Dodicesimo giorno di guerra, come quella del giugno scorso. Ma non sarà di certo l’ultimo. Il ministro della guerra statunitense, l’esponente del Ku Klux, Klan Pete Hegseth, spiega tutto esaltato che quella di ieri è stata la giornata di attacchi più pesante. E che l’obiettivo è “vincere”. Che cosa e perché, ormai non è più importante.
Ma la misura dello scarto infinito tra gravità della situazione e irresponsabilità adolescenziale dei vertici dell’amministrazione Usa sta chiaramente nella grottesca notizia che ha dominato i media ieri sera.
Il segretario all’energia Usa (il ministro, nel nostro sistema), Chris Wright, ad un certo punto ha postato su X questo messaggio: “Il presidente Trump sta mantenendo la stabilità energetica globale durante le operazioni militari contro l’Iran. La Marina statunitense ha scortato con successo una petroliera attraverso lo Stretto di Hormuz per garantire che il petrolio continuasse a fluire verso i mercati globali“.
I mercati finanziari erano in quel momento aperti e hanno reagito com’era ampiamente prevedibile: crollo del prezzo del petrolio (intorno agli 80 dollari al barile, comunque), ondata di acquisti su quasi tutti i titoli azionari. Quella notizia significava infatti che il traffico di greggio e gas (e altro) attraverso lo Stretto di Hormuz era di fatto di nuovo libero, seppure condizionato da una “scorta statunitense” in qualità di polizza assicurativa. A pagamento, ovvio.
Nemmeno trenta minuti minuti dopo un povero funzionario della stessa amministrazione era costretto a dire, ai giornalisti, che non era vero niente. Punto. L’ufficio del segretario Wright provvedeva alla cancellazione del post, senza alcuna spiegazione. Così come prima – a quel punto se ne sono ricordati tutti – non veniva neanche indicato il nome o la nazionalità della presunta petroliera “liberata”.
Il prezzo del greggio qualità Brent a quel punto ricominciava a veleggiare tra gli 87 e i 90 dollari, per pura prudenza da investitori.
In pratica c’è stata una purissima operazione di aggiottaggio su scala mondiale, in cui “chi sapeva” ha potuto operare in borsa in modo da massimizzare i guadagni di giornata (vendendo per qualche ora ad un prezzo molto più alto di quello che aveva comprato poco prima).
Per coprire il ridicolo (e il reato, in qualsiasi codice penale nazionale) Trump si lanciava in una serie di dichiarazione una più fasulla dell’altra. Veniva ricordato che era stato promesso di scortare le navi attraverso lo Stretto, anche se non era ancora stato fatto. Ma solo perché il pericolo stava nelle mine seminate in acqua dalla marina iraniana prima ancora della guerra (ci sono mine navali che possono essere ormeggiate sul fondo e fatte poi risalire in superficie).
Ragion per cui ordinava minacciosamente a Tehran – che ovviamente nemmeno ha risposto – di toglierle immediatamente altrimenti avrebbe scatenato un inferno megagalattico. Poi marcia indietro: “Le abbiamo distrutte noi”. Senza far arrivare neanche una nave sul punto più stretto, quello in cui la fascia navigabile dalle petroliere è larga appena tre chilometri. Con la pura forza del pensiero, insomma…
Solo dopo la penosa marcia indietro il comandante navale del Corpo delle Guardie rivoluzionarie dell’Iran (Irgc) ha diramato una nota in cui ribadiva che qualunque nave militare statunitense o dei suoi alleati che attraversi lo stretto di Hormuz verrà colpita. “L’affermazione di una petroliera che attraversa lo Stretto di Hormuz con una scorta militare statunitense è completamente falsa. Qualsiasi passaggio della flotta statunitense e dei suoi alleati sarà bloccato da missili iraniani e droni kamikaze”.
Più seriamente commercianti e responsabili delle politiche energetiche sono nervosi perché gli attacchi hanno chiuso la produzione di energia e le rotte di navigazione vitali. “Ci sarebbero conseguenze catastrofiche per i mercati petroliferi del mondo più a lungo va avanti l’interruzione, e più drastiche sono le conseguenze per l’economia globale”, ha detto ai giornalisti il presidente e CEO del gigante petrolifero saudita Aramco, Amin H Nasser. “È assolutamente fondamentale che la spedizione riprenda nello stretto di Hormuz”.
Basta fermare la guerra, no? Peccato che sia in mano a pagliacci, affaristi e genocidi. Totalmente refrattari a considerazione morali o semplicemente logiche, ma invasati di sogni suprematisti.
Intanto l’aviazione Usa e quella israeliana martellavano molte città dell’Iran, mentre raffiche di missili partivano andando a colpire le basi Usa nei paesi arabi del Golfo e Israele.
Qui, in particolare, tutte le scarne cronache relativamente indipendenti – la censura blocca tutto, e si può essere arrestati per aver fatto una foto dei danni provocati dai proiettili iraniani – descrivevano una società completamente bloccata nei rifugi durante tutto il giorno ed esplosioni più numerose del solito. Segno certo che lo “scudo” protettivo è ormai a corto di missili anti-missile e diversi radar sono stati effettivamente messi fuori uso dai colpi di Tehran.
Anche il Pentagono faceva filtrare per la prima volta una cifra ufficiale relativa ai soldati rimasti fin qui feriti: 140/150. Un numero “strano”, visto che la media di ogni guerra moderna viaggia intorno ai tre feriti per ogni soldato morto, ma gli Usa ammettono fin qui perdite per sole otto unità. Poi diverse fonti si sono ricordate la strana moria di soldati Usa per “incidente stradale” o “arresto cardiaco” (due diagnosi che non fanno conteggiare quei morti come caduti di guerra), e tutto è apparso più logico e comprensibile.
In aggiornamento
Pesanti bombardamenti su Tehran
La capitale iraniana ha vissuto una delle sue notti più intense di bombardamenti da parte di Stati Uniti e Israele dall’inizio della guerra 10 giorni fa, poiché numerose aree della città tentacolare sono state colpite da effetti devastanti.
Gli aerei da guerra hanno volato a basse quote su Teheran durante la notte di martedì, facendo cadere decine di proiettili esplosivi pesanti che hanno scosso i quartieri in tutta la città di oltre 10 milioni di persone e spaventato i residenti che sono rimasti nelle loro case nonostante il pericolo.
Sima, una 38enne che vive con la sua famiglia nella parte occidentale di Teheran, ha detto degli attacchi durante la notte: “Sembrava che decine di aerei da combattimento volassero proprio sopra le nostre teste per 15 minuti di fila in un primo momento, poi qualche minuto di pausa prima che arrivassero i prossimi colpi”.
L’Iran risponderà ai recenti attacchi USA-Israele sulle aree residenziali, ha detto il portavoce delle forze armate del paese Abolfazl Shekarchi citato dall’agenzia di stampa Defapress.
Pioggia di missili su Israele
La telecronaca della Bbc: Cinque attacchi missilistici iraniani in sette ore. I missili di Hezbollah “sono passati attraverso lo scudo di difesa aerea di Israele” e hanno colpito Tel Aviv e Gerusalemme.
“Quando questi due missili sono stati lanciati, non abbiamo ricevuto alcun avvertimento sui nostri telefoni cellulari e non abbiamo sentito alcuna sirena.”
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Quella che segue non è una notizia, ma l’analisi di uno dei pochi generali italiani – ora “a riposo” – che abbia sviluppato il pensiero teorico in campo militare. E che ci sembra confermi alcune delle notizie che da giorni stiamo dando.
Usa-Israele nei guai. e sono già pentiti.
Fabio Mini – Il Fatto Quotidiano
Fuoco su Teheran L’attacco di Usa e Israele all’Iran è iniziato il 28 febbraio.
Mentre la natura dell’aggressione israelo-americana all’iran è abbastanza chiara, gli scopi e la strategia della risposta iraniana sono ancora nebulosi.
Stati Uniti e Israele hanno scatenato questa guerra con l’intenzione dichiarata di cancellare l’iran dalla carta delle Nazioni attraverso l’eliminazione fisica di tutti i suoi leader e gli abitanti in grado di pensare e procreare, la distruzione di tutte le sue strutture statali di governo centrale e periferico, degli apparati militari e civili, delle infrastrutture energetiche, industriali e produttive e l’appropriazione di tutte le risorse a partire dall’uranio arricchito già processato a quello naturale e all’immancabile petrolio.
Come diceva Morgenthau della Germania nazista da sconfiggere, l’Iran deve ritornare alla pastorizia e alla pesca dello storione, generoso dispensatore di caviale.
Lo volevano dall’inizio: la storia del nucleare era un pretesto, i negoziati un pretesto, la liberazione delle donne un pretesto, il cambio di regime un pretesto.
L’opera di distruzione sul modello Gaza-libano è in atto da decenni e la costituzione del cosiddetto Board of Peace è la formale sanzione della nuova speculazione economica basata sui danni. E quindi sulla guerra, che ha il massimo potenziale di produrli, sul genocidio e la distruzione strutturale.
Non importa se poi gli obiettivi dichiarati non vengono raggiunti, come non è stata raggiunta la dispersione e smilitarizzazione di Hamas, l’annientamento di Hezbollah, degli Houthi e dei palestinesi.
La potenza militare spiegata da entrambi i paesi per questa guerra non ha precedenti e tuttavia l’Iran sorprende non solo per la capacità di resistere e controbattere, ma anche per il sostegno che raccoglie nella galassia dell’informazione digitale. Un sostegno doppiamente significativo perché alimentato non dalla simpatia per l’Iran ma dall’avversione verso Israele e gli Usa. L’Iran sta subendo delle perdite enormi e degli attacchi fuori da ogni giustificazione e legalità e comunque ha appena rimpiazzato tutta la struttura di vertice che, decapitata, avrebbe dovuto far implodere il paese.
È perlomeno singolare che gli apparati dei servizi d’intelligence dei due Paesi si siano concentrati sulla decapitazione delle strutture di governo e che per rovesciare il regime abbiano puntato sul sostegno alla dissidenza interna e alla diaspora, sull’addestramento, l’armamento e il finanziamento di decine di migliaia di curdi a partire da quelli già impiegati in Iraq e in Siria per provocare una rivolta interna, un attacco dall’esterno e la guerra civile.
Gli israeliani avrebbero dovuto conoscere le caratteristiche del sistema iraniano anche perché è da tempo che hanno costituito una rete di sovversione interna, una rete di assassini mirati e sabotatori vari. Avrebbero dovuto dirlo agli americani che per costituzione fanno sempre i finti esperti di tutto e invece non conoscono i loro alleati e tanto meno i loro nemici.
Israele avrebbe dovuto spiegare che la rivoluzione iraniana che si è imposta a furor di popolo sul regime dello Scià ha impiegato i primi anni della sua esistenza a consolidare la struttura rivoluzionaria, a difenderla dai nemici interni, che sono sempre esistiti, e da quelli esterni.
I Guardiani della rivoluzione sono esattamente ciò che dichiarano e il loro primo avversario non è esterno, ma quella struttura interna delle forze armate e dell’intelligence che al tempo della rivoluzione sosteneva il regime monarchico e la sua rete corruttiva.
Le forze armate ci hanno messo anni a essere parzialmente sdoganate dai Guardiani e dal clero. Ci sono riuscite inserendosi nella struttura come garanti dello Stato iraniano, della sua indipendenza, della Costituzione e della sua integrità territoriale.
Israele avrebbe dovuto spiegare che se l’esercito non è intervenuto nella repressione dei disordini orchestrati dal Mossad e dalla Cia non era perché non amassero il regime, ma perché non era loro compito. Anzi, era sempre vivo il sospetto che con la scusa della repressione si sarebbero schierati contro lo stesso governo.
Avrebbe dovuto avvertire gli alleati che l’iran, come dice l’ottimo Trita Parsi del Quincy Institute (https://www.youtube.com/watch?v=_3tvxgh-r-c) “non teme la guerra, ma teme la resa” di una parte delle proprie forze istituzionali. Adescare e corrompere ufficiali delle forze armate nella speranza che al momento opportuno reagissero contro il regime significava esporli alle “attenzioni” dei sospettosi lealisti.
C’è poi una questione di geometria elementare: il modello di potere iraniano non è una piramide, ma una serie di strutture parallelepipede con compiti complementari, ma in grado di agire in maniera indipendente e, in caso di decapitazione, perfino in modo automatico, senza attendere ordini e battendo obiettivi preselezionati.
Quando Trump enumera le navi e gli aerei iraniani abbattuti ragiona riflettendo il suo modello, non quello iraniano. L’Iran non ha mai avuto una forza navale spedizionaria e nemmeno che si potesse allontanare dalle proprie coste, l’aeronautica a malapena poteva intervenire in appoggio alle forze di terra. Queste invece sono state sviluppate per la difesa del territorio mentre l’aliquota strategica è stata riservata alla parte missilistica e dei velivoli senza pilota o a pilotaggio remoto, anche tramite satellite.
Per questo l’attacco congiunto Usa-Israele ha privilegiato gli interessi d’Israele a danno di quelli statunitensi che adesso si trovano criminalizzati, osteggiati dai propri ex-alleati, sbilanciati strategicamente in un teatro distante dalle sfide esistenziali dove mantengono le loro poche forze d’intervento sparse tra Giappone, Guam, Corea, sotto gli occhi vigili ma non amichevoli della Russia, della Cina e dell’India con scorte depauperate e costi eccezionali.
La prosecuzione del piano di distruzione sistematica dell’Iran non dipende dall’immaginazione di Netanyahu e Trump (in questo ordine) ma dalla capacità delle loro forze di sostenere un attacco prolungato contro un regime che comunque ha rinnovato la propria dirigenza e risponde agli attacchi.
Da una parte la resistenza iraniana si appoggia sulla propria sopravvivenza fisica, dall’altra la volontà Israelo-americana è condizionata dai costi materiali e politici.
Questi ultimi sono già enormi e penalizzanti sul piano internazionale e interno. I costi materiali sono esorbitanti. I due gruppi portaerei schierati a debita distanza costano 13 milioni di dollari al giorno soltanto per stare in moto, senza contare i costi delle munizioni, dei velivoli e dei loro rifornimenti. Nelle prime 100 ore della guerra contro l’Iran sono stati lanciati 180 missili intercettori del costo di 2,4 milioni di dollari ciascuno, 90 missili Patriot e 40 intercettori Thaad dal costo singolo variabile tra i 3,7 ai 12 milioni di dollari.
I sistemi automatici d’intercettazione sono scattati per droni del costo di 30 mila dollari. Per intercettare un missile da 250 mila dollari sono stati impiegati missili da 12 milioni: un vero affare.
I missili Tomahawk sono stati l’arma primaria per gli obiettivi a terra. Nel 2025 gli Usa hanno prodotto 72 missili. In tre giorni di combattimento hanno consumato la produzione di cinque anni. Le scorte di Patriot sono già ridotte al 25% di quanto necessario a livello globale.
Ciò significa che se le scorte potevano garantire 20 giorni di combattimento ora sono ridotte a soli cinque giorni. La realtà è che Israele e Stati Uniti si sono invischiati in una guerra che potranno senz’altro vincere ammazzando milioni di persone per pentirsene il giorno dopo.
O quello prima.
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Luigi
La Repubblica islamica non cadrà. E noi dovremo solo ringraziarla in eterno perchè sta combattendo non solo per sè stessa, ma per tutta l’umanità ,contro il tumore metastatico sionista.