Se si sceglie un truffatore come Presidente, poi non ci si può lamentare di essere truffati tutti i giorni. Neanche se sei ancora “la prima superpotenza” (ma non più l’unica, come dal 1991 in poi…).
La nuova truffa di Trump si chiama “guerra a rate” e sembra mutuata direttamente dall’esperienza di immobiliarista.
Ieri scadevano infatti i 60 giorni che la Costituzione Usa concede ad un presidente per impegnarsi in una guerra anche senza il benestare del Congresso. In una repubblica democratica parlamentare è infatti il potere legislativo l’unico depositario della scelta tra guerra e pace, anche se si riconosce che un’amministrazione possa essere obbligata ad agire “con urgenza” – e la guerra si gioca quasi sempre sulla rapidità d’azione – e quindi per i primi due mesi lascia fare al Commander in chief. Poi si vota…
Sapendo bene che il Parlamento avrebbe avuto una maggioranza contraria alla prosecuzione della guerra all’Iran, perché anche una parte del suo mondo “Maga” la ritiene sbagliata, Trump ha fatto ricorso alla sua inventiva truffaldina: siccome dal 7 aprile i bombardamenti sono stati sospesi, e l’Iran ha rispettato il cessate il fuoco, allora le ostilità… sono finite!
“Il 7 aprile 2026, ho ordinato un cessate il fuoco di due settimane. Il cessate il fuoco è stato successivamente prorogato. Non ci sono stati scambi di colpi tra le forze statunitensi e l’Iran dal 7 aprile 2026“, ha scritto Trump venerdì allo Speaker della Camera Mike Johnson. “Le ostilità iniziate il 28 febbraio 2026 sono terminate“.
Contemporaneamente, siccome la “non guerra” non ha prodotto – né poteva farlo – un accordo di pace, si è dichiarato pronto a riprendere la guerra in qualsiasi momento. Ma, ai fini della “compatibilità” con i poteri che la Costituzione gli concede, quella sarà “un’altra guerra”, non la continuità di quella ancora in corso.
Con questo criterio nessuna guerra del passato o del presente è mai durata anni, e magari invece della Seconda guerra mondiale ne avremmo viste alcune centinaia nell’arco di quasi sei anni (se si possono spezzare a piacimento i tempi, si può farlo anche con i teatri di guerra, no?).
I “cessate il fuoco”, o anche le pause inevitabili nei combattimenti, le avrebbero spezzettate in infiniti conflitti “giuridicamente differenti”, anche se combattuti tra le stesse formazioni, sullo stesso terreno, con gli stessi obiettivi (quando ci sono o sono confessabili).
Come una partita di baseball, football o pallacanestro, insomma. Dove l’unica continuità tra le varie fasi di gioco è data dal punteggio e dagli incidenti che mettono fuori alcuni giocatori.
La “guerra a rate”, chiamando il time out quando finiscono le scorte di missili o i tuoi uomini si ammutinano (il caso della portaerei Gerald Ford, costretta al rito dal fronte, oppure il misterioso incendio che ha distrutto l’altra notte il cacciatorpediniere Higgins, della flotta asiatica, a migliaia di chilometri da Hormuz).
Il precedente papa l’aveva definita “a pezzetti”, ma almeno ci si muoveva ancora in una logia conosciuta: un teatro di guerra dopo l’altro, ma ognuno con la sua unità di tempo.
L’idea di Trump non è stata ovviamente condivisa dai “democratici” – quelli che le guerre le fanno lo stesso, “per portare la democrazia”, ovviamente -, ma è stata sufficiente a smorzare il risentimento peloso della pattuglia di repubblicani pronta a votare “no” alla continuazione di “questa” guerra.
Sembra un colpo di genio, ma è un trucchetto da azzeccagarbugli che può funzionare soltanto con degli amici un po’ scettici su quel che stai facendo. Prescinde completamente, per esempio, sia da quello che farà il “nemico a rate” – che potrebbe scegliere una diversa tempistica o un altro teatro – sia da quello che faranno gli altri attori importanti nel resto del pianeta. E che manifestamente stanno dando segnali di insofferenza.
Pensare di poter “governare il mondo” in base a queste trovate non fa ridere neanche noi, figuriamo gli scacchisti della geopolitica che stanno a Mosca e Pechino.
Non paga di queste furbizie, l’amministrazione Trump ha rimesso gli occhi su Cuba, “promettendo” di “prenderla” non appena “finito il lavoro con l’Iran” (anche se non si è capito se negli “intervalli” tra un’azione e l’altra oppure se alla fine della “partita”).
Non è finita. Ce n’è stato anche per la derelitta “Europa”, che verrà investita da nuovi dazi sulle automobili pari al 25%, mentre vengono ritirati – con qualche incertezza sui tempi, dipende dagli sviluppi delle altre partire – 5.000 soldati Usa dalla Germania e si sta studiando come chiudere le basi in Spagna e Italia.
Da Bruxelles giurano che “difenderanno i propri interessi” (sulla automobili, soprattutto). Se e quando riusciranno ad averne una visione d’insieme (Volskswagen, Renault e Fiat non ne hanno di propriamente coincidenti, per esempio).
Stanno saltando uno dopo l’altro parecchi pilastri del vecchio ordine euro-occidentale. E quelli sulla guerra sono ovviamente i più “destabilizzanti” un edificio che non regge più… E ci vuole un attimo perché la “guerra a rate”, non avendo un chiaro inizio e un obbiettivo altrettanto chiaro per metterle fine, scivoli verso quella “infinita”.
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