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Il capitalismo “feudale” MAGA riscrive l’establishment e la politica estera

Come spesso facciamo sul nostro giornale, riportiamo articoli di analisti che reputiamo interessanti per la lucidità (o la mistificazione) con cui affrontano nodi fondamentali. Questo pezzo di Vittorio Carlini, giornalista per Il Sole 24 Ore, appartiene alla prima categoria.

Magari non tutto è condivisibile, ma gli spunti di riflessione sono importanti. Quella di Carlini è una lunga disamina che ci ricorda che quello MAGA, negli USA, non è un agitarsi irrazionale, ma una strategia definita per trasformare l’establishment della più grande potenza mondiale. E anche le regole del gioco in politica estera.

La rottura con l’ordine precedente che caratterizza questo nuovo mandato di Trump ormai sta andando ad impattare profondamente l’economia statunitense, oltre che l’agenda politica sui dossier internazionali, che all’esterno si presenta come caratterizzata da “spacconate” e “angherie” sia ai danni di nemici, che di “amici” storici. Ma che in realtà fa leva sui punti di forza che rimangono a Washington, dopo aver abbandonato il soft power.

Per quanto riguarda la situazione economica interna, l’amministrazione MAGA si sta ritagliando un ruolo fondamentale in uno spazio prima lasciato totalmente in mano all’autoregolazione dei mercati, andando ad intervenire profondamente negli affari delle compagnie private e distribuendo privilegi e favori ai gruppi di interesse che si allineano con la sua visione.

Emblematiche sono infatti le nomine di fedelissimi di Trump ai vertici di importanti organismi di regolazione del mercato, l’acquisizione statale di quote azionarie di compagnie giudicate come stategiche – Intel in primis – e i legami con figure chiave dei settori delle stable coin e dell’intelligenza artificiale.

In questa fase, i paperoni delle aziende tech e degli altri settori diventano veri e propri vassalli che si pongono sotto l’ala protettiva del “sovrano” per cercare di strappare vantaggi e trattamenti di favore. Dall’analisi complessiva della situazione economica stelle-e-strisce ne emerge dunque la volontà statale di serrarne i ranghi intorno agli obiettivi politico-strategici dell’agenda MAGA.

A farne le spese, prima tra tutti, potrebbe essere la Federal Reserve, passando poi per le crypto e le aziende principali, sia del complesso militare-industriale sia della tecnologia, in vista del probabile intensificarsi dello scontro diretto col mondo multipolare, e in particolare con la Cina.

La dinamica è quella per cui “lo Stato torna protagonista non per redistribuire ricchezza, ma per amministrare la scarsità del potere“, dice Carlini. Diremmo noi che il confronto tra grandi conglomerati capitalistici esonda definitivamente dal campo economico, dove la competizione ha raggiunto i suoi picchi, per sfociare direttamente nella guerra.

E per la guerra serve uno stato, che definisca le regole per la valorizzazione (e la tutela) dei capitali che a lui fanno riferimento, ma anche che preparari gli strumenti funzionali a rubare mercati e risorse altrui, unica strada conosciuta dal capitale per far fronte alla sua crisi. Quello della distruzione altrui (o molto più probabilmente reciproca) è l’unico orizzonte che offrono i padroni. Il progetto MAGA cerca di approfittare del peso che gli USA hanno ancora, ma le tensioni che crea sono assai pericolose.

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“Imprevedibile”. Oppure: “Inaffidabile” o anche peggio. Sono alcuni degli epiteti – chi si scorda “Taco”, ovvero Trump si tira indietro – assegnati all’attuale Presidente degli Usa. Si tratta di una scorciatoia rassicurante. E’ il modo più semplice attraverso cui trasformare un progetto in rumore, una strategia in capriccio.

Ma dietro la retorica muscolare (al di là delle orribili e tremende mosse di politica interna con l’Ice) o delle giravolte apparenti si muove qualcosa di più solido: la riconfigurazione del sistema capitalistico statunitense e del potere che salda politica, tecnologia e rendita. Non caos, dunque. Bensì, un nuovo ordine tutt’altro che improvvisato.

È un modello nel quale la logica delle piattaforme digitali, la concentrazione dei capitali e la centralizzazione della forza politica (e militare) si uniscono in un struttura precisa. Dove lo Stato federale non è più semplice arbitro dei mercati. Al contrario, ne diventa azionista, regolatore, garante e co-protagonista.

1. Maggiore controllo sui mercati
Il passaggio è evidente in diverse mosse dell’attuale amministrazione. Alla Sec, la Securities and exchange commission, “The Donald” ha insediato Paul Atckins, veterano repubblicano e convinto sostenitore del listino quale leva centrale dell’ordine economico.

La sua nomina segna una discontinuità netta con la stagione Biden, che aveva rafforzato vigilanza su Esg, trasparenza contabile e derivati. Atkins punta sul dossier della deregolamentazione, chiedendo che la “creazione di capitale” sia di nuovo la priorità.

È un linguaggio dove è forte la eco degli anni Ottanta, quello della supply-side reaganiana aggiornato al mondo digitale. Il mercato deve tornare libero di oscillare, entro però una cornice politica che ne orienti priorità e limiti. E con lui la stessa autorità di controllo (Sec), la quale al segnale del Presidente dev’essere pronta a muoversi, ad esempio, per mettere in discussione l’obbligo della contabilità trimestrale a Wall Street.

Analogo messaggio è arrivato dalla Cftc, la Commodity future trading commission. Michael Selig è stato nominato con un mandato che unisce ortodossia regolatoria e apertura alle nuove frontiere finanziarie: derivati su cripto-asset e stablecoin. La Casa Bianca vuole che la supervisione resti “amichevole” verso l’innovazione, ma allineata al disegno strategico nazionale. Detto diversamente: più spazio per la sperimentazione e meno regolamentazione. E’ un approccio pragmatico, ma anche politico. Le piattaforme di scambio digitale e le criptovalute (le stablecoin devono garantire la loro parità con il dollaro attraverso l’acquisto di titoli di Stato Usa) diventano un tassello della sovranità americana alla medesima stregua di portaerei e chip.

2. La narrazione economica
Sullo sfondo di queste nomine si muove un’operazione più profonda: il focus sulle fonti del dato economico. Il Bureau of Labour Statistics, la macchina che produce i numeri sull’occupazione e sull’inflazione, nella scorsa estate è stato al centro di un evento clamoroso: la rimozione della commissaria nominata sotto Biden, Erika McEntarfer. Una scelta avvenuta all’indomani della pubblicazione di numeri sull’occupazione Usa non in linea con la narrazione dell’Esecutivo di un’economia in espansione. Adesso il posto è affidato – stante lo scontro sul candidato proposto dalla Casa Bianca – all’interim di William Wiatrowski, figura interna e rispettata. Ma il segnale è chiaro: Washington tenta di avere un racconto dell’economia che il più possibile rifletta la visione del Presidente. In un sistema dove le aspettative contano più dei fatti, la gestione del dato diventa strumento di potere. I numeri non mentono, ma possono essere orchestrati.

3. No all’indipendenza della Fed
Nella stessa logica si colloca, poi, il duro conflitto con la Federal reserve. Da decenni l’indipendenza della banca centrale è uno dei pilastri del capitalismo americano ed occidentale: oggi è diventato un concetto negoziabile. Due settimane fa, sono emerse iniziative investigative da parte di procuratori federali sul presidente della Fed, Jerome Powell, in merito alla sua testimonianza – resa la scorsa estate – riguardo alla ristrutturazione degli edifici della medesima banca centrale. Powell, che ha sempre tenuto un profilo piuttosto basso, ha reagito con fermezza. In un video ha definito l’indagine un pretesto nell’ambito della campagna in corso del presidente Donald Trump, finalizzata a fare pressione sulla Federal reserve affinché abbassi i tassi di interesse. Di nuovo: il Governo centrale – a detta di diversi commentatori – vuole il controllo della politica economica.

4. Le tesi di Stephen Miran
Un tesi assurda? Non proprio. Anche perché, a conferma della suddetta interpretazione, c’ è il fatto che la volontà di controllo sulla Fed è esplicitata da Stephen Miran, già capo dei consiglieri economici della Casa Bianca e oggi in una posizione di rilievo all’interno della Fed stessa. Cosa dice Miran? Beh che – essendo «la Fed già integrata con il resto del potere esecutivo» – questa dovrebbe essere soggetta a un controllo politico più stretto e a meccanismi che ne aumentino la responsabilità verso il presidente e il Congresso. In un report per il Manhattan Institute del 2024 (scritto a quattro mani con Daniel Katz) l’esperto propone riforme radicali: dall’accorciare il mandato dei governatori da 14 a 8 anni fino a renderli rimuovibili dal presidente (”at his will”) e non più per giusta causa. Insomma: lo scenario pare chiaro. Se il denaro è lo strumento supremo di sovranità, chi controlla la Fed controlla il tempo stesso di mercato ed economia.

5. Lo stato nell’industria
Ma non è solo questione della presa diretta su politica monetaria e mercati. Altro segnale eclatante del nuovo capitalismo di Trump è venuto dall’industria. Nel 2025 gli Stati Uniti sono entrati ufficialmente nel capitale di Intel, con una partecipazione vicino al 10%. E’ una svolta importante: lo Stato diventa socio di minoranza di un campione tecnologico privato. L’obiettivo dichiarato è garantire la sovranità dei semiconduttori, ma la sostanza è un’ altra: il governo vuole dire la sua sulla governance. “The Donald” ha chiamato personalmente Li-Bu Tan, ceo di Intel, per discutere delle strategie produttive e dei rapporti asiatici. Non solo. La White House ha subordinato il via libera all’export verso la Cina da parte di Nvidia ad una sorta di “commissione sui ricavi” – seppure si tratti di un’indicazione di massima – pari a circa il 25% sulle vendite. Ancora. Come dimenticare – rispetto al tema delle materie prime – lo shopping di partecipazioni in realtà minerarie: da Trilogi Metals (che estrae zinco in Alaska) fino a Lithium Americas attiva nel litio per le batterie. Insomma: il confine tra attività privata d’impresa e comando politico si assottiglia.

6. Il patto con le tecnologie
Una logica simile pervade, poi, i rapporti con la Silicon valley. Le pressioni su Microsoft, culminate nella richiesta – riportata da diversi osservatori – di rimuovere Lisa Monaco, responsabile per gli affari globali del colosso di Redmond ed ex vice ministro della giustizia di Biden, sono state un segnale diretto. Un messaggio che si colloca in un contesto dove Trump ha organizzato – nel rinnovato Rose Garden della Casa Bianca – una cena con molti tra i più importanti ceo e fondatori del big tech. Intorno alla tavola apparecchiata, gli “dei” della tecnologia: da Bill Gates a Satya Nadella, fino a Tim Cook, Lisa Su e Mark Zuckerberg. Senza dimenticare altri jolly del mazzo, come Sam Altman e Sundar Pichai. Un asse il quale, per diversi osservatori, è realpolitik: fare buon viso a cattivo gioco, in uno scenario in cui la Casa Bianca ha assunto un ruolo sempre più attivo nella politica industriale. Ma che, più in generale, rappresenta il salto di qualità evidente. Il matrimonio tra Trump e il business tecnologico non è più tacito: è volutamente dichiarato, nel reciproco riconoscimento di potere che ricorda – a detta di vari esperti – quello tra il sovrano e i signori feudatari nel Medioevo.

Anche la moneta digitale entra nel disegno. Con il “genius Act”, Trump ha imposto la supervisione diretta dell’Office of the comptroller of the currency – presieduto da un altro fedelissimo, Johnatan Guld – sugli emittenti delle stablecoin. Ogni token dovrà essere coperto al 100% da riserve in dollari o titoli del Tesoro. E’ di nuovo – ecco il fil rouge – una liberalizzazione la quale, però, non può uscire dal controllo pubblico. L’apparente criptonarchia si trasforma in nazionalizzazione della fiducia.

7. Lo scenario attuale
Queste mosse, prese insieme, delineano un nuovo assetto di potere. Lo Stato americano agisce oggi come una “piattaforma”, non più quale mero arbitro. Sempre di più Washington gestisce risorse e consenso con logiche di rete: attribuisce privilegi, concede licenze, redistribuisce accesso. Chi partecipa al sistema riceve protezione; chi ne resta fuori rischia l’emarginazione o, addirittura, il trattamento ostile. Può obiettarsi: si tratta di una situazione già esistente in passato. Vero! Ma questo non contraddice la tesi della trasformazione in atto. Da un lato, l’attuale Presidente non rappresenta altro che l’enzima catalizzatore in grado – tra mille contraddizioni – di concretizzare la reazione chimica; dall’altro, tutti gli elementi della formula già erano ben presenti sul tavolo. E non da poco tempo.

8. Gli hippy con gli anarco-capitalisti
In tal senso, per cogliere al meglio il contesto odierno, bisogna tornare indietro di mezzo secolo. Cioè, negli anni Settanta, quando la California divenne il laboratorio di un esperimento unico: la fusione tra controcultura hippy, individualismo libertario e fede nel mercato. I figli dei fiori, insieme agli ideali pacifisti e mutualisti, credevano profondamente nell’autonomia individuale e nella libertà creativa. Il successo del Whole Earth Catalog, il “Google cartaceo” ante litteram curato da Stewart Brand, risiedeva anche – e soprattutto – nella convinzione che la tecnologia potesse liberare l’uomo dai rapporti di potere tradizionali, rendendolo sovrano di sé stesso. Una visione che, a ben vedere, è alla base della cultura hacker.

Questa concezione del mondo, in cui la dimensione della socialità tendeva a dissolversi nell’autosufficienza individuale, si è poi saldata con il nascente libertarismo economico della baia di San Francisco: un’imprenditoria che diceva no allo Stato e vedeva nell’high-tech uno strumento di emancipazione personale nel libero mercato. Certo! Sul piano materiale, molte di quelle imprese – destinate a diventare colossi globali – si svilupparono anche grazie al sostegno dell’apparato pubblico e militare statunitense, in particolare attraverso la domanda di tecnologie avanzate nel settore della difesa. L’impalcatura ideologica, tuttavia, rimase quella.

Con il passare del tempo, però, il sistema ha finito per generare il proprio opposto. Deregolamentazione finanziaria, privatizzazioni, globalizzazione – abbracciata a piene mani anche dai democratici – e concentrazione dei dati hanno prodotto, come l’economia classica insegna, oligopoli più potenti di molti Stati nazionali. Il capitalismo della sorveglianza descritto da Shoshana Zuboff, in cui il plusvalore “estratto” dagli utenti sono le informazioni sulle loro vite, e il capitalismo del cloud sono diventati così gli strumenti di un dominio perlopiù invisibile: la rendita che sostituisce il profitto e l’accesso che si trasforma in privilegio.

9. La Casa Bianca e l’hardware del potere
In un simile contesto, Trump chiude il cerchio. Dove la Silicon Valley aveva costruito infrastrutture immateriali di controllo – algoritmi, piattaforme, ecosistemi high-tech – la Casa Bianca costruisce oggi l’hardware del potere: nomine, decreti, autorità. Lo Stato si appropria della logica di rete, centralizzando le proprie funzioni. È la traduzione fisica del potere digitale.

Questo processo, coerente con l’ambito di provenienza dello stesso Trump, investe anche settori industriali più tradizionali. L’appeasement del mondo petrolifero non è una contraddizione, ma rafforza una struttura di potere che richiama, per analogia, dinamiche di tipo feudale. Trump agisce come un monarca del XXI secolo: distribuisce favori, contratti, accessi; assegna ruoli chiave nei nodi strategici del sistema – dalle authority di regolazione ai campioni industriali – e in cambio ottiene lealtà politica.

In un simile quadro, il rapporto con le élite economiche diventa esplicito e ritualizzato. I vertici delle Big Tech e dell’industria energetica vengono accolti simbolicamente nel cuore del potere esecutivo, in un riconoscimento reciproco di autorità che segna il superamento della separazione tradizionale tra Stato e mercato. Come osservano diversi economisti, quest’ultimo tende così a essere sostituito da un sistema di “rente politique”, in cui la rendita nasce dall’appartenenza al perimetro riconducibile a Washington. La concorrenza formale sopravvive – quella reale, per usare una formula cara a Peter Thiel, è sempre più residuale – mentre uno dei principali vantaggi competitivi diventa la relazione personale con il decisore politico.

Per imprese e investitori il nuovo assetto è ambivalente: offre stabilità, incentivi e protezione industriale. La volatilità dei mercati, però, non è più legata soltanto ai dati economici o alle scelte sui tassi, bensì anche alle parole e ai segnali provenienti dalla Casa Bianca. L’economia americana resta potente, ma più gerarchica. Il capitalismo della libertà assume il retrogusto del capitalismo della fedeltà.

10. La geopolitica
A livello geopolitico, la trasformazione si inserisce in una traiettoria globale già in atto. Nella progressiva separazione tra il blocco americano – che nella visione trumpiana include l’intero emisfero occidentale e si estende fino all’avamposto da conquistare rappresentato dalla Groenlandia – e le aree di influenza della Cina, emerge un modello economico in cui il pubblico-militare entra direttamente nei circuiti tecnologici e finanziari. Trump non inventa questa tendenza: la americanizza. L’ideologia libertaria della Silicon Valley viene assorbita nella sovranità nazionale. Il paradosso è compiuto: l’anarchia digitale produce un nuovo ordine centralizzato.

Non è un ritorno al socialismo, né un’estensione del liberismo. È una mutazione del capitalismo stesso: post-industriale, iper-tecnologico e politicamente centrato. Lo Stato torna protagonista non per redistribuire ricchezza, ma per amministrare la scarsità del potere. Nel linguaggio dei mercati, è la fusione tra rischio politico e rischio di credito. In quello della storia, è la reincarnazione del sovrano nel XXI secolo. E’ il capitalismo della fedeltà a Trump non in quanto persona, ma in ciò che lui rappresenta. Un apparato politico, economico e militare che – come era prevedibile – è uscito dalla lampada, che da tempo era ben in vista sul tavolo. Un apparato sempre di più pronto a prepararsi allo scontro finale con il colosso cinese.

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