Tre accademici citano in giudizio il loro ateneo dopo gli arresti durante le proteste pro-Palestina del 2024. Una vicenda che interroga il cuore stesso della missione universitaria.
Il 25 aprile 2024, nel campus dell’Università Emory di Atlanta, Georgia, un gruppo di studenti allestì alcune tende nel quadrilatero principale dell’ateneo per protestare contro la guerra israeliana a Gaza.
La risposta dell’università fu immediata e draconiana: polizia locale e truppe statali dello Stato della Georgia intervennero per disperdere il presidio, effettuando 28 arresti. Tra gli arrestati, tre professori: Noelle McAfee (Filosofia), Emilio Del Valle-Escalante (Letteratura inglese e studi indigeni) e Caroline Fohlin (Economia, nelle foto).
A distanza di due anni, hanno giustamente deciso di portare l’università in tribunale. La loro causa chiede il rimborso delle spese legali sostenute per difendersi da accuse di reati minori poi archiviate, oltre ai danni morali.
Ciò che colpisce di questa vicenda non è solo il profilo legale, ma la natura intellettuale dei protagonisti. I tre professori rappresentano discipline apparentemente lontane tra loro, eppure profondamente unite da un filo comune: la formazione del pensiero critico.
La filosofia di Nöelle McAfee è per definizione la disciplina del dubitare, dell’interrogare, del non accettare le verità preconfezionate. Una filosofa che viene arrestata per aver gridato “Basta!” a un agente che stava fermando brutalmente un manifestante sta praticando, in un certo senso, la propria disciplina fino alle sue conseguenze più concrete.
Gli studi indigeni e la letteratura di Del Valle-Escalante sono campi che nascono proprio dall’ascolto delle voci storicamente messe a tacere, dalla decostruzione dei discorsi dominanti, dal recupero di narrazioni subalterne e dalla necessità di mettere le ferite dei colonizzati sotto la lente di ingrandimento unica e insostituibile della Letteratura (è difficile immaginare docente più coerente con la propria materia di chi si schiera fisicamente a fianco dei manifestanti silenziati).
L’economia di Caroline Fohlin, infine, è la disciplina che studia le dinamiche di potere, la distribuzione delle risorse, le conseguenze delle scelte politiche. La professoressa è stata gettata faccia a terra dagli agenti, riportando una commozione cerebrale e danni alla colonna vertebrale: il prezzo fisico di un’analisi che evidentemente aveva abbandonato la cattedra per farsi testimonianza diretta.
La professoressa McAfee ha sintetizzato con lucidità il cuore della questione:
“La nostra missione educativa è formare le persone all’indagine libera e critica, alla capacità di confrontarsi con gli altri, all’assenza di paura.”
Questa affermazione dovrebbe essere scontata in qualsiasi università degna di questo nome. Eppure, nel clima attuale degli atenei americani, suona quasi rivoluzionaria.
Il pensiero critico, quella capacità di esaminare le premesse, interrogare le autorità, tollerare il dissenso e mantenere la propria integrità quando i rapporti (anche relazionali) sono ridotti a commercio o scambi di favori, è precisamente ciò che viene compresso quando le università chiamano i reparti antisommossa per sgomberare un accampamento pacifico.
È interessante osservare come le istituzioni che si propongono di insegnare agli studenti a pensare, possono scegliere di cedere al potere costituito quando quel pensiero produce scomodità politica.
Il paradosso della “buona istituzione”
L’Università Emory ha risposto che la causa “è priva di fondamento” e che l’ateneo “agisce in modo appropriato e responsabile per garantire la sicurezza della comunità”.
La classica risposta burocratica che ignora completamente la questione sostanziale.
La professoressa McAfee ricorda che l’allora rettore Gregory Fenves, quando lei gli chiese perché le accuse non venissero ritirate, rispose di voler “vedere la giustizia“.
Una risposta che, alla luce dell’archiviazione delle accuse, risulta quanto meno paradossale.
Ancora più significativo è il clima che si è creato dopo gli arresti: gli studenti di Emory, dice McAfee, oggi hanno paura di protestare.
Anche perché la forza bruta, il terrore psicologico, la censura e l’auto censura (basta guardare il “nostro” DDL Sicurezza abbinandolo a quello sull’antisemitismo di Gasparri, votato anche dal senatore PD Graziano Delrio e la sua allegra combriccola), potrebbero vincere anche qui.
L’università ha tradito quello che il grande attivista per i diritti civili John Lewis, figlio di quella stessa Atlanta, chiamava il “buon guaio”, la disobbedienza civile come strumento di cambiamento morale.
Ma il caso Emory non è mica l’unico.
L’organizzazione Palestine Legal ha registrato nel 2025 il 300% in più di richieste di assistenza legale rispetto alla media pre-2023, provenienti soprattutto da studenti e docenti universitari.
Significa che la repressione delle manifestazioni e eventi contrari alle politiche genocide di Netanyahu nei campus degli USA è una tendenza strutturale. Ed è questo il modello che la Destra italiana, appoggiata dai “democratici” di “Sinistra per Israele” sta sfacciatamente importando.
Tre professori che insegnano a guardare il mondo con occhi critici hanno deciso di non fermarsi alla teoria e scelto di essere coerenti con le proprie discipline fino in fondo, pagandone il prezzo personale e sulla salute fisica e mentale.
Adesso chiedono che anche l’istituzione sia coerente con i propri principi dichiarati, se sarà capace.
Non è, in fondo, la lezione più importante che un docente universitario possa impartire?
24 aprile 2026
Fonti
1. Associated Press: “Emory professors take on their own university after arrests at 2024 Israel-Hamas war protest” (23/04/2026)
2. Ynet Global: “Emory professors sue university over Israel-Hamas war campus protest arrests” (23/04/2026)
3. Al Jazeera: “US professors sue university over arrest during pro-Palestine protest” (23/04/2026)
4. Fox 5 Atlanta: “Emory protests: University launches review of response to pro-Palestine rally, arrests” (03/06/2024)
5. Fox 5 Atlanta: “Emory protest: University president ‘devastated’ by arrests of students, staff on campus” (29/04/2024)
* da Invicta Palestina
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