Si torna alla casella di partenza. Dopo dieci giorni di attesa – con qualche sparatoria dalle parti di Hormuz per “fare pressione” – è arrivata la risposta iraniana al memorandum di una sola pagina proposto dagli Stati Uniti per arrivare ad un accordo.
Va premesso che nessuno sa esattamente cosa ci sia scritto nella proposta di Trump o nella risposta di Tehran. Tutte le valutazioni, gli articoli, le dichiarazioni di Tizio o Caio, sono pressoché al buio.
Il sito Axios, che fa sempre da apripista pro-Israele per l’informazione occidentale, asserisce di aver sentito telefonicamente Donald Trump che avrebbe manifestato forte delusione: “Non mi piace la loro lettera. È inappropriata. Non mi piace la loro risposta. E’ totalmente inaccettabile“.
Ancor prima che circolasse qualche “indiscrezione” sul testo di Tehran, comunque, il serial-killer genocida Benjamin Netanyahu aveva già chiuso la porta ad ogni processo di pace. La guerra “non è finita, perché c’è ancora materiale nucleare, l’uranio arricchito, che deve essere portato fuori dall’Iran. Ci sono ancora siti di arricchimento che devono essere smantellati“.
La sua ricetta preferita è semplice: “Si interviene e lo si porta via“. Il tentativo è già stato fatto, vicino ad Isfahan, ma con risultati disastrosi. Ma chi ha non sa far altro che sparare – e “Bibi” viene dalle “teste di cuoio” degli anni ‘70 – proprio non riesce ad immaginare altre soluzioni.
Che Israele voglia la guerra fino alla “vittoria totale”, insomma, era chiaro da anni…
Più complicato il problema per gli Usa, oltre che per Trump, perché le vicende militari non sono andate bene e riprendere gli attacchi dopo un mese – con la Marina sotto stress e diversi segnali di insofferenza per la conduzione della guerra – non garantisce risultati migliori. Anche se si può sempre vendere qualche obbiettivo distrutto come “grande vittoria” sufficiente a chiudere la partita.
Il prezzo del petrolio ha ricominciato a salire con l’impressione che la pace si stia allontanando, visto che dal Golfo non esce praticamente nulla di paragonabile al traffico normale di prima della guerra.
Soprattutto, non c’è una strategia ben ragionata sugli obbiettivi politici reali per cui la guerra è stata iniziata. Il “regime” non è stato significativamente destabilizzato nonostante le uccisioni mirate di diversi leader (Ali Khamenei, Larijani, alcuni generali). Il programma nucleare, più volte dato per “eliminato” dallo stesso Trump, resta praticamente intatto. Su questo, ormai, dalla Casa Bianca escono frasi da B-movie (“stiamo monitorando il sito in cui è staccato l’uranio, se qualcuno dovesse avvicinarsi a quel luogo, ne verremmo a conoscenza e lo faremmo saltare in aria“) che saranno sostituite da altre domani.
Sta di fatto che Tehran, stando a fonti pakistane (Islamabad continua la sua opera di mediazione), nella sua risposta avrebbe richiesto di porre fine all’embargo e di consentire la libera esportazione di petrolio, nonché di annullare le restrizioni dell’OFAC relative alle vendite di petrolio iraniano.
Farebbe parte della risposta anche la gestione dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran (di concerto con l’Oman). Il tutto accompagnato dalla revoca delle sanzioni statunitensi e lo sblocco dei fondi iraniani congelati. In testa a tutto, però, c’è la cessazione dei bombardamenti sul Libano da parte di Israele.
Un pacchetto ben diverso dalla “resa” che Trump aveva più volte detto di attendersi. E quando si esagera con il “pompaggio” delle aspettative, diventa difficile fare retromarcia senza apparire deboli.
Nei commenti politici di parte iraniana, peraltro, si sottolinea proprio che l’accettazione della proposta Usa “avrebbe significato la resa dell’Iran alle eccessive richieste di Trump“. Ma nessuno in Iran “scrive proposte per accontentare Trump. Il team negoziale dovrebbe elaborare proposte solo per i diritti del popolo iraniano, e quando Trump è insoddisfatto del loro lavoro, naturalmente è meglio“.
“Tutto ciò che abbiamo proposto nel testo – ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei – era ragionevole e generoso. Non solo per gli interessi nazionali dell’Iran, ma per il bene e il progresso della regione e del mondo. Le parti americane continuano a insistere sulle loro richieste ingiuste“.
L’Iran, ha sottolineato Baqaei, “partecipa ai processi diplomatici in buona fede, mentre gli Stati Uniti si sono rivelati ripetutamente inaffidabili“, come dimostrato con il ritiro dall’accordo Jcpoa nel 2018 (sul nucleare, negoziato con Obama e verificato dall’Aiea) e gli attacchi aerei mentre erano in corso negoziati, a giugno del 2025 e di nuovo a febbraio di quest’anno.
Parole simili a quelle pronunciate dal presidente eletto, Pezeshkian, che ripete ciò che dovrebbe essere ovvio per qualsiasi trattativa diplomatica: “se parliamo di avviare colloqui, non significa che ci arrendiamo o ci ritiriamo, ma piuttosto che puntiamo a realizzare i diritti dell’Iran e a difendere con forza gli interessi nazionali“.
L’amministrazione Usa appare però totalmente incartata nelle conseguenze sia delle scelte pratiche fatte avviando la guerra sia della retorica “da cowboy” adottata nella narrazione a fini interni.
Per esempio. Per bypassare il voto del Congresso – negli Usa il Presidente non può condurre una guerra per oltre 60 giorni senza che questa venga approvata dal parlamento – Trump e i suoi avevano comunicato che “l’operazione Epic Fury” era “terminata” il 7 aprile, quando era scattato un cessate il fuoco unilaterale deciso dalla Casa Bianca e fatto ingoiare anche a Netanyahu. Ora riprendere la stessa operazione come se fosse “un’altra guerra” è un po’ complicato persino per una classe politica imperialista abituata a farne di ogni senza problema.
Gli analisti, da parte loro, vedono pochi strumenti a disposizione della Casa Bianca, e nessuno decisivo nell’immediato. Si può prolungare il controblocco di Hormuz per cercare di strangolare l’economia iraniana, ma Cina, Russia e Pakistan hanno altre vie non marittime per sostenere un interscambio con Tehran, anche se di dimensioni inferiori a quelle anteguerra. Oppure decidere altre sanzioni dagli effetti sempre più incerti.
Si può costruire qualche operazione militare limitata nella zona di Hormuz – sulla falsariga di quella durata appena 24 ore qualche giorno fa – ma il rischio è sempre il solito: non raggiungere risultati di un qualche significato strategico, o almeno rivendibile a fini elettorali interni.
Tra l’altro The Donald è atteso a Pechino questa settimana per colloqui più volte rinviati con Xi Jinping. E la Cina non salta un giorno senza ricordare che questa guerra è assolutamente da fermare perché non doveva essere neanche iniziata. Ufficialmente l’agenda dei colloqui comprende “solo” commercio, dazi e intelligenza artificiale.
Ma è impossibile che non si parli anche e soprattutto delle guerre (Ucraina compresa, e Venezuela) che gli Stati Uniti hanno aperto nel corso degli ultimi anni, rompendo ogni equilibrio, anche commerciale. Trump è atteso per mercoledì sera, e non si vede nulla che possa esser fatto in 48 ore. E tanto meno farlo accadere mentre i colloqui sono in corso…
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