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Il fronte del petrolio

Le guerre asimmetriche richiedono sempre molta fantasia ai più deboli, mentre i cowboys che si erano lanciati spensierati all’attacco per spianare tutto restano sorpresi. La cosa stupefacente è che gli Stati Uniti fanno sempre la stessa cosa da 80 anni contro avversari regolarmente “asimmetrici” (ovvero che non hanno tecnologie militari all’altezza, o mancano del tutto di armamenti essenziali corrispondenti), e tutte le volte restano “sorpresi” dalla resistenza incontrata.

L’Iran, per di più, anche se è certamente meno armato degli Usa, è comunque un paese avanzato, che costruisce da sé quello di cui ha bisogno ed ha persino sviluppato il settore dei droni e dei missili contando su costi inferiori e quindi su grandi quantitativi che compensano la minore maturità tecnologica, ma sono più che sufficienti a “saturare” le iper-tecnologiche difese avversarie.

Al tredicesimo giorno di questa nuova guerra diventa anche chiaro che “il fronte” non è quello immaginato dai vertici Usa ed israeliani, con un Iran destinato a fare da bersaglio sostanzialmente passivo a parte qualche missile lanciato ma intercettabile dallo “scudo” steso su Israele e le basi americane nel Golfo.

Oltre ad una risposta missilistica e di droni per ora apparentemente inesauribile, infatti, è entrata esplicitamente in campo la guerra economica, che all’Occidente imperialista fa sicuramente più male, vista la lunga stagione di stagnazione in cui è impantanata.

La sparata trumpiana sullo Stretto di Hormuz che sarebbe stato sostanzialmente “libero” perché “protetto” dalla presenza Usa ha mal consigliato un paio di petroliere non autorizzate da Tehran, che hanno provato a passare finendo colpite da droni iraniani. Subito dopo sono arrivate anche alle tv occidentali le immagini di tunnel stipati di piccoli droni marini – barchini veloci in numero impressionante – pronti a partire per agire in uno spazio molto ristretto (come già detto, la “corsia” utile di navigazione è larga circa tre chilometri, praticamente nulla per navi che superano spesso i 2-300 metri).

Immediata la reazione dei “mercati”, che il giorno precedente avevano preso per buono l’annuncio di Trump (“la guerra finirà presto, non c’è quasi più nulla da bombardare”), facendo calare il prezzo del petrolio e volare le quotazioni azionarie. Dietrofront e greggio sopra i 100 dollari, con conseguente corsa alle vendite di titoli di qualsiasi tipo.

Anche la minaccia statunitense di colpire le strutture portuali di Tehran ha ricevuto una risposta immediata: le forze armate iraniane hanno minacciato di colpire i porti del Medio Oriente se i loro porti venissero attaccati da Israele e Stati Uniti. “Se i nostri porti e i nostri moli saranno minacciati, tutti i porti e i moli della regione diventeranno obiettivi legittimi“, ha dichiarato un portavoce delle forze armate in tv. 

Il tutto mentre le non molte inchieste giornalistiche Usa colpiscono comunque al cuore le menzogne dell’amministrazione. Il New York Times, per esempio, ha reso noto che una indagine militare ancora in corso ha stabilito che gli Stati Uniti sono responsabili dell’attacco contro la scuola elementare femminile di Minab lo scorso 28 febbraio. Sbugiardando così sia Trump che il killer seriale Pete Hegseth, il “ministro della guerra” che ordina sempre di non soccorrere i sopravvissuti in mare dopo gli affondamenti provocati dalle sue decisioni (sia in America Latina che al largo dello Sri Lanka).

Stessa cosa per quanto riguarda i danni subiti dalle basi Usa nel Golfo; inesistenti per il Pentagono, piuttosto seri e soprattutto moltiplicati su 17 basi, secondo un’altra inchiesta dello stesso giornale.

Grave – anche se sottostimata nei resoconti giornalistici – pure la distruzione di diversi radar anti-missile da parte dei droni iraniani. Non solo per gli alti costi (oltre un miliardo l’uno), ma perché lasciano senza “occhi” le già deficitarie (per mancanza di “colpi”) batterie anti-missile di Tel Aviv e Usa nell’area. Tant’è vero alcune dotazioni di Patriot e Thaad sono state imbarcate in fretta e furia per portarle dalla Corea del Sud nel teatro di guerra.

Ma è ovviamente sul prezzo del petrolio che si gioca buona parte delle possibilità “offensive” di Tehran. “Preparatevi al raggiungimento dei 200 dollari al barile perché il prezzo del petrolio dipende dalla sicurezza regionale che avete destabilizzato. Non permetteremo che nemmeno un litro di petrolio raggiunga gli Stati Uniti, Israele e i loro partner. Qualsiasi nave o petroliera diretta a loro sarà un obiettivo legittimo“, ha ribadito Ebrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale del comando militare di Teheran.

A stretto giro di posta sono arrivate le conferme operative. Le Guardie Rivoluzionarie hanno rivendicato di aver colpito due navi nello Stretto di Hormuz: una battente bandiera della Liberia, la Express Room, e la portarinfuse thailandese Mayuree Naree.

Com’è noto la bandiera montata sul pennone non necessariamente corrisponde alla vera nazionalità del proprietario. E infatti “La nave liberiana, di proprietà di Israele, non ha prestato attenzione agli avvertimenti delle nostre forze navali ed è stata fermata dopo essere stata colpita – affermano i pasdaran in un comunicato -. La seconda nave, la  Mayuree Naree, ha tentato di passare illegalmente lo Stretto, è stata presa di mira anche lei dopo gli avvertimenti delle forze navali“.

Non sappiamo dire – come nessun altro osservatore – se sia davvero possibile che il prezzo del greggio salga fino ai 200 dollari. Ma sappiamo che l’economia occidentale, completamente ritornata al modello idrocarburi dopo una breve stagione di considerazione per le rinnovabili (con tante chiacchiere e cerimonie sulla “transizione energetica”), non è assolutamente in grado di sopportare un aumento del 400% del costo base dell’energia.

Sono in molti ad ave sbagliato i conti. E non solo a Washington o Tel Aviv…

In aggiornamento

Israele ammette 2.745 feriti in dodici giorni di guerra

Nonostante un censura ferrea su notizie ed immagini, qualche cosa scappa sempre… Un rapporto pubblicato giovedì dal Ministero della Salute israeliano ha dichiarato che 2.745 coloni israeliani sono stati ricoverati in ospedale dall’inizio della guerra, e 85 di loro sono attualmente in cura. Il rapporto del Ministero non ha specificato il numero di vittime tra i sionisti.

Il fronte interno israeliano ha annunciato che le sirene di allarme sono state attivate a Tel Aviv e nelle comunità di coloni in tutta la zona occupata di Al-Quds in seguito al rilevamento di missili iraniani.

L’Iran afferma di aver attaccato il quartier generale dello Shin Bet e le basi aeree israeliane con i droni

L’esercito iraniano afferma di aver attaccato due basi aeree israeliane e il quartier generale dello Shin Bet a Tel Aviv con dei droni.

Secondo quanto riportato dall’IRNA, gli attacchi hanno preso di mira la base aerea di Palmachim, a ovest della città di Yavne sulla costa mediterranea, e la base aerea di Ovda nel sud di Israele. (Fonte: Al Jazeera)

L’Iran afferma che gli attacchi USA-Israele stanno colpendo ospedali e quartieri

Secondo il viceministro della Salute iraniano Ali Jafarian, ospedali e strutture sanitarie in tutto l’Iran hanno subito danni a causa dell’intensificarsi degli attacchi israelo-americani.

Parlando ad Al Jazeera da Teheran, Jafarian ha affermato che le squadre mediche stanno affrontando un numero crescente di vittime, molte delle quali civili uccise sul luogo degli attacchi.

Purtroppo, ci sono molte… vittime uccise sul posto, perché [Stati Uniti e Israele] stanno bombardando a tappeto… infrastrutture civili“, ha detto, aggiungendo che almeno 1.395 persone sono state uccise. Le persone sono ancora intrappolate sotto gli edifici crollati, ha aggiunto.

La maggior parte di queste persone sono civili… che vivono nei quartieri“, ha affermato, avvertendo che gli attacchi nelle aree urbane si sono intensificati negli ultimi giorni. Abbiamo 31 importanti strutture cliniche e ospedali danneggiati. Dodici di questi ospedali sono ora inattivi.

Jafarian ha aggiunto che sono stati colpiti 149 centri sanitari e che circa 100 sono stati danneggiati solo negli ultimi quattro giorni. Purtroppo, due dei nostri operatori sanitari sono morti negli ultimi quattro giorni.”

Chi ci guadagna col l’aumento del prezzo del greggio

“La Russia sta sicuramente guadagnando finanziariamente da questa situazione”, spiegano diversi analisti del settore. Le sanzioni imposte da Washington alla fine dell’anno scorso avevano fatto crollare drasticamente i ricavi petroliferi russi.

Hanno dovuto vendere molto di quel petrolio a prezzi notevolmente scontati“, ha spiegato Weafer, osservando che mentre il greggio Brent veniva scambiato a circa 65 dollari al barile, parte del petrolio russo veniva venduto a circa 45 dollari. Il recente aumento dei prezzi ha modificato questa dinamica.

Dall’inizio della scorsa settimana… quasi tutto il petrolio russo in eccesso è stato acquistato dagli acquirenti asiatici“, e dunque le vendite stanno ora avvenendo a prezzi più vicini a quelli del mercato globale.

La Russia non è l’unica beneficiaria. “I principali beneficiari saranno i produttori di petrolio degli Stati Uniti“. E’ il caso di ricordare che in un sistema complesso di dimensioni mondiali, il fatto che alcuni attori guadagnino molto – in questo caso alcuni Stati e le compagnie petrolifere – significa che ci sono altri soggetti che perdono altrettanto. Nel complesso lo squilibrio violento porta “instabilità” e induce molti attori a frenare gli investimenti non potendo sapere se rientreranno.

Il prezzo non cala neanche on il rilascio delle riserve

Il Brent, riferimento internazionale del greggio, ha superato la  prsoglia dei 100 dollari al barile, registrando un balzo fino a 101,53 dollari (+8,8%) prima di tornare intorno a 98,06 dollari.
Il movimento dei prezzi arriva nonostante l’annuncio di un intervento straordinario coordinato dall’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie), che ha deciso di mettere sul mercato 400 milioni di barili provenienti dalle riserve strategiche dei Paesi membri.

La dimensione è notevole, ma corrisponde a soli 4 giorni del consumo mondiale. Poiché attraverso Hormuz passa il 20% circa della produzione globale, questo rilascio copre circa venti giorni di blocco. La decisione, comunque, non implica che quella quantità di greggio sia immediatamente disponibile, perché deve tradursi i apertura dei rubinetti, carico sulle navi o negli oleootti, trasferimenti vari fino ai siti di raffinazione, ecc.

E’ insomma un annuncio, per il momento, che indica però la gravità della situazione. E’ infatti dagli anni ’70 che in rilascio di queste dimensioni non aveva luogo. “Il mercato”, che è cinico quanto basta, ragiona in altri termini: dove sta in questo momento questo petrolio? Se non è dove serve, il prezzo sale…

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1 Commento


  • ugo

    Teniamo presente che se vince l’America tutte le persone politicamente inaffidabili verranno portate a fare una gita al mare in elicottero. Cascina Spiotta, eh? Altro che Cascina Spiotta: allora lavoravano al dettaglio, domani faranno all’ingrosso. Pinochet sembrerà un boy scout e Abu Ghraib un villaggio vacanze; la palla di cristallo mi mostra un futuro in stile cambogiano, anche perché il cervello di Macron e di Merz non è molto diverso da quello di Pol Pot e di Ta Mok.

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