Menu

L’ombra della nuova Dottrina Monroe su Cuba

C’è qualcosa di profondamente inquietante nella strategia che l’amministrazione di Donald Trump sta mettendo in campo contro Cuba. Non si tratta solo dell’ennesimo episodio di pressione politica o economica contro l’isola caraibica. Siamo di fronte a un salto di qualità: la costruzione di un vero e proprio dispositivo politico, diplomatico e mediatico per preparare l’opinione pubblica internazionale a un nuovo atto di aggressione contro uno Stato sovrano.

La riunione convocata pochi giorni fa a Miami, il cosiddetto “Shield of the Americas Summit”, è stata presentata ufficialmente come un incontro per coordinare la lotta contro narcotraffico e criminalità organizzata. In realtà, dietro questa retorica securitaria si intravede chiaramente il tentativo di rimettere in piedi una versione aggiornata della vecchia dottrina Monroe, cioè l’idea che l’intero continente americano debba essere subordinato agli interessi geopolitici di Washington.

Alla riunione hanno partecipato dodici governi latinoamericani allineati con la Casa Bianca — tra cui Argentina, El Salvador, Ecuador, Paraguay e Panama — mentre erano assenti proprio i paesi che rappresentano le principali alternative politiche nella regione: Cuba, Venezuela, Nicaragua, ma anche nazioni di peso come Messico, Brasile e Colombia. Non è un dettaglio marginale. È la dimostrazione che si sta tentando di costruire un blocco politico selezionato, ideologicamente compatto, disposto ad accettare un ruolo subordinato nella nuova architettura di sicurezza disegnata da Washington.

Durante il vertice Trump non ha nascosto le sue intenzioni. Ha affermato apertamente che il sistema politico cubano sarebbe “agli ultimi momenti” e che un cambiamento di governo sull’isola sarebbe facile da ottenere.

Parole che non sono semplici dichiarazioni propagandistiche: sono il linguaggio tipico con cui, nella storia recente, gli Stati Uniti hanno preparato interventi diretti o operazioni di destabilizzazione contro governi non allineati.

Il copione è sempre lo stesso. Prima si costruisce una narrazione: il paese bersaglio viene descritto come uno “Stato criminale”, guidato da narcotrafficanti o violatori sistematici dei diritti umani. Poi arrivano le indagini giudiziarie extraterritoriali, come quelle che ora vengono annunciate contro la leadership cubana — a partire dal presidente Miguel Díaz-Canel — accusata di narcotraffico o addirittura di “tratta di esseri umani” per il programma internazionale dei medici cubani.

Si tratta di accuse già utilizzate in passato contro altri governi latinoamericani e spesso funzionali a costruire una legittimazione giuridica per operazioni di pressione economica, sequestri di dirigenti politici o perfino interventi militari indiretti. Non è un caso che queste mosse arrivino dopo il precedente venezuelano, dove l’offensiva politico-giudiziaria statunitense ha già aperto un nuovo capitolo di interferenza nella sovranità di un paese latinoamericano.

Il punto centrale è un altro: la completa violazione del diritto internazionale.

Nessun paese può arrogarsi il diritto di giudicare i dirigenti di un altro Stato sovrano o di decidere il futuro politico di un’altra nazione. Eppure è esattamente ciò che sta accadendo.

La nuova strategia statunitense si fonda su tre pilastri: costruire una coalizione regionale subordinata che legittimi politicamente le scelte di Washington; criminalizzare il governo cubano attraverso accuse mediatiche; preparare il terreno per un cambio di regime, che venga presentato come inevitabile o addirittura “richiesto” da altri governi della regione.

Non è difficile riconoscere in questo schema la logica della vecchia politica imperiale verso l’America Latina. Cambiano i nomi delle iniziative, ma resta immutata la sostanza: la pretesa degli Stati Uniti di decidere il destino politico dell’intero emisfero occidentale.

Cuba, da oltre sessant’anni, rappresenta uno dei simboli più evidenti di resistenza a questa logica. Proprio per questo continua a essere nel mirino. E proprio per questo oggi è necessario denunciare con forza ciò che sta accadendo.

Se davvero si vuole difendere la pace e il diritto internazionale, la comunità internazionale deve respingere questa nuova escalation.
Perché ogni tentativo di isolare, destabilizzare o invadere Cuba non sarebbe soltanto un attacco contro un paese: sarebbe un colpo gravissimo contro il principio stesso di sovranità dei popoli.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *