere un “sistema basato sulle regole” – se sei il “nuovo sceriffo in città” – è relativamente facile. Costruirne un altro, che abbia un senso e sia gestibile “in automatico” da quasi tutti i partecipanti, tutt’altra cosa.
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