La Hasbara, la complessa macchina di disinformazione e propaganda sionista, è pur sempre fatta da mercenari che son ben disposti a esaltare o nascondere un genocidio, a seconda delle necessità, purché i soldi continuino ad arrivare. Altrimenti, l’adesione al progetto criminale di Israele lascia il passo all’unica vera “nazionalità” di queste figure senza scrupoli: quella del dollaro (magari cambiato in shekel, in questo caso).
Secondo un’inchiesta pubblicata dal quotidiano economico Calcalist il 5 marzo, numerosi influencer, consulenti e società di media hanno intentato cause milionarie contro il governo di Tel Aviv, accusandolo di non aver pagato le prestazioni professionali svolte per sostenere la narrazione ufficiale durante il conflitto a Gaza.
Tutto ha avuto inizio nelle settimane successive all’operazione militare di Hamas del 7 ottobre 2023. L’Ufficio del Primo Ministro ha reclutato egli stesso professionisti dei media e delle piattaforme social per contrastare lo sviluppo nell’opinione pubblica globale di qualsiasi opposizione al genocidio dei palestinesi.
Tuttavia, l’indagine di Calcalist rivela che molti di questi “soldati del web” sono stati arruolati senza regolari contratti o procedure di gara. Per aggirare la burocrazia, il governo avrebbe utilizzato società di produzione private come strumenti per veicolare i pagamenti verso influencer e consulenti all’estero.
Quando ti immischi in canali sotterranei e illegali, devi però assicurarti di pagare, altrimenti la questione torna indietro come un boomerang. Oggi, diverse di queste società sostengono che ora lo stato israeliano si rifiuta di saldare i debiti contratti.
Tra i casi più eclatanti figura quello della Intellect Production and Publishing Group, che ha citato in giudizio l’ufficio di Netanyahu per circa 1,7 milioni di shekel (circa 550.000 dollari). La società avrebbe anticipato i costi di viaggio e le operazioni mediatiche organizzate per contrastare le manifestazioni pro-Palestina durante le udienze presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) all’Aja.
Un’altra azienda, la Speedy Call, reclama oltre 600.000 shekel per aver gestito uno studio televisivo attivo 24 ore su 24 all’interno della Kirya, il quartier generale militare di Tel Aviv, utilizzato dallo stesso Primo Ministro e da alti funzionari per interviste internazionali.
Il Foreign Agents Registration Act statunitense, una legge che obbliga attori stranieri che fanno attività di lobbying nel paese a essere registrati e informare il Dipartimento della Giustizia delle proprie operazioni, ha segnato pagamenti fino a 7 mila dollari per singolo post ad alcuni influencer per promuovere contenuti pro-Israel su TikTok e Instagrame. A ciò vanno aggiunti i viaggi organizzati all’interno di Gaza per mostrare una inesistente efficienza nella distribuzione degli aiuti umanitari, nel tentativo di smentire i rapporti ONU sulla carestia nella Striscia.
Anche volti noti della comunicazione israeliana sono rimasti coinvolti. Eylon Levy, ex portavoce del governo di origine britannica, ha confermato di avanzare crediti nei confronti di Tel Aviv. Secondo quanto rivelato, lo stipendio mensile di Levy (circa 13.000 dollari) veniva versato tramite la società Intellect anziché direttamente dal governo.
Sebbene Levy non sia coinvolto nella causa legale e abbia dichiarato di non essere ancora intenzionato a tentare di recuperare i soldi, il suo caso solleva – fra l’altro, anche se sembra quasi marginale rispetto alla fabbricazione di una propaganda pro-genocidio – ulteriori dubbi sulla trasparenza nell’uso dei fondi pubblici israeliani.
Va inoltre sottolineato come, lo scorso settembre, il governo Netanyahu abbia stanziato ulteriori 150 milioni di shekel per la “diplomazia pubblica” – così chiamano la disinformazione sionista, sottraendoli direttamente al budget destinato all’istruzione superiore.
L’Ufficio del Primo Ministro israeliano, pur ammettendo “irregolarità nelle pratiche contrattuali della direzione della diplomazia pubblica“, si è rifiutato di rilasciare ulteriori dichiarazioni in virtù dei procedimenti legali in corso. Resta il fatto che quella che doveva essere una strategia d’assalto per conquistare i cuori e le menti dell’Occidente si trova in difficoltà, sia sul lato “egemonico” sia su quello economico e legale.
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