Menu

Ultimatum ad orario variabile

 Se non sai cosa fare, fai almeno finta di saperlo. Ma agli Stati Uniti non riesce più neanche questa antichissima simulazione.

Nel caos di notizie e annunci spicca la precisazione dei soliti “funzionari della Casa Bianca coperti da anonimato” secondo cui il prolungamento del cessate il fuoco concesso – ufficialmente – per consentire al “regime iraniano” di risolvere la propria battaglia interna ed elaborare una proposta di negoziato non sarebbe “a tempo indeterminato”, ma “a volontà di Trump”. Pochi giorni comunque… Una sorta di ultimatum ad libitum, a geometria variabile, senza orario né data.

Che le sorti di una guerra che sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale siano affidate all’umore di un presidente che finge di osservare da lontano l’evoluzione di una battaglia politica dentro “il nemico” (presunta, ma prontamente ingigantita da tutto il sistema mediatico occidentale) non suona particolarmente rassicurante.

Poi, ad indagare meglio, vien fuori che una scadenza effettivamente esiste. Ma per l’amministrazione Trump, che il primo maggio vede scadere il periodo – due mesi – concesso dalle leggi Usa per condurre una guerra senza l’approvazione del Congresso.

Questo non significa ovviamente che dal giorno dopo le truppe Usa devono essere ritirate. Secondo le norme esistenti, Trump dovrebbe scegliere tra tre possibilità: chiedere al Congresso di approvare la guerra, iniziare a ridurre il cotingente americano o autoconcedersi un’estensione.

La prima soluzione è quasi impraticabile. Anche se esiste ancora una piccola maggioranza repubblicana in parlamento, le ormai prossime elezioni di midterm stanno mettendo in discussione l’eventuale appoggio di molti conservatori, visto che il mondo “Maga” si va ormai fratturando proprio sulla guerra all’Iran.

La seconda ipotesi concede qualche margine in più, ma limiterebbe le operazioni militari a quelle necessarie a garantire il “ritiro delle truppe in sicurezza”, escludendo quindi grandi offensive o interventi di terra (peraltro già falliti).

La terza sembra più in sintonia con il Trump-style, ma di sicuro farebbe crescere il conflitto politico interno, con esiti esiziali per il Grand Old Party. Avrebbe senso se ci fosse la certezza militare di concludere la guerra in pochi giorni, con una vittoria definitiva e visibile. Ma dopo quel che si è visto in sei settimane, pare escluso…

Da parte iraniana si ostenta tranquillità. Prosegue infatti il botta-e-risposta sul campo (gli statunitensi hanno sequestrato due navi commerciali di Tehran nei giorni scorsi, la stessa cosa hanno fatto ieri i pasdaran con due navi Msc), e persino il cessate il fuoco – pur rispettato – non ha ancora ricevuto un consenso esplicito. Per loro resistere equivale a vincere, ogni giorno che passa avvicina quell’esito.

Ciò nonostante Trump ha annunciato che i colloqui riprenderanno domani in Pakistan, anche se nessun altro lo conferma (né Tehran, né il Paese ospitante). La testata Axios – che in Medio Oriente viene considerata una controllata del Mossad israeliano, più che degli Stati Uniti – riporta che secondo una fonte vicina al tycoon “Sembra proprio che Trump non voglia più ricorrere alla forza militare e abbia deciso di porre fine alla guerra“. Naturalmente perché convinto di aver “ottenuto tutto il possibile sul piano militare e vuole uscire da una guerra sempre più impopolare. Non la riprenderà finché non avrà esaurito ogni altra opzione.

Il rapporto costi/benefici è diventato spaventosamente negativo, questo è universalmente chiaro. Gli alleati fuggono, i nemici si moltiplicano, i partner arabi si stanno rendendo conto che l’America non è più in grado di tutelare né i loro affari né la loro sicurezza militare, i cinesi lasciano fare in attesa di raccogliere i risultati, il blocco sociale che lo aveva sostenuto di va liquefacendo…

Certo, la forza militare è ancora immensa. Ma non ha fin qui risolto nulla, neanche contro un avversario molto meno potente (ed era già avvenuto con l’Afghanistan e altre decine di volte).

“Botta da matto” o ritiro in buon ordine, fantasticando di grandi vittorie epocali. Sulla prima idea girano ormai aneddoti non verificabili (il capo di stato maggiore che gli nega l’accesso ai codici della valigetta nucleare per far partire un’atomica contro l’Iran), ma significativi del clima interno al vertice Usa di fronte a una situazione senza uscita comoda.

Di certo, intanto c’è, che il “segretario della Guerra”, lo svalvolato Pete Hegseth, ha licenziato in tronco il segretario della Marina John Phelan, l’ultimo di una serie di alti funzionari costretto a lasciare il Pentagono dall’inizio della guerra con l’Iran (pochi giorni fa era toccato al capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Randy George). Il licenziamento improvviso arriva mentre la Marina è impegnata a realizzare il controblocco dello Stretto di Hormuz, in pratica l’impegno più grosso di queste settimane.

La seconda è hollywoodianamente giocabile, anche se ormai fa ridere.

Ma è meglio ridere, no?

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *