Dopo averlo escluso categoricamente, l’evoluzione negativa della guerra ha convinto i vertici dell’amministrazione Trump a preparare almeno una prima operazione di terra, mettendo fisicamente “gli scarponi sul terreno”. La ragione della riluttanza era semplice e antica: a terra il vantaggio tecnologico quasi scompare (quasi, è bene ricordarlo) e i soldati statunitensi vengono uccisi in proporzione più simile a quella del nemico. Poi, certo, c’è sempre la possibilità di negarle, specialità dell’ex conduttore tv diventato “ministro della guerra”…
Tutti i media mondiali ieri sera avevano rilanciato la decisione di inviare nella zona di operazioni 5.000 marines e alcune navi “da sbarco”. Si trattava in particolare di 2.200 soldati della 31Ma Unità di Spedizione dei Marines, riportava la Abc News, secondo cui erano state mobilitate anche le unità Tripoli, San Diego e New Orleans, navi d’assalto e da trasporto anfibio.
La nuova forza veniva accompagnata da circa 20 caccia di quinta generazione F-35B Lightning II, capaci di decollo e atterraggio verticale. Quasi dichiarato che il gruppo d’attacco potesse essere destinato a una operazione per la conquista dell’isola iraniana di Kharg, nel Golfo Persico, terminale principale dell’export petrolifero di Teheran.
In piena notte, poi, Trump ha dato il via all’operazione, per ora ancora limitata ai bombardamenti.
«Pochi istanti fa, su mio ordine, il Comando centrale degli Stati Uniti ha eseguito uno dei più potenti raid aerei nella storia del Medio Oriente, annientando totalmente ogni obiettivo militare nel fiore all’occhiello dell’Iran: l’isola di Kharg.
Le nostre armi sono le più potenti e sofisticate che il mondo abbia mai conosciuto. Tuttavia, ho scelto di non distruggere le infrastrutture petrolifere presenti sull’isola. Ciononostante, qualora l’Iran – o chiunque altro – dovesse compiere azioni volte a ostacolare il libero e sicuro transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, riconsidererò immediatamente tale decisione».
Tradotto dal tronfio linguaggio del tycoon: è un primo avvertimento per convincere Tehran a liberare lo Stretto di Hormuz, senza toccare per il momento le strutture petrolifere sull’isola. Del resto doveva superare il danno provocato dal deficiente piazzato al Pentagono, che si era reso ridicolo agli occhi del mondo dicendo – in diretta tv – che “lo Stretto è libero, l’unico problema è che l’Iran spara sulle navi che provano a passare”. In pratica non è vero che piove, cade solo acqua dal cielo…
La stessa idiozia era costata valanghe di risate anche persino a Trump. quando aveva invitato le navi in attesa al di qua e al di là dello Stretto a “tirar fuori le palle” e passare.
Non si è fatta attendere la risposta iraniana: «Tutte le installazioni petrolifere, economiche ed energetiche appartenenti alle compagnie della regione che sono in parte di proprietà degli Usa o che collaborano con gli Usa – ha detto ai media di Teheran il portavoce del quartier generale di Khatam al-Anbiya, affiliato alle Guardie della rivoluzione – saranno immediatamente distrutte e ridotte in cenere». Vedremo nelle prossime ore se alle parole seguiranno i fatti, come peraltro fin qui è avvenuto.
Entrambi gli eserciti avevano finora evitato attacchi diretti alle infrastrutture petrolifere, che sono il principale vettore economico di tutti i paesi della regione (oltre l’Iran, l’Iraq, il Bahrein, il Kuwait, l’Arabia Saudita, gli Emirati, il Qatar e l’Oman), e che nell’insieme forniscono circa il 20% della produzione mondiale di greggio.
Non per “bontà”, ovviamente, ma per calcolo. Con il prezzo del greggio balzato in un attimo oltre i 100 dollari al barile la distruzione di impianti di estrazione, stoccaggio e carico su nave farebbe precipitare la crisi generale, perché si può tamponare per qualche giorno una riduzione delle forniture facendo ricorso – com’è avvenuto – al rilascio di parte della “riserve strategiche” o alla sospensione dell’embargo alla Russia, ma se poi bisogna attendere la ricostruzione dei terminali distrutti o danneggiati il rischio è di stare anni alla ricerca di un impossibile ritorno alla “normalità” nei rifornimenti.
Per quanto ridotta sia, insomma, nelle dimensioni la decisione Usa di attaccare i terminali iraniani sull’isola di Kharg, questa è di fatto un’escalation della guerra di proporzioni potenzialmente catastrofiche. Il che conferma l’antico adagio maoista “i reazionari alzano pietre al cielo e se le fanno ricadere sui piedi”.
L’agenzia di stampa iraniana Fars riporta che le infrastrutture petrolifere sull’isola di Kharg, che ospita impianti petroliferi strategici iraniani nel Golfo, non hanno subito danni. Citando “fonti sul campo”, ha riferito di aver udito 15 esplosioni durante l’attacco americano-israeliano, ma “nessuna infrastruttura petrolifera è stata danneggiata“.
Secondo l’agenzia: “Il nemico ha tentato di danneggiare le difese militari, la base navale di Goshan, la torre di controllo dell’aeroporto e l’hangar per elicotteri appartenente alla compagnia petrolifera ‘Continental Shelf Oil+’“
Da sottolineare che anche stavolta – come per l’inizio della guerra, il 28 febbraio – gli Stati Uniti hanno atteso la chiusura dei mercati per evitare uno shock immediato sulle borse. C’è insomma l’illusione che questa nuova mossa possa ottenere effetti “decisivi” nell’arco delle 48 ore in cui resteranno chiusi. Non cambia quindi lo schema “strategico”: una “botta decisa e rapida”, concentrando la forza necessaria, per ottenere la “resa” di un avversario che si dimostra però decisamente più tenace del previsto.
Alcuni analisti Usa, in effetti, ipotizzano che la 31ª Unità di Spedizione dei Marines, in partenza dal Giappone per il Medio Oriente, potrebbe non solo rappresentare il primo impiego di truppe di terra nella guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, ma anche che queste truppe potrebbero essere utilizzate per assumere il controllo della raffineria petrolifera sull’isola di Kharg, compromettendo di fatto la capacità dell’Iran di operare a livello economico.
L’idea, secondo questi analisti, è che ciò potrebbe costringere Teheran alla capitolazione e porre fine rapidamente alla guerra.
Eviteremmo di scommettere sulla riuscita della scommessa…
In aggiornamento
La marina iraniana rivendica attacchi contro forze statunitensi ad Abu Dhabi e in Bahrein
I media iraniani hanno citato il capo della marina delle Guardie Rivoluzionarie, l’ammiraglio Alireza Tangsiri, il quale avrebbe affermato che le forze navali iraniane hanno lanciato “diverse ondate consecutive” di attacchi contro le forze statunitensi in due basi militari nella regione.
Li ha indicati come al-Dhafra di Abu Dhabi e Sheikh Isa del Bahrein. Secondo Tangsiri, tra gli obiettivi figuravano sistemi radar Patriot, aerei e serbatoi di carburante per velivoli.
Israele uccide 12 medici in un attacco nel Libano meridionale
Un attacco israeliano contro un centro sanitario nel sud del Libano ha ucciso 12 operatori sanitari, ha dichiarato il Ministero della Salute libanese, mentre la devastante offensiva israeliana continua nel contesto della più ampia guerra regionale lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran 15 giorni fa.
L’attacco, avvenuto nella tarda serata di venerdì, si è verificato nel villaggio di Burj Qalaouiyah, nel distretto di Bint Jbeil, e ha causato la morte di medici, paramedici e infermieri in servizio, secondo quanto riferito dal Ministero della Salute libanese.
La carneficina ricorda i continui attacchi di Israele contro medici e ospedali, che hanno decimato il sistema sanitario di Gaza durante la guerra genocida contro l’enclave palestinese e che violano il diritto internazionale umanitario.
Gli attacchi israeliani hanno finora causato la morte di 18 paramedici, su un totale di 773 vittime accertate in Libano da quando i combattimenti tra Hezbollah e Israele si sono riaccesi il 2 marzo.
Secondo Heidi Pett di Al Jazeera, in collegamento da Beirut, il bilancio delle vittime tra il personale medico era solo preliminare, mentre le squadre di soccorso continuavano le ricerche dei dispersi.
Almeno quattro persone sono rimaste uccise anche in un raid aereo israeliano su Taamir Haret Saida, nel sud del Paese, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa libanese NNA.
Nel frattempo, Hezbollah ha rivendicato nella notte l’attacco con droni suicidi contro le truppe israeliane nella città settentrionale di Ya’ara, all’interno del territorio israeliano. Si tratta della ventiquattresima operazione militare annunciata dal gruppo venerdì.
Il gruppo armato libanese ha inoltre affermato di aver lanciato attacchi missilistici contro soldati israeliani nel Libano meridionale, uno nella città di Kfar Kila e l’altro nella città di Khiam.
Nella tarda serata di venerdì, il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha dichiarato che il suo gruppo è pronto a un “lungo confronto” con Israele, mentre la guerra continua. “Questa è una battaglia esistenziale, non una battaglia limitata”, ha affermato.
Usa. “Trump bombarda Kharg per disperazione”
Robert Pape, professore di scienze politiche all’Università di Chicago, ha affermato di ritenere che Trump abbia ordinato il bombardamento dell’isola iraniana di Kharg “per disperazione“.
“È difficile entrare nella testa di chiunque, figuriamoci in quella di Donald Trump. Ma credo che quello che stia cercando di fare sia riprendere il controllo di una situazione che sta perdendo ora dopo ora, giorno dopo giorno“, ha detto Pape ad Al Jazeera.
“Trump ha iniziato con quella che sembrava essere una strategia di pochi giorni, ma potrebbe protrarsi un po’ più a lungo“, ha detto Pape. “Pensava che avrebbe portato a un cambio di regime e che la leadership iraniana sarebbe crollata come un castello di carte, ma in seguito ha affermato di essere sorpreso che non sia successo.”
Trump ha ora capito che, pur avendo avuto successo sul piano tattico, ha fallito su quello strategico e sta cercando di elaborare piani più tattici, ha aggiunto Pape. “Il problema con il piano dell’isola di Kharg o con l’intervento dei Marines è che sarebbe tatticamente più costoso perché gli Stati Uniti esporrebbero quei Marines per ore a quella che potrebbe essere una pioggia di fuoco su di loro.“
“E, da un punto di vista strategico, questa non sembra una mossa vincente. Sembra l’opposto. Sembra che stiano per togliere altro petrolio dal mercato, il che riduce l’offerta e fa aumentare il prezzo“, ha affermato.
Attaccata l’ambasciata Usa a Baghdad
Un attacco con drone ha colpito l’ambasciata statunitense a Baghdad. Lo ha reso noto un alto responsabile della sicurezza irachena. Un giornalista della France Presse ha visto del fumo nero levarsi sul complesso diplomatico nel cuore della capitale irachena.
Un altro responsabile della sicurezza ha confermato l’attacco che si è verificato in seguito a numerose esplosioni avvertite nella notte e che hanno causato anche la morte di due persone. L’ambasciata statunitense in Iraq non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento sull’accaduto.
L’attacco riportato contro la sede diplomatica Usa a Baghdad, il secondo dall’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani sull’Iran a fine febbraio, è avvenuto poco dopo che altri due raid nella capitale irachena avevano colpito il potente gruppo filo-Iran Kataeb Hezbollah: in tali raid sono rimasti uccisi due dei suoi membri, incluso un “elemento chiave”, secondo fonti di sicurezza.
Hamas all’Iran: “non prendete di mira i Paesi vicini”
In un comunicato postato su Telegram, Hamas ha l’Iran a cessare gli attacchi contro i Paesi vicini del Golfo come risposta agli attacchi israelo-statunitensi. “Pur affermando il diritto della Repubblica islamica d’Iran a rispondere a tale aggressione con tutti i mezzi possibili, in conformità alle norme e al diritto internazionale, il movimento invita i suoi fratelli in Iran a non prendere di mira i vicini“. Non è sorprendente, se si ricorda che il Qatar è storicamente una delle retrovie dei gruppi islamisti palestinesi.
L’Iran nega di aver lanciato missili verso la Turchia e allude a Stati Uniti e Israele.
Le forze armate iraniane negano di aver lanciato missili verso la Turchia, affermando che quanto accaduto potrebbe rientrare nei tentativi americano-israeliani di destabilizzare le relazioni tra i due Paesi e chiedendo un’indagine sull’incidente, sottolineando che Teheran non ha condotto alcun attacco di questo tipo contro il Paese “amico e vicino“.
Il portavoce del quartier generale centrale di Khatam al-Anbiya, il tenente colonnello Ibrahim Zolfaghari, ha affermato che l’accaduto potrebbe essere collegato a quelli che ha definito i “precedenti nefasti” dei leader degli Stati Uniti e dell’entità sionista, suggerendo che tale azione potrebbe essere stata perpetrata da Washington e Tel Aviv con l’obiettivo di destabilizzare le relazioni tra i due Paesi.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi aveva precedentemente indicato il ruolo dell’entità israeliana in tali attacchi con l’obiettivo di deviare l’opinione pubblica e minare le buone relazioni tra l’Iran e i suoi vicini.
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